giovedì, Dicembre 11, 2025
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    Intervista a Teodora Mastrototaro, poetessa animalista

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    La poesia e l’impegno civico si incontrano, si rincorrono e, talvolta, si scontrano. Nel caso di Teodora Mastrototaro, poetessa animalista, la sua passione per gli animali, il suo impegno antispecista e la sua arguta sensibilità danno luogo a un versificare feroce che giunge alla punta più tagliente della lama per mostrare come sia ancora possibile abbandonare la disumanità.

    “Legati i maiali” è una sua silloge pubblicata con Marco Saya e, nella estrema intensità delle composizioni ivi contenute, è un piccolo enorme forziere di sgomento e aspirazione alla salvezza, una salvezza che non può che essere di tutti quanti insieme, uomini ed altre bestie.

     

    Come nasce il tuo amore per gli animali e quando hai scelto di modificare le abitudini della tua vita in funzione delle tue scelte etiche?

    Ho sempre avvertito una forte empatia nei confronti degli animali. Fin da bambina non mi facevo scappare l’opportunità di salvare quelli in difficoltà. Questo mio amore, però, ho la consapevolezza che è stato immaturo, mi ha portato ad avere atteggiamenti che ora reputo sbagliati.

    Pesci dentro le bocce, uccellini in gabbia, tartarughe d’acqua e tanti altri animali. Anche la mia scelta universitaria è stata distorta da una visione della realtà che ora rinnego.

    Ho studiato Scienze zootecniche, ovviamente non lavoro in questo campo, si capisce quanto il mio cambiamento sia stato radicale. La mia vita è cambiata, sì, e ne sono felice, io sono cambiata. L’amore per gli animali si è trasformato in rispetto per tutti loro, per la loro vita e per la loro dignità; questo mi ha portato a diventare vegana, sicuramente la scelta più importante. Tutto ha avuto inizio con lo spettacolo Inumanimal, che tematizza il viaggio nei carri bestiame, permettendomi d’indossare i panni – anzi, le pelli – degli animali allevati e macellati e di empatizzare con loro, senza provare quel dolore, che nega ogni espressione.

    C’è stato un percorso di coscienza che è diventato grida, urla, gemiti, versi… grazie allo studio e all’attivismo questo dolore ho iniziato ad ascoltarlo e a sentirlo sulla pelle ed è questo che ho cercato di fissare nel libro, e infatti come dico sempre, questo è un libro da ascoltare. Lungi da me anche solo pensare di poter capire cosa prova un animale sfruttato ma quelle sensazioni ho cercato di trasformarle in parole con Legati i maiali, che in fondo cerca solo di buttare giù quelle pareti di mattoni che ci dividono da questo perpetuo olocausto, quelle pareti che oscurano. No, li dentro dobbiamo starci tutti, altrimenti nessuno, nemmeno gli animali.

     

    Quali sono i tuoi testi letterari d’ispirazione, i tuoi mentori ideali e le tue muse perenni?

    Potrebbe essere una lista sterminata o molto piccola, non lo so. Ho un diario con poesia che trascrivo e quando sono finite le pagine ho aggiunto tantissimi fogli e foglietti. Il confronto-scontro con le voci dei poeti, passati e presenti, è importante ed è ineluttabile che ci rimanga qualcosa addosso.

    Ci sono molti classici, come potrebbero mancare! Mi piace leggere però anche le voci più vicine al nostro presente, da Amelia Rosselli a Rosaria Lo Russo, Giuliano Mesa, Umberto Piersanti, Wislava Szymborska, Jolanda Insana.

    E anche tra i giovanissimi. La poesia continua il suo movimento, come la storia e le sue varie immancabili variazioni che la poesia può riflettere, causare, oppure ne può essere soffocata. Preferisco una poesia di immagine, per quadri vividi e che sappia suonare in bocca. Da leggere ad alta voce. La mia sicuramente è una ricerca di immagine ma la strada è ancora lunga. Ecco, percorrere le strade assieme agli altri, poeti e non, godere del paesaggio intorno, durante il cammino.

     

     

    Sei anche attrice teatrale: la poesia è teatro? Il teatro può essere poesia?

    Poesia e teatro sono oggetti differenti ma hanno una provenienza comune, un’antichità del gesto vocale – del suono emesso con la voce. La poesia però è diventata un fatto di scrittura, ha avuto un distacco dalla parola parlata. Il teatro invece si fa in scena, non è un fatto letterario – anche se storicamente è stato interpretato tale per molto tempo.

