Dopo il fortunato e struggente Resto qui, storia dell’attaccamento al paese natìo, ispirata all’autore dalla vista del vecchio campanile sommerso di Curon, nel lago di Resia, Marco Balzano, con Quando tornerò, ( Einaudi, 2021 ), ci regala una storia in un certo senso speculare: invece del desiderio di rimanere, la scelta di andarsene. Partire per cercare di dare ai propri figli migliori opportunità di vita. In entrambe le storie è centrale il rapporto con i luoghi, un rapporto che viene condizionato e sconvolto da pressanti forze esterne (se nel precedente libro erano questioni belliche e politiche, qui si tratta per lo più di bisogni economici).
Di questo «romanzo familiare a tre voci» che affronta la contemporanea migrazione al femminile delle cosiddette “badanti” e le molteplici implicazioni che questa comporta sul piano familiare e affettivo, abbiamo parlato con Marco Balzano nell’intervista che segue.

Leggendo i tuoi ultimi romanzi si ha l’impressione che ami raccontare storie che ci riguardano ma che preferiamo ignorare. La letteratura serve a far volgere lo sguardo là dove non si vuole guardare?
Ci sono ovviamente vari modi di intendere la letteratura, il mio, ad oggi, è senz’altro questo. Mi piace portare il lettore di fronte a un mondo o a una situazione che non conosce o che credeva di conoscere. Questo aspetto euristico della letteratura mi sta molto a cuore. Le questioni che propongo sono per me un’urgenza del nostro presente e sento una spinta di indignazione, per usare una parola cara a Pasolini, di fronte al silenzio che le schiaccia. Ma le questioni sono anche delle metafore che riguardano le dinamiche dell’esistenza al di là del tempo in cui avvengono i fatti. Non ho mai amato i libri di denuncia, i romanzi a tesi, gli instant book, ecc. Quando scrivo un romanzo sogno che resti anche in un futuro in cui le questioni da affrontare saranno altre.
Scrivere è anche riconoscere una sorta di insufficienza della realtà. Ma nel tuo scrivere “storie civili” che spazio hanno l’invenzione e la fantasia?
Uno spazio molto ampio. I miei personaggi e le loro vicende sono sempre inventate, altrimenti non sarebbero romanzi e altrimenti non mi divertirei. È vero, però, che la fantasia non è l’unica freccia di cui deve disporre uno scrittore. Credo che l’invenzione debba poggiare sempre su una conoscenza quanto più possibile sicura della realtà: solamente così la nostra immaginazione può non generare ulteriori stereotipi.
”Quando tornerò” lascia ai margini la figura maschile, intendo quella del padre, e si sofferma sul complesso legame tra madri e figli. Un rapporto che nasce con una forte unione, una vera e propria simbiosi, ma che si evolve sempre fino a un distacco, un cordone ombelicale da recidere perché i figli possano iniziare la loro vita adulta. Questo distacco nel caso di Daniela e dei suoi figli accade troppo presto e in maniera traumatica. Ma Daniela, secondo te, è una madre che ha assolto il suo compito?
Noi proviamo ad assolvere i nostri compiti e provando, inevitabilmente, commettiamo degli errori, perdiamo dei pezzi per strada, siamo assaliti da dubbi: questo è, appunto, inevitabile. Daniela cerca di fare tutto ciò che può, il problema sta nel fatto che quello che per lei è giusto ed è bene non coincide sempre con l’idea di giusto e di bene che i suoi figli, crescendo, maturano. Quando tornerò è la storia di una famiglia che si ama ma che paga a caro prezzo la distanza che li divide. Una distanza fisica che diventa, necessariamente, anche una distanza di empatia, di condivisione, di dialogo.
Le donne come Daniela per prendersi cura delle nostre famiglie rinunciano a prendersi cura delle loro. E l’impatto emotivo è da ambo le parti molto forte. Nel libro si accenna alla sindrome detta «Mal d’Italia» e al fenomeno degli orfani bianchi. Spiegaci meglio.
Nel romanzo se ne parla più che altro nella nota finale, dove ho avvertito il bisogno di raccontare al lettore come è nata questa storia. Siamo di fronte a un cambiamento importate, sia perché le donne migrano e si spostano molto più che in passato, sia perché questi loro spostamenti implicano la solitudine dei loro figli. Il Mal d’Italia è il disagio psicologico che consegue a questa lontananza forzata. Daniela però è una donna forte, accusa il colpo ma lo regge. La spinta a raccontare questa storia nasce anche dalla convinzione che queste donne sono coraggiose, creano emancipazione, aggiustano il mondo, portano speranza, sanno farsi ponte tra ciò che lasciano e ciò che incontrano. Provo molta ammirazione per la loro tenacia.
La storia di queste donne racconta di riflesso anche la nostra, il modo in cui è cambiata la nostra società e il nostro rapporto con gli anziani, i disabili, i bambini, insomma con quelle persone non più o non ancora “produttive”.
Abbiamo bisogno di cura e per mantenere i nostri livelli di socializzazione, realizzazione professionale e produzione, avvertiamo la necessità di affidare ad altri questo aspetto cruciale della nostra vita, che coinvolge direttamente i nostri affetti più cari. È un cambiamento recente del mondo occidentale: a me non importa indicare responsabilità, mi importa costringere a un esercizio di empatia il lettore e mettere in evidenza il sacrificio che certi lavori implicano nella vita di altri esseri umani.
Senza svelare troppo la trama, trovo l’immagine del boomerang estremamente potente e simbolica. Rappresenta anche, per Daniela e per la sua famiglia, il raggiungimento di una nuova consapevolezza, ossia di un legame più maturo, che grazie a un percorso di emancipazione, non teme più la distanza?
Mi piace molto la tua interpretazione, ma preferisco non commentarla. Amo i finali aperti proprio per lasciare la palla al lettore, che coi suoi strumenti e la sua sensibilità prova a far risuonare la storia dentro di sé e a immaginarne un futuro. Che una storia resti dentro di noi dopo che la lettura è finita è forse la più grande ambizione di ogni scrittore. E io non faccio eccezione.
Antonella Falco



