Quando pensiamo alle vie del lusso di Roma ci viene subito in mente la rete di strade e di vicoli intorno alla famosa Piazza di Spagna come Via Condotti, Via Frattina, Via Borgognona, Via del Babuino. Ma quali erano le vie dello shopping di lusso più di duemila anni fa e quali i beni di consumo più ambiti?
Prima che Roma diventasse la grande metropoli dell’età imperiale il consumo di beni di lusso era limitato dal rispetto della sobrietà dei costumi, molto sentita durante la Repubblica, e da severi precetti morali che gravavano soprattutto sulle donne.
Si pensi che dopo la sconfitta di Canne (216 a.C.), nel pieno della seconda guerra punica, venne approvata addirittura una legge con la quale si cercava di far fronte al bisogno di fondi limitando soprattutto la libertà femminile.
Si trattava della Lex Oppia del 215 a.C. che vietava alle donne di possedere più di mezza oncia d’oro, indossare vesti dai colori sgargianti e andare in carrozza se non per partecipare a una cerimonia religiosa. Furono proprio le donne a ribellarsi inviando delegate ai magistrati e scendendo nelle piazze fino a ottenere l’abrogazione della legge.
Le conquiste militari e il conseguente assorbimento delle mode orientali da parte dell’aristocrazia romana portarono a profonde trasformazioni.
In età imperiale Roma, ormai capitale del Mediterraneo, diventò anche la capitale del lusso. L’élite romana arrivava a spendere cifre da capogiro per acquistare merci provenienti da luoghi lontanissimi, oltre i confini dell’Impero.
A venderli era una rete di botteghe nelle zone più centrali della città. C’erano dei veri e propri settori di mercato con strade dedicate ad un determinato prodotto.
Campo Marzio
I ricchi romani avevano una predilezione per la zona del Campo Marzio, tra il Pantheon e il Tempio di Iside e Serapide dove si trovavano i due principali portici (Porticus Meleagri e Porticus Argonautarum) che fiancheggiavano i Saepta Iulia, il complesso edilizio che un tempo ospitava le votazioni e che poi divenne uno spazio per eventi culturali e, appunto, per il commercio di oggetti di lusso, opere d’arte e rarità di ogni tipo.
In questi portici si trovavano le più costose gioiellerie in cui acquistare i noti bracciali in oro a forma di serpente, ripresi dal culto della divinità egiziana Iside, che in epoca imperiale erano ritenuti tra i più alla moda e quindi molto ambiti dalle donne romane.
Nella stessa zona, ma in direzione della Colonna di Marco Aurelio, sorgeva un altro complesso di portici (Porticus Vipsania) presso cui acquistare vestiti e in cui le donne potevano trovare le preziose tuniche di porpora fenicia, la più pregiata delle tinture ricavata dalle ghiandole mucose di alcuni molluschi.
Le ”profumerie” dell’antica Roma
Tappa immancabile dello shopping, soprattutto femminile, erano le botteghe di unguenti che oggi chiamiamo profumerie. Cospargersi il corpo di unguenti profumati era una pratica molto comune tra le classi sociali più alte tanto che il mercato di questi prodotti diventò una delle attività commerciali più remunerative.
All’epoca l’alcol era ancora sconosciuto e i profumi si ottenevano non per distillazione ma attraverso la macerazione di sostanze odorose, molte delle quali provenienti da regioni lontane come il costoso nardo indiano o la mirra delle aree meridionali della penisola araba.
Il profumo più costoso, amato anche da Cleopatra
Uno dei profumi più cari, amato anche da Cleopatra, era il Regale Unguentum prodotto con il balsamo di Giudea, una pianta così preziosa che una boccetta da cento millilitri poteva costare anche 450 sesterzi, circa 900 euro. Le più note profumerie dell’epoca si trovavano in una strada sul lato occidentale del Foro Romano che prende il nome di Vicus Unguentarius proprio per la presenza di botteghe specializzate.
In tutti questi luoghi e nei più famosi mercati di Roma, i ricchi signori spendevano le loro ricchezze. Se si pensa che solo per l’importazione dell’aromatica resina d’incenso dall’Arabia, del pepe e della seta dall’India e dalla Cina, l’Impero spendeva annualmente più di 100 milioni di sesterzi, si capisce bene quanto fosse vano il tentativo di Plinio il Vecchio di esaltare l’autocontrollo come qualità indispensabile. ‘Non desiderare nulla di troppo’, scriveva.
Eliana Cupiccia



