La foto di copertina è di Jacopo Golizia
La foto all’interno è di Agnese Sbaffi
Non appartengo a nessun luogo e nessun luogo mi appartiene. Non esiste terra che io chiami casa, né paese che io chiami Patria. Le gambe mi tirano verso Sud, le braccia mi trascinano a Est, la testa mi traina a Nord, mentre il centro del mio corpo è tutto un fuoco e uno squarcio. È per questo, forse, che ho appreso il disamore: si può chiedere a un paguro di amare altri se non la propria conchiglia? Una grotta dove ha sostato un solo giorno? Uno scoglio da cui è stato strappato da mani prive di cura? Un mare turbolento, dove vigono le leggi della forza, della dissimulazione e della fuga? Così la tartaruga venera il proprio carapace, l’armadillo idolatra la propria armatura, il granchio ha una passione incontrollabile per la sua corazza, il riccio ama ed è amato dai propri aculei e la coccinella, con le ali dure e chiuse, si protegge da ogni altro amore.
Sono nata a Catania un giorno in cui i miei genitori già organizzavano il mio espatrio a Milano. Tra i campanili e i pinnacoli, le scalinate, i sagrati e le terrazze, gli oliveti e la vulcana, ch’è femmina, io, che ero ancora lì, già desideravo di tornare: la nostalgia è stato il mio primo sentimento, la perdita la mia prima avventura. Il giorno della mia partenza, dalla mia schiena cominciava a promanare una parvenza di esoscheletro: la mia pelle lentamente cominciava a calcificarsi.
Ed eccomi a Milano, dove provo a scandire le mie prime parole e a tutti suonano sbagliate: “dove lo avrà imparato questo accento? A Catania non c’è stata che qualche settimana”.

Ancora non so parlare che cominciano le correzioni: la “e” è aperta o chiusa, la “o” troppo profonda, la “d” è sempre doppia, talvolta tripla. Ogni suono che emetto è sbagliato, lo trattengo, lo ripeto sottovoce un milione di volte, poi solo nel pensiero, sino a che tutti credono io sia diventata muta: una bambina muta.
Intanto, nel mutismo, posso prestare ascolto a quello che gli altri dicono; è incredibile come, scoprendomi zitta, mi attribuiscano una sordità che porta loro a pronunciare parole irripetibili e a me a contenerle una per una, nonostante mi siano sgradite. Scopro, molto presto, che quanto dicono gli adulti non sempre corrisponde a ciò che vedo e sento. “Milano è grigia” sento affermare fuori da me e poi echeggiare dentro di me, tra le mie orecchie e l’osso dermico che ormai ricopre in grande parte la mia schiena.
E mentre quel “Milano è grigia” mi tormenta, come se da un momento all’altro un evento apocalittico potesse rendere assai breve quella mia – appena cominciata – esperienza di vita, mi guardo intorno ed è primavera: dalla finestra sento i profumi del parco Sempione e allora corro giù, là dove mi aspettano i nascondini, le guardie e ladri, le visite al Castello. Molti pomeriggi li impiego a raccogliere formiche: le infilo dentro una scatola di scarpe e le porto a casa, con l’intenzione di costruire il formicaio più grande del mondo. Mamma e papà non mi vietano quasi nulla: la casa viene invasa dagli insetti.
A scuola sono una bambina terribile, le maestre mi fanno viaggiare di classe in classe con la sedia in mano. La mia sedia: eccola la mia conchiglia, penso, mentre ignoro che sui lobi laterali della mia schiena ora spuntano delle piccole squame.
“Milano è grigia” ripete una voce maligna; una mano mi afferra per i capelli e mi trascina a Roma. Eccomi, di nuovo sola, senza formiche e senza sedia. Papà è rimasto a Milano, mio fratello pure: ma che m’importa, li reinvento, e mentre li reinvento li dimentico entrambi; divento così brava a dimenticare che non riconosco neanche più quei due esemplari di umani che mi camminano dentro casa: mia madre e mia sorella. Voi chi siete, rumorose e dinoccolate femmine? E perché venite a turbare la mia pace?
