L’essere umano, aristotelicamente l’animale che ha il linguaggio (zoon logon echon), è l’unico capace di togliersi la vita, ma perché può fare uso del suo corpo al punto di eliminarlo? Jean Améry affronta questo tema in Levar la mano su di sé. Hans Chaim Mayer, in arte Jean Améry, austriaco, ebreo, ha vissuto su di sé la tragedia di Auschwitz, come Primo Levi e Paul Celan si è tolto la vita.
Si è spesso pensato che i reduci dai campi di concentramento e di sterminio, come i reduci dalle più recenti tragedie legate al terrorismo – si pensi alla strage del Bataclan – siano tormentati dal senso di colpa di essere sopravvissuti, ma in questo caso non è così.
Jean Améry e l’inclinazione alla morte
Améry non parla mai di colpa, quanto piuttosto di inclinazione e sguardo. Un’inclinazione alla morte – al posto della freudiana pulsione – e uno sguardo che non lascia spazio a nessun riflesso, o non a un riflesso in cui ci si possa riconoscere. Il suicidio ha a che fare con la scelta di sottrarsi allo sguardo e alla definizione che altri hanno deciso per me – l’ambito della vita, del lavoro, del sacrificio, sono vissuti dal suicida come impropri.
Ritengo solo che ci sia qualcosa che non funziona nel sacrificarsi «per l’opera», «per la famiglia», così come forse non è del tutto corretto accettare i martiri («della libertà», «della fede», «della patria», «della giusta causa») così come ci vengono proposti dalla storia.[1]
In questo passo Améry specifica la peculiarità dell’atteggiamento del suicida che sceglie di morire di propria mano rispetto a chi invece muore sacrificandosi, donandosi. Il suicida non si dona, si sottrae. Dobbiamo sempre rapportarci con il corpo e con l’io: Améry sembrerebbe dire che non abbiamo un corpo ma lo siamo, dunque coincidiamo con esso, così come coincidiamo con l’io, ma tutti gli esempi che offre – esempi di come sia possibile togliersi la vita, quindi agire sul proprio corpo in quanto estraneo – sembrano dimostrare il contrario, ovvero che si possa fare uso di sé – del proprio corpo e del proprio io – solo quando non vi è piena coincidenza tra ciò che l’uomo è – intendendo il verbo essere nel senso di copula – e ciò che ha – che è a lui – nel senso di esistenza.
Chi raggiunge la soglia della morte libera apre, come mai era accaduto in precedenza, il grande dialogo con il suo corpo, la sua testa, il suo io. Esistono in questo senso molti stadi, infinite sfumature di discorso, mutevoli aspetti: sono troppo numerosi perché possa propormi di elencarli tutti in questa sede.
”Il dolore della separazione”
Ne sceglieremo quindi alcuni dalla grande moltitudine. Rinnovata tenerezza per un qualcosa che pure ci si accinge a eliminare, perché presto, nella decomposizione, un io che non esiste più e un corpo divenuto cosa saranno uniti nella nullità: per nulla e ancora nulla. Prima di congedarsi da quanto è al contempo estraneo e proprio, dal corpo, si avverte quello che Freud definisce il «dolore della separazione».
Mano che tasta l’altra, cosicché è impossibile distinguere tra tastante e tastato, e che si decomporrà: «questa mano cadrà», come recita la poesia. Ancora sente sé stessa e sente l’altra. Le mani si accarezzano, simili ad amanti in una stazione di provincia, che nell’irrefrenabile frastuono si dicono: è finita, mai più, e che pure sono ancora insieme. Braccia, gambe, il sesso, che aspetto avranno nelle varie fasi della dissoluzione? Ancora ci sono, estranei e originariamente propri, già disprezzati, rigettati, ancora amati. Collo che la corda strozzerà: bisogna volergli bene prima che cessi di essere parte del mio essere mondo, e sia solo nel mondo, nel mondo degli altri, materia imperitura dell’universo, ma a esso, che non ha coscienza di sé, totalmente indifferente.
La tenerezza per il proprio corpo – che è già stato rinnegato, poiché l’io che esso sosteneva non deve più esistere – è in un certo senso affine alla masturbazione.
Al pari di questa, essa forma un circulus. Le linee che conducevano verso l’esterno, imbattendosi in oggetti, in altri corpi, che avevano proprie finalità, hanno tutte forma circolare e sfociano l’una nell’altra in un cerchio insensato.
La propria corporeità
«Il mondo esiste solo attraverso la realtà umana», afferma Sartre. In questo caso tuttavia la realtà umana ancora essente poggia tutta sé stessa in termini masturbatori, ha rinunciato al mondo, tanto che è necessario chiedersi: è ancora una realtà umana quella che teneramente si dedica alla propria corporeità? Anche in questo caso vale la risposta che con grande costanza e monotonia è emersa nel corso delle nostre riflessioni: sì e no. È realtà umana giacché il corpo continua a sentire sé stesso nell’io, sia nella rabbia (quando uno sceglie di tagliarsi la gola), sia nel dolore della separazione, quando la scelta cade sulla morte dolce che l’industria chimica ci ha reso possibile.[2]
Corpo e io
Il rapporto tra il corpo e l’io è, in senso sartriano, un per-sé: una relazione tra due enti che non coincidono tra loro né coincidono con l’unità della persona, questa relazione è mediata dallo sguardo dell’altro. Sembra che una completa coincidenza con il corpo non si dia, altrimenti non potremmo ferirci volontariamente o toglierci la vita.
