Siamo nella notte del mondo, perché il sacro è stato svenduto. «Perché i poeti nel tempo della povertà?», chiede Hölderlin.
Contro l’egemonia della tecnica, Heidegger risponde a Hölderlin con il concetto di Bezug: riferimento, gravitazione, rapporto, vocazione, nonché ritorno all’ente supremo. Questa è la natura concepita quale Lichtung: la radura, il sole che filtra tra i rami, che schiude, come in uno sbadiglio, l’apertura ad un nuovo giorno che è anche abisso, Abgrund, assenza di fondamento.[1]
Come quando al dì di festa di Hölderlin si apre con l’immagine di un contadino che contempla il campo, protetto della coltivazione: allo stesso modo, i poeti «stanno sotto benigna temperie».
Heidegger rimarca l’importanza della poesia, e del ruolo che può assumere, l’unico che realmente le spetta: raccogliere le tracce del sacro.
Come quando al dì di festa è una poesia di sette strofe di nove versi ciascuna, che affronta il tema cruciale della poesia e della filosofia: perché c’è l’essere piuttosto che il nulla? Cosa ne è di Dio e degli dèi? La natura onnicreatrice dorme, riposa.
I poeti presentono perché sanno che la natura si risveglierà. La natura dorme perché è il tempo della «notte del mondo», in cui la tecnica ha preso il sopravvento sul sentire, sul pensiero poetante e sulla poesia pensante, sulla logica del cuore.
I poeti rischiano di bruciarsi nel fuoco
In un certo senso, i poeti sono nel rischio estremo di bruciarsi nel fuoco, come Semele che era stato incenerito da un fulmine per aver visto il volto del Dio. Il linguaggio poetico perciò deve essere trasfusione e trasformazione della visione in parola, in questa trasmissione vi è la mediazione che permette al poeta di non bruciarsi.
La natura è la fenditura, lo sbadiglio, il sacro caos, che permette di accedere all’essere; sembra dormire, perché l’era della tecnica l’ha addormentata.
Hölderlin e il pensiero del sacro
Nella poesia di Hölderlin troviamo però il pensiero del sacro, dell’accesso all’essere, al disvelamento aleteico. A-leteia – dal fiume Lete, il fiume della dimenticanza – è dis-velamento. Tale disvelamento, come accesso alla verità dell’essere, nella Lichtung, è possibile soltanto attraverso la mediazione del linguaggio: tuttavia, non il linguaggio della metafisica o un linguaggio strumentale – quindi, non una lingua fredda, che si appropria di tutto per consumarlo – ma attraverso un linguaggio profetico, passivo, un linguaggio della passione.
Esclusivamente mediante la passione tradotta in linguaggio la parola poetica può accedere: può dire senza bruciare colui che dice. L’essenza della scrittura è la schiusura all’essere, è tentativo di accedere e di patire la parola, per trasmetterla – senza agirla, senza manipolarla.
La natura come Lichtung
La natura a cui fa riferimento Hölderlin come onnicreatrice è questa Lichtung: il sacro, numinoso e tremendo, è il caos quale insieme di vita e morte. Non si può scindere la vita dalla morte, e proprio questa scissione forzata è l’essenza della tecnica, esito della metafisica occidentale, la quale pretende di conservare la vita al di là delle forze della natura.
Vivendo nell’era dell’oblio dell’essere, siamo approdati alla tecnica e la tecnica rappresenta il culmine estremo dell’oblio. La tecnica è la dimenticanza ultima del sacro. La tecnica riduce ogni cosa a prodotto: «dove l’umanità dell’uomo e la cosità delle cose sono dissolte nel valore di scambio di un mercato che trasforma la Terra in mercato mondiale e che, in quanto volontà di volere, tiene mercato nella stessa essenza dell’essere.»[2]
La fine del sacro in Nietzsche
Nietzsche aveva annunciato la fine del sacro parlando della morte di Dio, dopo Nietzsche il poeta può vivere solo nella mancanza, nella nostalgia del sacro. Tale condizione è quella descritta nelle Elegie duinesi di Rilke, segnatamente l’ottava e la nona, che esplicitano in versi il concetto nietzschiano di morte di Dio: l’animale «dinanzi ha Iddio», l’uomo no. Eppure, in Rilke ritroviamo l’Angelo, come traccia dell’esistenza degli dei scomparsi: mistero in quanto tale, a sua volta alle moltitudini precluso.
Rilke e l’Aperto
Gettato in quello che Rilke chiama l’Aperto, il poeta si scopre come l’essere più esposto al sacro fuoco – alla fissione. Hölderlin sostiene che il fuoco non brucia più dal momento in cui esso è stato trasformato dal linguaggio.
Il poeta custode del linguaggio
Laddove, con le parole di Heidegger, l’uomo è il pastore dell’essere e il linguaggio la sua casa, il poeta è il custode del linguaggio, perciò è il custode della casa dell’essere. La poesia è il rischio estremo del reale, offerto senza nessuna protezione nel cammino del linguaggio, e solo in tale abbandono al sacro si supera ogni rischio.
Il poeta non è l’arrivista benpensante, in fila per premi e medaglie: il poeta è piuttosto custode dell’essere, s’incammina verso il sacro e il suo cammino è una croce, come la croce di Cristo. Perciò diventa necessario che viva nel tempo della povertà: nel tempo in cui il sacro è la schiusura all’abisso, in quanto assenza di Dio. Solo nella mediazione verso l’apertura al terribile il poeta può accedere al sacro e rendere conto delle sue tracce.
