giovedì, Dicembre 11, 2025
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    Il nuovo romanzo di Amelie Nothomb, Premier Sang (Albin Michel Ed.)

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    La rentrée littéraire, il fenomeno tutto francese in base al quale tra Ferragosto e l’inizio di ottobre in Francia esce la maggior parte delle novità letterarie, anche quest’anno ha visto e vede svettare in cima alle classifiche un romanzo di Amélie Nothomb, Premier sang, edito da Albin Michel, l’editore francese con cui fin dall’esordio l’autrice belga pubblica le sue opere in Francia.

    Che cosa ci riserva l’ultimo nato nothombiano, che coincide anche il suo trentesimo romanzo, nonché centesimo manoscritto?

    Un omaggio a Patrick Nothomb, il padre dell’autrice, scomparso nel marzo 2020, all’inizio del primo lockdown, circostanza che rese impossibile alla stessa Amélie lasciare Parigi e recarsi in Belgio per accomiatarsi dal padre e partecipare alle sue esequie.

    Il lutto del ”primo sangue”

    Per chiunque rielaborare il lutto e, quindi, congedarsi dal primo sangue, il sangue delle proprie origini, quello parentale, rappresenta la sfida, l’evento per antonomasia, il confronto con il dolore supremo, uno dei più feroci e traumatici che agli esseri umani sia dato provare.

    Molti sono i modi per affrontarlo e superarlo, prendere la penna e descriverlo – narrarne – è, il più delle volte, la modalità scelta da chi scrive.  

    Naturalmente, dato che a farlo è Amélie Nothomb, possiamo, anzi dobbiamo, attenderci un libro singolare, a tratti molto crudo e addirittura impietoso, ma anche intenso e poetico, spesso grottesco e pervaso da una sagace ironia – tipica nothombiana.

    Patrick Nothomb

    E’ lo stesso Patrick Nothomb a narrarci in prima persona la propria storia, in un arco di tempo compreso fra la prima volta in cui, a ventotto anni, si trovò solo davanti alla morte  – e a un plotone di esecuzione – e a ritroso, in forza dei ricordi suscitati da quella situazione estrema, risalire alla sua nascita e prima infanzia.

    Ne esce la figura di un uomo che scelse la carriera diplomatica per passione, certo, quella per una donna in primo luogo, Danièle, che nonostante l’opposizione della famiglia paterna divenne sua moglie.

    Un ”eroe”

    Un diplomatico che al suo primo incarico, nel 1964, a Stanleyville, in Congo, negoziò per quattro mesi con dei rivoltosi il rilascio di millecinquecento ostaggi, tra i quali figurava egli stesso, e riuscì a salvarne la maggior parte: fu pertanto un eroe, anche rispetto alla propria emofobia che, per quelle vite, combatté e vinse.

    Amélie ci restituisce, inoltre, la figura del padre bambino, un ragazzino dai tratti angelici, orfano di padre ancor prima di nascere, cresciuto con una madre, bellissima ma anaffettiva, e i nonni materni, premurosi e affettuosi, che però per temprarlo un’estate lo mandarono dai Nothomb, i nonni paterni, appartenenti alla nobiltà belga più antica e blasonata, ma un po’ squattrinata, che vivevano in un castello imponente e maestoso, agli occhi del piccolo Patrick, ma che in realtà era un edificio tetro e fatiscente.

    E fu proprio in quel castello che ebbe luogo l’incontro tra un ragazzino timido, educato e benvestito e una vera e propria tribù di barbari, quella degli zii e delle zie, ancora bambini, che si rivelarono assomigliare a un’orda di Unni.

    Le pagine dedicate alla formazione ricevuta dal padre presso i Nothomb sono, al tempo stesso, le più esilaranti.

    Il capostipite Pierre Nothomb

    Pierre Nothomb, poeta e capostipite della famiglia, è un personaggio decisamente naïf, tanto è colto, raffinato e gentile con gli adulti quanto è burbero, brutale e insensibile con i bambini, i figli e il nipote – e le più dure – nel castello dei Nothomb il cibo per i bambini scarseggia, non c’è alcuna fonte di riscaldamento.

    I ragazzini sono vestiti di stracci –, ma sono anche quelle in cui la figura di Patrick si distingue ed emerge da quel contesto per grazia, acume e nobiltà d’animo.

    In questo romanzo, nel quale Amélie Nothomb cede la parola al padre facendogli narrare la prima volta in cui fronteggiò la morte e (perdonate l’anticipazione, insieme ad altre) la sconfisse, la sua scrittura si fa più intima e intensa, specie laddove ci restituisce quelli che, come è già accaduto in Soif  (Sete, Voland, 2020),  probabilmente sono i pensieri di chi vive la vertigine dello stare su quella terra di confine che separa ciò che c’è prima e dopo la morte.

    Un canto d’amore

    Nothomb scrive, proprio come già accaduto con il Gesù in agonia di Sete, parole inequivocabili che rappresentano un inno alla vita, un canto d’amore per ogni esperienza, anche la più banale e infinitesima, che essa ci riserva, invitandoci a viverla intensamente.

    Forse questo romanzo vuole anche essere un auspicio felice per Patrick Nothomb che, avendo già sconfitto la morte una volta, la possa sconfiggere anche la seconda, qualsiasi “cosa” essa rappresenti e ciò voglia dire.

    Aspettatevi la migliore Nothomb in Premier sang, ché scrive delle esperienze più personali, quindi più vere, come in alcuni romanzi che ci ha già donato: Stupore e Tremori, Sabotaggio d’amore, Metafisica dei tubi, Né di Eva né di Adamo.

    Amélie è tornata – arriverà presto anche in Italia (a febbraio presso Voland) – ed è geniale e grandiosa come mai prima d’ora.

     

    Flavia Todisco

     

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