    Il teatro contiene i più diversi linguaggi e le interferenze tra loro – come la loro autonomia linguistica – sono fondamentali per la sua sussistenza. Il teatro può anche contenere la poesia, certo, possono incontrarsi ma restano due esperienze diverse.

    Questo, diciamo, è un discorso di base, per non cadere in incomprensioni ed evitare appiattimenti semantici tra i termini, un male direi assoluto della nostra epoca. Se parliamo in senso figurato ovviamente le cose cambiano ma a mio parere si rischia solo un’estrema confusione.

    Il mio teatro è sempre partito dalla poesia, per diventare teatro però, non poesia, quella, in realtà, l’ho stampata. Non vedo l’ora di poterle dare voce, far vibrare quelle parole e farle andare nello spazio che ospita e rende possibile la voce, performarle, come si usa dire. Spero di tornare in scena anche col teatro però.

     

    Scegliere di pubblicare una silloge imperniata su un tema scottante ma non universalmente condiviso come l’animalismo è una scelta coraggiosa: ci racconti quali sono state le conseguenze di una scelta umana e artistica così divisiva?

    L’animalismo è un primo passo ma mi ritengo antispecista. Il problema, infatti, è più complesso e prevede un allontanamento, forse utopico, dall’antropocentrismo. E siamo noi umani a doverlo smussare.

    Il nostro istinto l’abbiamo bloccato in regolamenti ed è rimasto solo l’antropocentrismo su cui l’uomo ha fatto ruotare tutto. Ora però le assi si sono scollegate: pandemie, scioglimenti dei ghiacciai ecc. E come è avvenuto tutto ciò? Attraverso l’abuso che facciamo dei corpi e delle vite animali. Ma non si tratta di “salvarci”; noi dovremmo smettere di torturarli non per salvare noi stessi, ma per salvare loro, gli animali. Dovremmo riconoscere il prossimo e accoglierlo.

    Le conseguenze sono molte e per fortuna, perché indicano la tenacia che ci vuole. Non si tratta di intrattenimento o di cambiare il taglio dei capelli ma di uscire dalle proprie comfort zone: cambiare radicalmente l’alimentazione ad esempio, ciò che ci permette di vivere, e cambiarla non perché il veganismo sia una dieta ma perché è una presa di posizione contro la tortura e l’assassinio  perpetrati nei confronti degli animali.

    Per fortuna Marco Saya, l’editore che mi ha pubblicata – assieme al direttore di collana Antonio Bux – hanno sposato il progetto ma ti direi il falso dicendoti che quest’argomento non sia divisivo, e lo è per gli altri artisti, per i critici, per i miei genitori e parenti, amici, per tutti. Si tratta di sradicare delle tradizioni, dei processi, le quotidianità che ci accompagnano nel mangiare, vestirci, curarci.

    Fare una lotta divide sempre in tre gruppi: c’è chi lotta, ci sono gli antagonisti, e chi ne resta fuori. Quest’ultimo gruppo può appoggiare gli uni o gli altri e, spesso, gli altri sono aiutati tutti i giorni, ogni volta che qualcuno quando va a fare la spesa sceglie la morte del prossimo.

     

    Animalismo e femminismo (nella sua accezione più becera e svilente) vengono, spesso, abbinati in modo tendenzioso da chi vorrebbe delegittimare l’animalismo screditando le femministe: proviamo a sfatare questo falso mito con argomentazioni logiche e attuali?

    Sia le antispeciste che le persone vegane che le femministe vengono definite estremiste spesso, perché il femminismo e l’antispecismo sono delle teorie che mettono in discussione due ideologie che sono particolarmente radicate nella nostra cultura e nella nostra società: quella patriarcale e quella specista.

    Le credenze, le convinzioni, le pratiche che sono tanto alla base dello specismo quanto alla base del patriarcato sono anche normalizzate, naturalizzate, e appena si prova a metterle in discussione subito si pensa che siamo delle estremiste perché mettiamo in discussione qualcosa che è profondamente radicato tanto a livello identitario quanto a livello culturale e sociale. Inoltre si cerca di screditare le femministe e le animaliste facendo confusione sui veri significati di questi termini… mi spiego, alcuni dicono che l’antispecismo vuole dire che siamo tutti uguali, come se non ci fosse alcuna differenza tra un insetto e un bambino…

    Ovviamente l’antispecismo non dice che siamo tutti uguali anzi, al contrario, riconosce queste differenze e dice che le differenze di specie non devono essere un pretesto per opprimere, così come non lo devono essere le differenze di sesso, di orientamento sessuale, di etnia.

