giovedì, Dicembre 11, 2025
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    ”Io, Felicia”, il libro sulla mamma di Peppino Impastato

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    In copertina Felicia Impastato

     

    “Io, Felicia”, oltre ad essere un efficace titolo, è il rito iniziatico della narrazione in prima persona, atroce e mordace, delle esperienze di vita non solo di una madre che ha vissuto la morte del figlio per mano della mafia ma, anche, di una donna che trasversalmente a tutti i suoi ruoli sociali, è stata capace di delineare una propria personalità scollando il suo margine etico da quello dell’assuefazione a una quotidianità molesta e grottesca da cui, perfino oggi, non è facile divergere.

    L’altra parte del titolo recita “Conversazioni con la madre di Peppino Impastato” e la scelta delle parole, dall’inizio alla fine, rispecchia la spiccata vocazione dei due autori, Mari Albanese e Angelo Sicilia, al rispetto della memoria: non è (solo) una raccolta di interviste o un memoriale o un dossier che unisce cronaca a sentimentalismi.

    Si tratta di una lunga, intensa, umanissima conversazione tra un’anziana donna, “Nonna Felicia” Bartolotta Impastato, i cui ricordi e i cui messaggi per il presente straripano dal petto, e due “militanti e artisti”, come vengono definiti gli autori nella postfazione del docente di linguistica Vincenzo Pinello, che si spogliano da qualsiasi veste formalistico-burocratica per registrare, materialmente ed emotivamente, un dialogo da consegnare alle generazioni future, a chi non c’era e, forse soprattutto, a chi non ha sentito o ha subito dimenticato.

    Il libro, edito da Navarra, si apre -e anche questa scelta ha un valore simbolico e non solo tecnico – con la prefazione di Luisa Impastato, la nipote di Nonna Felicia, in cui si afferma che “è stata lei la prima custode della memoria di suo figlio, una memoria che ha deciso di condividere”.

    Citiamo queste parole perché contengono due riflessioni dalle enormi implicazioni civiche.

    La memoria del figlio

    Nonna Felicia si è fatta carico della memoria di un figlio che ha militato contro la mafia e, poi, ha scelto di rendere pubblica e comunicabile la sua esperienza, in una società in cui (e lo sappiamo bene noi siciliani) contrastare le giurisdizioni malavitose è estremamente difficile e rischioso e si impara sin da piccoli l’arte dell’indolenza, l’esercizio al silenzio e l’autocondanna alla mortificazione dei propri ideali.

    Le due note introduttive di Albanese e Sicilia ricostruiscono, in poche e toccanti pagine, la vita nella Sicilia Occidentale a partire dagli anni Settanta in cui politica, attivismo, guerre di mafia e di antimafia inondavano la quotidianità della gente, perfino dei bambini.

    Questa lettura e le parole di Nonna Felicia (contundenti e, a loro volta, sanguinanti come uno spigolo smussato dalla materia legnosa e assorbente) colgono il lettore in una postura esile e incerta, quella di chi non si è mai avvicinato o si è allontanato da una complessa e, talvolta, respingente realtà originaria per sopravvivere, per rivivere, per rispondere al richiamo di un altrimenti che aveva nidificato nel petto di giovinezze decurtate della loro cittadinanza emotiva e ideologica.

    Espatriare da se stessi

    La decisione di espatriare da se stessi, di combattere per altre cause reca, però, una grave insidia: la dimenticanza che tutte le cause, nella loro minimalità civica, anche se sembrano in contrapposizione, coincidono o per lo meno non sono scindibili.

    La strage di Capaci, nel maggio del 1992, è stata l’occasione in cui, per la prima volta, molti bambini, me compresa, seppero cosa fosse la mafia.

    A luglio dello stesso anno, scoppiò altro tritolo, a via D’Amelio e, da ogni latitudine di Palermo, tremammo tutti. Seguirono tutte le manifestazioni antimafia a scuola, tra i più piccoli, tutti chiamati a sapere.

    Piazza Croci è un anello di congiunzione di vie e mezzi pubblici, centro nevralgico del quartiere Libertà: gli studenti passano continuamente davanti alla targa dedicata a Biagio e Giuditta, due giovanissimi ragazzi rimasti uccisi alla fermata dell’autobus, negli anni Ottanta, in un incidente provocato da una vettura blindata che ha perso il controllo.

    La città era stata militarizzata per contrastare la violenza mafiosa e, naturalmente, questo drammatico episodio creò sgomento e confusione tra la gente.

    Indimenticabili, per esperienze dirette o diffusione mediatica, furono le manifestazioni in onore di Libero Grassi, di Addiopizzo con la sua targhettina bianca e arancione che individuava chi “non voleva pagare” i soldi alla mafia per ricevere “protezione” alle proprie attività commerciali e, naturalmente, le fiaccolate per Peppino Impastato, da Terrasini a Cinisi a piedi, tutti insieme, fino alla casa dei boss mafiosi e ancora oltre, verso un futuro che non sapevamo come chiamare.

     

    “Mi devo persuadere io nelle cose”

    è una frase che, in bocca a una donna nata nella Sicilia del 1916, ha una carica tellurica smisurata e rimane di immensa e attualissima ispirazione.

    La vita di Nonna Felicia risulta di enorme impatto emotivo se si pensa a fatti trasgressivi, coraggiosi e di estremo senso civico come il rifiuto di un matrimonio combinato; la noncuranza dell’opinione del paese (“Che mi interessa dei cinisari? Parlano tre giorni e poi ci passa. La mia felicità è più importante”).

