Una tra le più alte voci della poesia italiana, Patrizia Cavalli è stata vincitrice del premio letterario Viareggio-Repaci nel ’99, finalista del premio Campiello 2020 con il suo primo libro in prosa “Con passi giapponesi” e traduttrice di diverse opere letterarie. Una produzione artistica che copre un arco temporale ampio: la sua prima pubblicazione risale al ’74 e con la consapevolezza che le sue poesie non avrebbero salvato il mondo (emblematico il titolo del suo libro d’esordio) continua, negli anni a venire, la sua scrittura, in una comunione di semplicità linguistica ed enigmatica, con uno stile contemporaneo sfrondato da qualsiasi poeticismo.

Nel 2020 porta alla luce la sua ultima silloge “Vita meravigliosa”, pubblicata all’interno della soprannominata collana bianca di Giulio Einaudi Editore. Il titolo dell’opera appare maggiormente aderente a una celata e dissimulata dichiarazione alla vita più che a una reale affermazione di esistenza sorprendente. Tuttavia è una vita che può lasciarci stupefatti e atterriti e, per questo, la poeta mette insieme un contenuto vario in una cornice anche a tratti ironica e filosofica: un magma di solitudine, un avvicinamento al tema della morte, la noia della sfera interiore, l’appartenenza alle cose di lieve entità, una irrequieta e rassegnata vita dentro un corpo e un amore che lascia il palcoscenico con i riflettori in dissolvenza. Il suo ardente bisogno di conoscere e conoscersi all’interno di un essere corpo-mente, marcatamente «quel che sono», è il punto d’inizio di un’intera faticosa introspezione. La poeta nella sua dimensione di «felice niente» ha di fronte a sé la lettura dei suoi giorni. Un senso della vita dilatato – come il suo io – non prettamente personale ma più ampio nella sua visione del mondo e delle leggi che lo governano.
«Questa timidezza, questa nuova
timidezza, io non più insediata
nel cuore di me stessa, questa
pudica modesta timidezza,
io non più spettacolo a me stessa,
soltanto spettatrice un po’ annoiata
di nuovo malinconico miracolo
che mi smarrisce di consapevolezza. »
La dicotomia di un corpo e uno spirito in continuo dialogo tra loro, nella ricerca di un ponte, di una tentata comunicabilità dentro il limbo del definire a quale regno appartenere (e a quale apparteniamo):
« […]Non più abitatrice dei miei regni
mi abita e trapassa i miei confini
un corpo senza fine trasognato.
O sensi troppo corti, lentezza dello sguardo!
Corro lungo i miei margini
e mi affatico agli argini.
Ah come contenerti?»
La difficoltà di tenere insieme tante parti di noi stessi, Patrizia Cavalli sonda il più inesplorato degli abissi: la mente. Il mistero del sé passa attraverso il «nostro attrezzatissimo cervello», come lei stessa lo definisce nei suoi versi. Tutto confluisce nella domanda (e nelle domande) che gli rivolgiamo e termina nell’incertezza che annienta e paralizza: il chiaro buio del «niente». Anche il pensiero chiede salvezza attraverso l’attenuarsi della ricerca affannosa di una risposta e per essere perfetti occorre guidare cautamente i propri pensieri per inibire ogni elucubrazione mentale: «Pensiero che non sente/non pensa veramente. Solo un forte sentire/lo costringe a capire/la necessaria verità presente.» Attivare quel sentire spesso assopito, interrompere il giudizio che come un’onda assale, ogni giorno, e nel tormento instabile dell’inseguimento di una perfezione anelata lungamente, consumarsi inevitabilmente nel desiderio e nella tortura di una mente vigile: «Sarebbe sopportabile ogni male/ se non ci fosse l’interpretazione».
«Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.
Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.»
L’amore è trasmutato in versi e, nel tentativo di dare una forma espressiva e di renderlo malleabile tra le parole, si traduce in qualcos’altro, passa attraverso filtro del raziocinio e nel passaggio diventa dolore, colpa, silenzio e distanza affettiva, in una distruttiva costruzione mentale: come una «grande architetta delle mie parole» la poeta edifica sentimenti all’interno di un io molto dimesso, umile, poco evidente.
«Mi ero incagliata dentro un cupo errore
dentro l’odore scuro del tuo corpo
dentro il silenzio del tuo cuore accorto.
Io tutti i giorni l’ho chiamato amore
e non sapevo di chiamare un morto.»
La poeta chiama a sé l’attenzione attraverso la poliedricità del linguaggio, la variazione dei registri, i neologismi, i richiami agli arcaismi, le rime baciate, la metrica del sonetto ma soprattutto custodendo nella sua raccolta un breve poemetto che in maniera irrealistica la conduce “Con Elsa in Paradiso”. L’incontro con Elsa Morante le fu determinante: sua amica e mentore quest’ultima fu tra le sue prime estimatrici, colei che la consacrò ‘poeta’ tracciandole il destino negli anni a venire. La preferita, la prescelta, si consuma in lei un forte desiderio di essere considerata la prediletta. Per questo nasce il suo poemetto premonitore: altre voci ostinate, in lontananza, cercano l’assenso per essere condotte con Elsa in Paradiso ma la prima è Patrizia Cavalli «per chissà quale grazia immeritata».
Serena Mansueto



