giovedì, Dicembre 11, 2025
spot_img
spot_img
More

    Ultimi post

    Davide Rondoni: ”La poesia è uno dei modi con cui si esprime la natura religiosa dell’essere umano”. Intervista

    Annunci

    La poesia è investigazione del quotidiano dettaglio, deflagrazione dell’immagine del vero nella congerie assorta dell’emozione, etica del gioco del linguaggio e ironia dei silenzi, alacre studio della forma ed estasi spirituale, baluginare della rivelazione del sé e risacralizzazione del divino che continua a esistere nei suoi innumerevoli volti.

    Abbiamo dialogato con Davide Rondoni, una voce intensa e indiscutibilmente autorevole del panorama letterario e culturale italiano contemporaneo che, oltre ad essere poeta, saggista e romanziere, si occupa di critica letteraria, teatro, tv e radio, traduzioni di autori come Baudelaire e Rimbaud.

    Ha fondato la rivista clanDestino e cura la collana di poesia “I Passatori” per CartaCanta Editore. Il suo è un impegno trasversale e profondo nell’ambito culturale del nostro Paese ma è la passione visionaria per l’arte che lo rende una personalità di grande talento e intuito, volto alla ricerca di giovani penne meritevoli delle attenzioni che, non sempre, il mondo letterario riesce a dare.

    Dalla sua storia e dai suoi scritti emerge una forte, radicata, tumultuosa ed energica religiosità. Cosa è il divino, per lei e in che rapporto si pone con la poesia nell’età contemporanea?

    La poesia è uno dei modi con cui si esprime la natura religiosa dell’essere umano, intendendo per religiosità il culmine della domanda di senso e di destino che abita e si manifesta in tanti modi lungo la storia e nel mondo. Io sono religioso come tutti. Solo un modo piccino, antistorico e spesso ignorante di intendere la poesia la separa dalla natura religiosa dell’essere umano. Basta leggere tutti i veramente grandi del passato e del presente. Chi la riduce a gioco linguistico o para-psicoterapia, non intende la poesia.  Poi io sono cristiano, cioè credo che il volto ultimo di Dio e dell’Essere coincidano scandalosamente e meravigliosamente con il volto del Nazzareno che carezza vedove e sperduti, cena con puttane e politici corrotti, e risorge un ragazzino dicendo alla madre vedova “Non piangere”. Il volto di lui vittima innocente sulla croce e risorto come in una festa discreta e potente contro la morte. È per me un protagonista nella storia tremenda e spettacolare del mondo.

    L’amore pervade le sue opere, ne riempie la struttura come un liquido nutritivo che si espande per dare sostanza. Se immaginiamo la materia poetica come un corpo, le parole sono le ossa o la carne? E l’amore, inteso nelle sue infinite declinazioni e aspirazioni, per altro non sempre costruttive, che ruolo ha nella sua poetica?

    Bella domanda…Credo con Ungaretti che la poesia nasce da una “tensione” che anima il linguaggio. Una tensione che ha diversi moventi e percorsi – e spesso enigmi e precipizi- ma che in fondo possiamo ricondurre alla tensione di Amore, per usare il termine che Dante mette al principio di ogni movimento compositivo del mondo. Del resto, l’arte è sempre in qualche modo “composizione”, una tensione che si oppone, come l’amore, alla de-composizione.

    Ha scritto un saggio dedicato a L’infinito leopardiano, “e come il vento” pubblicato da Fazi Editore. Cosa può dire, oggi, la maggiore, più discussa e analizzata poesia di Leopardi all’uomo contemporaneo?

    Urca, dovrei riassumere un saggio lungo duecento pagine. Rimando a quello, ma in sintesi potrei dire che quella è una poesia sul “segno”. Quel vento arriva, e cambia tutto. In questo la mia interpretazione è nuova e inedita. Quel “segno” permette di non “fingersi” più nella mente l’infinito per cui siamo fatti (tanto che la fine di ciò che amiamo e ci piace ci crea dolore), bensì di iniziare un rapporto di conoscenza con esso, una conoscenza per segni, la medesima che in realtà usiamo tutti…Dell’amore, dell’amicizia, della pena non vediamo misure e quantità, ma segni. Così anche dell’infinito – se stiamo attenti al vento… La conoscenza dell’infinito, simile a quella dell’amante nell’eros o a quella del bambino in braccio alla madre è un “dolce naufragio”. Tutti desiderano l’infinito. Leopardi in quel testo ci invita a ascoltarne, guardarne i segni… Oggi siamo circondati da segnali che ci obbligano a percorsi obbligati e rischiamo di esser ciechi ai segni dell’infinito di cui pure abbiamo nostalgia e fame, a volte feroce tanto ci manca.

     

    Poesia, impegno civile e ideologie filosofiche e antropologiche: ci siamo ritrovati più volte a discuterne. In che rapporto stanno, tra di loro, oggi, questi tre cardini dell’espressione umana culturale ed etica?