Il corpo è quell’ente interno che repentinamente diventa esterno nel momento in cui una sua parte si ammala, o duole, allora la malediciamo come se non ci appartenesse ma, Améry riporta l’esempio dell’estrazione di un dente, subito sentiamo un vuoto o una mancanza. Può mancare qualcosa che è consustanziale? Sappiamo con certezza che possiamo sentire la mancanza di qualcosa che avevamo e non abbiamo più, in tal caso il corpo – con le sue parti – coinciderebbe con questo avere, con questo possesso, di cui siamo – a volte – privati.
Ronald Laing L’io diviso
Può essere interessante confrontare il dolore e la scissione del corpo con la scissione dell’io analizzata da Ronald Laing ne L’io diviso, in apertura del primo capitolo intitolato Le basi fenomenologico-esistenziali di una scienza delle persone.
Si designa col termine «schizoide» un individuo la cui totalità di esperienza personale è scissa a due livelli principali: nei rapporti con l’ambiente, e nei rapporti con sé stesso. Da una parte questo individuo non è capace di sentirsi insieme con gli altri, né di partecipare al mondo che lo circonda, ma, al contrario, si sente disperatamente solo e isolato; dall’altra non si sente una persona completa e unitaria, bensì si sente «diviso» in vari modi: per esempio vive sé stesso come una mente e un corpo uniti tra loro da legami incerti, oppure come due o più persone distinte.[3]
Possiamo soffermarci sulla differenza che intercorre tra l’avere il proprio corpo come condizione esistenziale a prescindere da ogni genere di vissuto psicopatologico, e l’avere il proprio corpo senza riconoscerlo come proprio nel vissuto schizoide.
Helmuth Plessner Il riso e il pianto
Una ulteriore disamina del rapporto tra animale umano e facoltà o modalità dell’avere si trova negli scritti di Helmuth Plessner, in particolare ne Il riso e il pianto, e anche in questo caso sarà utile il confronto con Améry. Sia Améry che Plessner ricorrono ai concetti di proprio ed estraneo per quanto concerne il corpo, ciò farebbe pensare a una compresenza tra essere e avere un corpo. Nel momento in cui esperiamo sembrerebbe che siamo il corpo, ma non siamo tutt’uno con la cosa esperita.
Il corpo di dolore
Nel momento in cui un organo si ammala, è dolorante o leso o addirittura addormentato sembra che la relazione sia estrinseca, o meglio, questa relazione estrinseca con il corpo viene alla luce: anche nell’aggettivo proprio è inscritto il concetto di possesso, che non può prescindere dalla modalità dell’avere. Quindi, sia proprio che estraneo sono modalità dell’avere un corpo, ma nel momento in cui l’estraneità diventa radicale la scissione non è più dialettica e si perde il legame tra ciò che si è e ciò che si ha.
Il corpo nel vissuto psicotico
Nel vissuto psicotico il corpo è sempre e solo estraneo in quanto non esperisce, la mente esperisce senza sentire, la scissione o separazione tra io e corpo è radicale, quest’ultimo diventa infatti un fantasma, una proiezione che si muove nel mondo mentre al soggetto sembra di vivere un’illusione. Il corpo è annesso al falso sé – da consegnare al mondo – che sempre più si scinde dal vero sé.
Scissione io-corpo, io-mondo
Nel corso del testo Laing mostra come questa scissione io-corpo, io-mondo, vero sé-falso sé, nasca da un’insicurezza ontologica, ovvero un’insicurezza circa la propria esistenza, e divenga poi, in un concatenamento esponenziale di scissioni, sintomo schizofrenico, la cui esposizione più inquietante si ha nell’ultimo capitolo Lo spirito del giardino delle erbacce in cui Laing descrive il caso clinico di Giulia, una paziente affetta da schizofrenia cronica, praticamente incurabile, divisa, scissa, lontana da sé in infiniti io, a loro volta scissi ed espressi da un completo scollamento tra denotazione e senso, significante e significato.
Il caso di Laing può tornarci utile per la disamina del concetto di scissione, che però non è prerogativa unica dello psicotico, ma dell’umano in generale, proprio perché ha il linguaggio e, avendo il linguaggio, non coincide con il suo io, con il suo corpo, con la sua essenza o natura.
Solo l’animale – come ente che non ha il linguaggio – coincide con la propria natura biologica, l’uomo ha perso questa coincidenza nel momento in cui si è evoluto dai primati e pur conservando – lo stesso Aristotele ne fa cenno – qualcosa dell’animale – le pulsioni, gli istinti fondamentali – è ormai lontano dalla coincidenza con la propria natura in quanto il linguaggio è l’origine della modalità dell’avere, distacco, non coincidenza, o, con Plessner, relazione estrinseca.
Ilaria Palomba
(fine prima parte)
Ilaria Palomba è scrittrice e poetessa. Classe ’87, è laureata in Filosofia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa nei centri diurni di psichiatria e presso alcune scuole; tra le sue pubblicazioni: Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-verlag, Homo homini virus (Premio Carver, 2015), Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art, Disturbi di luminosità, Deserto.
Il suo ultimo romanzo è Brama, edito da Giulio Perrone.
È ideatrice e redattrice del blog dissipatu.blogspot.com in cui svolge una ricerca sul disagio psichico.
[1] Levar la mano su di sé, Jean Amérie, (Bollati Boringhieri, 2012), p.70
[2] Ibidem, p.56-58
[3] L’io diviso, Ronald Laing, (Einaudi, 2010), p.5