    Così, anche per il femminismo, si fa disinformazione. Le femministe non odiano gli uomini, semplicemente dicono che noi donne non dobbiamo più essere oppresse e ridotte ad una funzione o a degli stereotipi.

    La studiosa di antispecismo Rita Ciatti scrive nel suo saggio dal titolo Ma le pecore sognano lame elettriche?: “il femminismo viene giudicato estremo perché non si accontenta di riforme semplicemente migliorative ma vuole abolire l’oppressione degli animali tanto delle donne, alla radice, quindi cambiare il modo come gli animali sono visti, percepiti, trattati e così le donne.

    Non basta dare diritti alle donne se poi da un punto di vista culturale continuano ad essere percepite come esseri inferiori, sessualizzati. Ai diritti formali, dati dalla carta, se non si accompagna un cambiamento culturale non segue poi effettivamente la fine dell’oppressione perché ci sono rapporti di forza che continueranno a fare la differenza.

    Tra donne e uomini la peggio ce l’hanno le donne, tra la nostra specie e gli animali la peggio ce l’hanno gli animali, quindi i diritti formali sulla carta vogliono dire poco se non cambia la cultura, l’animalismo e il femminismo non chiedono semplicemente i diritti ma vogliono mettere in discussione questi rapporti di forza”.

     

    Quali soluzioni possono essere verosimili e accettabili in un futuro che possa essere ecosostenibile e maggiormente rispettoso di tutte le forme di vita?

    L’ecosostenibilità non c’entra nulla con l’antispecismo. Il prefisso eco lascia presupporre che si stia parlando di ecologia, quindi da un punto di vista dell’ecologia e del rispetto dell’ecosistema potrebbero in teoria andar bene anche forme di allevamento sostenibili, vedi l’allevamento idroponico, ma non sarebbe etico dal un punto di vista antispecista.

    C’è una differenza tra ecologia e antispecismo. La sostenibilità dell’ecosistema non necessariamente va a braccetto con il rispetto dell’individuo e di tutti gli animali, quindi dal mio punto di vista non si è sostenibili se non si è antispecisti.

    Cito nuovamente le parole di Rita Ciatti “Il veganismo non è ambientalismo e nemmeno ecologia, non è un modo per salvare il pianeta, è una pratica quotidiana di opposizione e lotta alla normalità del considerare prodotti gli altri animali, alla gerarchia del valore delle specie in cui la nostra schiaccia tutte le altre, allo specismo.”

     

    Qual è il messaggio che hai voluto lanciare con la tua opera poetica?

    Non c’è un messaggio generale, ciò che ho fatto è trasportare in immagine una condizione di cui siamo tutti responsabili. Non ho soluzioni o appelli da fare, vorrei semplicemente abbattere quel muro che ci rende la coscienza pulita non facendoci vedere quello che accade.

    Le espressioni artistiche, dalla performance alla musica, dalla poesia al teatro, sono mezzi importanti per la diffusione della sensibilità antispecista. Gli artisti devono impegnarsi in questa lotta partendo dal proprio linguaggio specifico perché è nei linguaggi che va veicolata la causa antispecista e animale.

    L’attivismo artistico fa si che ogni soggettività possa portare nelle creazioni questa prospettiva di liberazione, con l’obiettivo di una trasformazione etica. Il messaggio veicolato dall’arte è e rimane una sfida al conformismo culturale e soprattutto è – e resta – un’urgenza.

    La poesia, certo, è un mezzo potente per veicolare un messaggio, per far giungere ad una riflessione perché può scuotere gli animi. Può essere attivismo, denuncia, impegno sociale, e questa rivoluzione passa dal linguaggio, perché ne siamo costituiti. Questo mio libro non farà terminare la sofferenza animale ma spero possa essere uno spazio dove il grido degli animali riesca ad espandersi, oltre quelle mura sempre troppo spesse, quelle degli allevamenti e dei mattatoi, zone di passaggio e di morte.

     

    Gisella Blanco

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