    Il senso di protezione del figlio nel pieno rispetto delle sue idee politiche (“Io voto per mio figlio! Basta! Voto Democrazia Proletaria”); la partecipazione alla rissa per aiutare Peppino aggredito per ragioni politiche (“salto addosso al bestione che stava picchiando Giuseppe e lo afferro per i capelli, solo così u potti lassare a me figghiu”).

    La consapevole ammissione della mancanza di libertà per la donna che coincideva con la fermezza dell’individuazione della sua personalità (“La libertà? Io mi sono sottomessa per il bene dei miei figli, ma quando dovevo dire le cose a me maritu non mi tiravo indietro”).

    Il dolore interiorizzato ed esteriorizzato nel corpo e nella lingua (“Mi mettevo di fronte a questa foto, la guardavo e mi veniva la tristezza e allora non avevo più lacrime e mi battevo nella testa”).

    La ”lingua” di Felicia

    L’operazione intellettuale e artistica dei due autori nel riportare i discorsi di Nonna Felicia, pronunciati in dialetto palermitano, all’interno di un registro comunicativo fruibile da chiunque, si è mossa nel duplice intento di ricostruire fedelmente la testimonianza e di mantenere il più possibile la caratura del vernacolo originale.

    Come ci spiega acutamente Pinello nella postfazione, l’efficienza del testo “trova il suo alimento anche nel profilo piano e misurato del dialogo, capace di restituire all’atonia del tratto segmentale, le tonalità prosodiche di un personaggio poliedrico ed espressivamente istrionico come Felicia Bartolotta Impastato”.

    Il civismo antimafia

    Ecco che si palesa la grande abilità autoriale (non solo inerente al piano letterale ma anche a quello spirituale e filosofico) di interpretare il “civismo antimafia” attraverso il linguaggio di Felicia, mantenendone l’impronta orale che ne rende fervidi il moto, la grazia e lo stridore sulla pagina scritta.

    Tale elaborazione ha attraversato tre fasi necessarie: una riedizione, comprensibile in italiano, della sintassi originale che ne mantenesse il ritmo dialettale; la trascrizione della comunicazione orale improntata alla conservazione della duttilità del messaggio (talvolta intimistico, talaltra politico); il rispetto della terminologia dialettale parafrasata all’interno di locuzioni che ne rendono comprensibile il senso o che ne spiegano il significato lungo il testo.

    Albanese e Sicilia sono riusciti a rendere partecipe l’italiano del dialetto di Felicia e il dialetto di Felicia dell’italiano facendo in modo che il lettore, in nessuna parte del testo, si ponesse l’atroce e divisivo problema della lingua.

     

    La relazione tra le mafie e la globalizzazione

    Non mancano dilanianti e suggestive riflessioni politiche come quella sulla relazione tra le mafie e la globalizzazione che, pur nella considerazione delle sue origini ben più antiche, svolge e spiega l’andamento frammentario e problematico della società e della civiltà contemporanee, in cui il proliferare del fenomeno criminoso della malavita organizzata si basa sulle gravissime sperequazioni sociali che investono la popolazione del territorio nazionale (cui sopperisce il boss invece dello Stato) e l’omogeneizzazione delle attività lecite e di quelle illecite nella creazione, nella conservazione e nell’accrescimento del capitale italiano (volendosi limitare alla realtà nazionale).

    La mafia è duttile

    Se oggi la mafia appare diversa, più strutturata e meno barbarica nelle azioni e negli interessi è, probabilmente, la dimostrazione di come sia duttile rispetto alle trasformazioni della società all’interno di cui si forma e sopravvive e, quindi, lo sforzo necessario, da parte del cittadino, deve essere quello di non illudersi della sua parvenza d’assente e di continuare a ricercarla (per prenderne le distanze) nelle movenze sociali che hanno a che fare con tematiche che possono sembrare del tutto separate, come l’ambiente, i rifiuti, il capitalismo disumanizzante e molto altro.

    Il malessere collettivo è ciò su cui si fonda l’illegalità

    D’altronde il malessere collettivo è la materia viva su cui si formano le derive di illegalità ma, anche, le reazioni ad esse più vive ed efficaci.

     

    La monografia su Felicia non cede al morboso descrittivismo

    L’efficacia di una monografia su fatti storici drammatici risiede nell’alludere a quei fatti senza cedere alla lusinga della profanazione del dolore, del descrittivismo eccessivo e, talvolta, morboso, tipico di gran parte del giornalismo di cronaca che, subdolamente, si insinua nel dettaglio truculento, privando i protagonisti, la notizia stessa e il lettore del dovuto rispetto alla memoria dell’orrore che appartiene esclusivamente a chi ne è stato coinvolto.

    In questa opera si assiste a un dramma, lungamente (e faziosamente) circoscritto alla sfera personale ma che riguardava e riguarda tutti, che viene richiamato, accennato, indagato ma mai abusato, non solo per la sagace caparbietà di Felicia che sembra “intendersi” con il lettore senza bisogno di ricorrere all’ostentazione della disperazione ma, anche, alla sensibile capacità dei due autori di non oltrepassare la soglia del dicibile né quella di ciò che non si può chiedere.

    Ecco che il non detto, in questa sede, diventa consapevolezza, competenza comune, comunicabile e collettivizzante.

    Il diritto alla sopravvivenza etica risulta capace di non doversi emancipare dalle radici impiantate alla propria terra e questo messaggio, contemplando la possibilità della riconciliazione tra i molteplici frammenti dell’individualismo contemporaneo, ha la potenza di una pervasiva rivoluzione civica e politica.

     

    Gisella Blanco

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