giovedì, Dicembre 11, 2025
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    “Sequenze per sbagliare il bersaglio”, Giulio Maffii (Pietre Vive Ed.)

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    Se il quotidiano è un subdolo oracolo che sciorina la prassi della normalità attraverso estemporanee visioni aberranti (“Un evento straordinario/-il passo secco/della sera-“), è lecito e ragionevole:

    “Raccontare la cucina la/finestra il giardino e poi gli/accenti della terra/le direzioni nulle delle cose”

    e poi, a sera, lasciare asciugare la propria sacra sindone, dovutamente imbevuta del sudore di tutta la giornata.

    Così in ”Sequenze per sbagliare il bersaglio” di Giulio Maffii, pubblicato da Pietre Vive Edizioni.

    Per poter “Estrarre l’infezione/dal corpo” è necessario distillare “certezze e santi”, individuare le moltitudini di indigeni che convivono e non dialogano con gli stranieri nella terra del corpo e “negare l’esistenza di un padre/o di un’altra tenaglia oculare” che possa annebbiare o oscurare la visione totale.

    D’altronde, “I padri vanno uccisi goccia a goccia scoloriti sulla pelle scollati non importa squartarli mangiarli”, basta nutrirsi, poi, di ciò che rimane di noi stessi.

    Il segreto del sé si annida, criptico e lugubre, “nelle distanze intercostali” in cui “ogni cosa mente” e sembra un ironico destino, autoimposto se si scovano “dentro un cassetto/pezzetti di dio”, quello di sentirsi in dovere di rovistare tra le proprie ossa in cerca della sacralità, finemente vivisezionata, della propria primigenia ontologia:

    “Quando lo troverò/avrò di nuovo otto/anni le ossa ancora/intatte sul crocifisso”.

    “La gente dorme nei palazzi/e quando dorme non si ascolta”, è simile al bisogno dell’inverno di sapere che “Non si tralascia niente di innevato/ci si prepara a germinare” ma soltanto se “la salvezza passa/da una congiunzione”, dal tendine teso alla massa in esercizio di mercanzia.

    La sensazione, tra i versi in pose matematiche di Maffii, è di rinvenire “argomenti/decisivi/sotto le/unghie sopra/il bisbiglio” attraverso quell’”asfissia/dentro gli occhi” che separa l’invettiva dalla carezza, la parabola ascendente dell’orgoglio dalla verticale del rimorso, la bestemmia dalla pulsione mistica, poiché “questo vuoto infame è tipico delle bestiole” e si può ammettere solo nell’assoluzione con formula piena della poesia.

    La lingua si mostra nella sua essenza d’equazione alla realtà ove il dato d’esperienza si destruttura nella vaghezza della percezione, il corpo si riunisce alla materia inanimata nella grande metafora della vita carnale:

    “ti partorisci/da solo nell’ustione/delle persiane/(tutto è separazione)”.

    Le figure retoriche appaiono come gli infiniti punti che formano una retta le cui coordinate, per avventura, sfuggono a qualsiasi previsione: ecco la vocazione dell’uomo alla sfuggevolezza.

    Allitterazioni, sinestesie, chiasmi grafici e letterari, ossimori, asindeti e qualsiasi altro artificio di suono e di senso si possa provare a indovinare tra le strofe dell’opera, si avrà la misura dell’immisurabilità delle intuizioni di cui si va alla ricerca nel rintocco asincrono dei tempi e degli spazi dell’esistenza.

    Ecco che si palesa, nella sua mordace drammaticità, l’architrave visiva (e visionaria) dell’opera che offre la sezione del verso in enigmatiche geometrie d’insiemi (e d’insieme). Il grafico è la cartomanzia della quotidianità, l’invocazione alla maestria e alla maestranza dell’esperienza ma è alla domanda che si giunge attraverso i percorsi guidati di frecce, le intersezioni semantiche e algebriche, le allusioni e le illusioni prospettiche, la morsa dell’indice assente e impossibile, la capitolazione suggestiva dello schema, la sagoma della carne nominata nel numero, l’obiettivo: “Niente/è definitivo/oppure inerme + Perderemo nomi = ho scritto il mio tu fai lo stesso”. Mentre il bersaglio perde l’equilibrio, sfuggiamo al colpo e rimaniamo vivi.

     

    Gisella Blanco

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