Il modo in cui Hölderlin si è lasciato travolgere dalla pazzia quale scudo contro il giudizio dei suoi contemporanei è letto da Agamben come chiara testimonianza di un’esistenza pienamente consumata nell’annuncio del tempo della povertà:
«3 Maggio. Hölderlin viene dimesso dalla clinica e affidato al falegname Ernst Zimmer e a sua moglie, che lo alloggiano nella loro casa con una torre sul Neckar. “Nella clinica… per lui andava sempre peggio, – scriverà Zimmer molti anni dopo. – Io avevo letto il suo Iperione che mi era piaciuto in modo straordinario.
Feci visita a Hölderlin nella clinica e mi rammaricai che una mente così sovranamente bella dovesse andare in rovina. Poiché nella clinica non c’era per lui più nulla da fare, il cancelliere Autenrieth mi propose di prenderlo nella mia casa, poiché non poteva immaginare un luogo più adatto. Hölderlin era ed è tuttora un grande amico della natura e dalla sua camera poteva vedere tutta la valle del Neckar e quella di Steinlach”. In questa casa Hölderlin abiterà per 36 anni fino alla morte.»[3]
«Perché i poeti nel tempo della povertà?»
Da questo verso di Pane e vino di Hölderlin prende l’avvio Perché i poeti? di Heidegger. Cos’è il tempo della povertà? Il tempo in cui Ercole, Dioniso e Cristo, i tre che sono uno, hanno abbandonato il mondo. Perciò, se in Come quando al di’ di festa arriva il momento in cui «ora fa giorno» e la natura si risveglia, in Pane e vino abbiamo l’avvento del tempo della povertà, il tempo in cui bisogna vivere nella mancanza, nell’estrema privazione.
Il cammino del poeta sulle tracce del sacro è in tale privazione.
Rilke è il primo poeta del tempo della povertà, riprende i temi di Hölderlin: la natura quale physis, come sorgente e origine: prima della divisione tra luce e buio, tra Oriente e Occidente.
Il concetto di Bezug in Rilke
In Rilke torna il Bezug concepito quale gravitazione intorno alla sfera dell’essere dell’ente: la Lightung è oltre la natura; l’Aperto è la separazione dalla natura ed è quindi possibilità di riflessione, e in tale spazio interviene l’Angelo a mantenere la possibilità di un cammino sulle tracce del sacro smarrito. Nietzsche ci ha posto di fronte alla morte di Dio, e sono proprio le tracce lasciate da questa morte a costituire il sacro quale schiusura alle vie dell’essere. L’Angelo è l’invisibile, la potenza dell’invisibile: come nell’Angelus Novus di Klee a cui Benjamin fa riferimento nella nona tesi di filosofia della storia, è la tempesta che spinge al futuro volgendo il viso alle rovine del passato.[4]
Il concetto di Bezug è inteso da Rilke quale gravitazione intorno all’ente supremo, all’essere dell’ente; questo è insieme la natura e Dio, è quanto ci getta nel rischio. Il rischio è l’essere stesso, inteso non come sostantivo ma come verbo: qui sorge la differenza tra gli animali, abbandonati alla loro sorda brama, e l’uomo – l’essere più arrischiato, perché non dispone di istinti specializzati ma del distacco, quindi della separazione da sé stesso e dal suo ex-sistere. Heidegger nella Lettera sull’umanismo dice che tale ex-sistere è l’essenza dell’uomo intesa quale estasi, estatico stare dentro, nel getto dell’essere.[5]
L’uomo, arrischiato più degli altri viventi, gettato più di loro nel mondo, scoperto, diviso dalla propria essenza, ha il compito di ritrovare tale essenza superando la ragione ordinatrice che lo conduce a porre il mondo e a disporre del mondo come di un oggetto. Forse, nonostante troppi presunti poeti, il compito della poesia è proprio questo: oltrepassare la frattura tra soggetto e oggetto, relativizzarla fino a dissolverla. Lo spoglio cammino della privazione è quanto resta laddove ci poniamo esclusivamente quali soggetti mossi dall’esclusivo desiderio di assoggettare la realtà.
Un’era sta per concludersi: vuole e deve morire. Forse, alla fine del suo disincanto, potrà sopravvivere un nuovo incantamento.
Ilaria Palomba*
Altri articoli della stessa autrice:
L’inclinazione alla minaccia di morte. Ilaria Palomba (seconda parte)
Il suicida obbedisce alla realtà. Ilaria Palomba (Terza ultima parte)
*Ilaria Palomba è scrittrice e poetessa. Classe ’87, è laureata in Filosofia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa nei centri diurni di psichiatria e presso alcune scuole; tra le sue pubblicazioni: Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-verlag, Homo homini virus (Premio Carver, 2015), Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art, Disturbi di luminosità, Deserto.
Il suo ultimo romanzo è Brama, edito da Giulio Perrone.
È ideatrice e redattrice del blog dissipatu.blogspot.com in cui svolge una ricerca sul disagio psichico.
[1] Martin Heidegger, Come quando al di’ di festa [1939], in La poesia di Hölderlin, Adelphi, Milano 1988.
[2] Martin Heidegger, Perché i poeti?, su Sentieri interrotti [1950], La Nuova Italia, Firenze 1968.
[3] Giorgio Agamben, La follia di Hölderlin, Einaudi, Torino 2021.
[4] Walter Benjamim, Tesi di filosofia della storia [1940], su Angelus novus, Einaudi, Torino 1962.
[5] Martin Heidegger, Lettera sull’umanismo [1957], Adelphi, Milano 1995.