A Roma giro in bicicletta, nelle salite fatico, respiro un’aria irrespirabile, le piste ciclabili fanno dei giri su loro stesse e poi sbiadiscono; al semaforo un signore apre il finestrino della sua automobile e, senza che io ne comprenda il motivo, mi sputa in faccia.
I compagni di classe si rivolgono a me in inglese; “sembra straniera” dicono, mentre parlano di me in mia presenza, ma come fossi assente. Divento assente. Non parlo, lascio che l’illusione di un linguaggio inafferrabile li allontani, invece si fanno sempre più curiosi. All’appello vengo nominata male: il mio cognome, impronunciabile, sembra fatto per rovinarmi la reputazione e i bambini sono sempre i più cattivi.
Uno mi indica e ridendo mi accusa della colpa peggiore: essere debole. “Ma che cognome! Sei arrivata col gommone, eh?” “Profuga! Profuga!” grida. La maestra, a modo suo, vuole essere d’aiuto: “Ma no, è tutto il contrario: lei è serba, sta dalla parte di quelli che bombardano”. Ancora una volta non parlo ma sono parlata; sento “serba” per la prima volta e cerco il significato nel mio dizionario immaginario: pinnacoli, formiche, nostalgia, perdita, grigia. Non lo trovo. Ed ecco che un altro bambino mi lancia una nuova accusa: “Tu sei la figlia di Milosević. La figlia di un mostro! Tu sei un MOSTRO!”
“Quindi sei pure russa!” urla un altro ancora, inventandomi una patria.
“Non è russa, è della Ex Jugoslavia”, corregge la maestra, e intanto scopro che sono l’unica, lì dentro, a provenire da una patria morta. Sono una ex-jugoslava, una ex-milanese, una ex-siciliana, una ex-bambina.
Mentre penso forte al mio non luogo, sotto una scapola ribolle un grumo di cheratina, sino a che un’ennesima placca cornea sbuca, ricoprendo anche l’ultimo lembo nudo della mia pelle: eccomi, adesso sì che sono un mostro. Accarezzo quella che era la mia schiena e oggi è la mia casa. Non provo rabbia, ma racconteranno che mi sono arrabbiata, che poi ho afferrato una forbice e ho tagliato l’orecchio al bambino che ancora parlava. Il bambino piange, la maestra piange, la madre del bambino è arrivata a scuola e ha cominciato a piangere: tutti mi accusano di mancanza di empatia, perché non partecipo alle lacrime e non provo rimorso. Empatia, rimorso, aggiungo due parole al mio dizionario immaginario.
Vent’anni dopo sono sempre un’ex bambina, ma vivo a Parigi.
Ogni tanto qualcuno mi scrive e mi chiede: com’è Parigi? Bella, penso, Parigi è bellissima. Faccio lunghe passeggiate nella mia stanza, e dalla stanza al bagno, e dal bagno alla cucina, e dalla cucina alla stanza. Allineo le mollichine sul tappeto, aspetto paziente, anche delle ore, che arrivino le formiche, e poi comincio a giocare con loro. Le dispongo in una scatola da scarpe, in un angolo ho creato un abbeveratoio con un tappo di bottiglia. Con la carta ho costruito dei ponti e le formiche li percorrono in lungo e in largo. A volte due formiche combattono, si alzano in piedi e vibrano forte una di fronte all’altra, sino a quando la più fragile cade a terra immobile. La raccolgo, la sistemo su una croce e tutte insieme celebriamo il funerale.
È bellissima Parigi e qui non faccio male a nessuno, scrivo di rimando a chi me lo chiede: alla mia ex madre, al mio ex padre, ai miei ex fratelli. Mi affaccio, osservo la città e trasalisco. Poi tiro le tende, torno alle mie formiche e ricomincio a giocare.
Anna Giurickovic Dato*
* Anna Giurickovic Dato è nata a Catania nel 1989, ma vive tra Roma e Parigi. È avvocato, ha un dottorato in Diritto pubblico ed è sceneggiatrice. Il suo romanzo d’esordio, La figlia femmina (Fazi Editore, 2017), è arrivato finalista al Premio Brancati 2018 ed è stato tradotto all’estero in cinque paesi tra cui Francia, Germania e Spagna, ottenendo un largo successo di critica e pubblico. Il grande me è il suo secondo romanzo.