    La poesia non è una cosa “a parte” nella vita di un uomo come di una società. Il rapporto tra i vari ambiti della vita di una persona si possono declinare e svolgere in molti modi, senza che uno di questi ambiti sia coincidente o oscurante l’altro. La poesia è un’arte in cui, come in tutte le arti, vengono a sintesi molte cose, e non sempre è facile né necessario fare un’analisi chimica. Possiamo separare la poesia di Montale dalla sua antropologia, dalla sua posizione politica e filosofica? No, e nemmeno quella di Pasolini, o di Bertolucci o di Ungaretti. In genere quando c’è bisogno di mettere aggettivi alla poesia (tipo civile etc) c’è qualcosa che non va, nel testo o nel lettore. La poesia non ha bisogno di aggettivi. Comunica la vita, se è buona poesia, nel suo mistero integrale, fiume a cui affluiscono tutte le dimensioni del vivere, dall’impegno libero a render meglio il mondo, alle idee che si hanno di natura antropologica etc… Non esiste la poesia come una essenza, (vedo troppi idolatrarla come tale, e si sa che idolatrare è il preludio alla distruzione) ma come un’arte in cui molte cose anche diverse e distanti si esprimono e si mettono a fuoco. Per questo motivo i grandi poeti, anche quando hanno idee, posizioni distanti o in contrasto, possono dire cose interessanti per tutti, se mettono a fuoco la vita, se diventano (ancora Ungaretti) un grido unanime. Majakovskij mi parla e anche Pound mi parla, Cardarelli e Pasolini…

     Vivere “non altrove dalla poesia” è compatibile con le aberrazioni della vita quotidiana? Ci racconta la sua personale esperienza?

    Intanto bisogna vedere quali sono queste aberrazioni… E correggerle per come si può, anche esponendosi e non vergognandosi. E poi il luogo “non altrove dalla poesia” può essere ovunque se guardiamo la vita come avvenimento che ci ferisce, incanta, interroga. Vuoi sapere di me? Non so bene… So che ho imparato da tanti (poeti e non) uno sguardo acceso sul mondo. Lo nutro, lo coltivo, lo difendo. Lo offro.

    Con quali altre voci artistiche eminenti ha solidarizzato nel suo percorso intellettuale e poetico? Ci svela, se crede, una grande amicizia e una grande ostilità che, in un modo o in un altro, hanno segnato il suo percorso umano?

    Beh più che solidarizzato ho coltivato la amicizia maestra di poeti come Luzi, Bigongiari, Testori, Loi,  poi lo scambio anche vivace con alcuni “fratelli” maggiori come De Vita, Conte, Mussapi, De Angelis e tanti altri più vicini a me come età, anche se diversissimi come stile, idee etc. Penso a Antonio Riccardi, GianMario Villalta, Alba Donati e il primo grande amico Gianfranco Lauretano. E con tanti altri ci sono stima e scambio. Io non ho nemici, almeno non ritengo nessuno per tale. Se a qualcuno non va la mia arte o ha motivi di contrasto con me, sono affari suoi. Spesso dietro ad atteggiamenti di contrasto ho visto il povero ghigno della frustrazione, o a volte quello mesto della cecità ideologica. Ma sono cosette, che spesso si agitano più tra versificatori da sottobosco che tra poeti di qualche levatura. Comunque amare sempre, odiare mai, diceva ancora Ungà.

     

    Quali sono stati i grandi poeti più rilevanti per la sua formazione come autore di poesia e come crede che sia possibile mantenere un equilibrio tra i grandi geni del passato e la propria vocazione artistica?

    Beh ho lavorato a lungo su Leopardi, Baudelaire, Rimbaud, ma anche su Shakespeare, su Dante…Macché equilibrio, bisogna sempre commuoversi dinanzi ai capolavori, esserne annientati e nutriti, in modo squilibratissimo. Anche ieri, commentando e citando Dante sul palco dell’Auditorium della musica mi sono commosso…Parlo spesso lacrimando, dentro e fuori. Ho avuto anche un grande maestro di lettura, Ezio Raimondi, che mi ha insegnato a navigare le vaste mappe della letteratura, diffidando di chi dice ieri come oggi “la poesia si fa così” – il mondo è grande, i confinamenti non mi piacciono, abbiamo alle spalle, come dice il mio amico Benigni, altro lettore con cui mi piace conversare, la “migliore nazionale di poesia del mondo”. Va guardata con larghezza, con responsabilità, e, appunto, con travolta commozione.

     

    “L’amore

    che non sa come fare…

    ferma questi uccelli, gridano forte

     

    quando tocca

    l’assenza del tuo viso

     

    e muove a vanvera le mani, un mimo

    che all’improvviso

    ha smarrito la parte”

     

    E’ una sua poesia (contenuta nella silloge La natura del bastardo, Mondadori) che ho amato d’istinto, dalla prima lettura e in ogni lettura successiva perché la poesia va rielaborata lentamente e in momenti diversi. In questo amore che tiene sospesi per aria si rintraccia l’assenza propria e altrui e ci si sente sperduti, inabili, sbigottiti. Eppure se si smarrisce la parte, una delle possibili interpretazioni verbali e para verbali del testo è quella che consente di reperire l’intero. E’ questo il fine ultimo dell’amore in poesia?

    Non ci avevo pensato. Sono contento che questa piccola poesia viva e riviva nella tua lettura acuta e nuova. Non siamo Dio, non sappiamo amare pienamente come lui…ogni nostro amore in effetti ci fa sentire anche la pochezza della nostra “parte”, ma anche la sua necessità particolare. Esserne coscienti, e in un certo senso splendidamente umili, dà più luce a quella esperienza, anche nei suoi aspetti di pena e di ferita. Riaprendo, come tu accenni, a un respiro più vasto e aperto. E ogni amore, come la poesia, ha bisogno di ispirazione, di respirare, di aria perché il suo meraviglioso disegno non si ripieghi e incurvi. Il fine ultimo dell’amore in poesia, dici? Credo che sia, appunto, la sua manifestazione, ferale, enigmatica, terribile e meravigliosa.

     

     

    Gisella Blanco

     

    La foto di Davide Rondoni è presa dal sito daviderondoni.com per gentile concessione dell’autore

    Latest Posts

    Da non perdere