Tentare di scrivere un’autobiografia attraverso il racconto delle case in cui si è vissuto. Un’idea geniale, venuta ad Andrea Bajani che la mette in pratica nel suo ultimo romanzo, Il libro delle case (Feltrinelli, pp. 252, € 17, 00), già candidato al Premio Strega.

Il libro delle case
Settantotto quadri domestici per una quarantina di abitazioni: alcune, infatti, tornano più volte nella narrazione (come Casa di Famiglia, Casa di Parenti, Casa del sottosuolo, Casa sotto la montagna).
Altre invece ricorrono una volta sola ( Casa della felicità, casa di Nonno mai esistito, Casa delle parole, Casa del gasometro). Tuttavia non sempre si tratta di case nel senso letterale del termine: Casa della voce, ad esempio, è una cabina telefonica; ma c’è anche Casa di Tartaruga, ossia il carapace, l’esoscheletro di questo animale con cui l’autore giocava da bambino e che rappresenta una felice intuizione paradigmatica: una bestiola che porta sulle spalle la propria casa è il solo animale presente in un libro che parla di case.
Casa rossa con le ruote
L’automobile, una Renault 4, in cui è stato rinvenuto il corpo senza vita di Aldo Moro, Casa semovente di Famiglia è una Panda. Più metaforicamente, Casa del persempre è l’anello nuziale, Casa del risparmio è un conto corrente bancario, mentre Casa dei ricordi fuoriusciti è un non-luogo onirico e metanarrativo.
La cronologia dei vari capitoli non è lineare per cui la lettura si svolge come la graduale e progressiva ricomposizione di un puzzle. Di tanto in tanto, tra un capitolo e l’altro, vengono inserite immagini di mappe catastali.
”Io”, il protagonista del romanzo
La narrazione è impersonale fino all’estremo, tanto che la voce narrante, nonché il protagonista della storia, parla di sé in terza persona ed è designato dal semplice pronome “Io”. Allo stesso modo, tutte le figure che compaiono nel romanzo sono designate con un nome comune o con una perifrasi: per cui accanto a “Io” troviamo di volta in volta “Madre”, “Padre”, “Sorella”, “Nonna”, “Moglie”, “Bambina”, “Tartaruga”, “Parenti”. La donna sposata con cui il protagonista ha una relazione da ragazzo è “Donna con la fede”.
La storia incontra la grande Storia
La narrazione privata incontra la grande Storia nazionale e pubblica nel caso di due antonomasie, peraltro molto chiare: “Prigioniero”, a indicare Aldo Moro, e “Poeta”, per Pier Paolo Pasolini. Questo modo di indicare i personaggi e in generale questo atteggiamento distaccato potrebbe rendere il romanzo ostico e, a tratti, addirittura respingente, se non fosse per il fatto che la prosa tocca in alcuni punti delle vette di bellezza sublimi grazie alla maestria immaginifica dell’autore.
La biografia che emerge dal susseguirsi del racconto delle case è la seguente: il protagonista nasce a Roma nel 1975 da una famiglia che sembra avere rapporti discontinui e conflittuali con il resto del parentado, in particolare la figura di Padre appare spesso irascibile e intorno ad essa si addensano molti contrasti. Appunto per una non meglio precisata vicenda, forse di carattere politico, che coinvolge Padre, la famiglia è costretta a trasferirsi in una appartata località di montagna.
Io compie gli studi a Torino, ha una storia d’amore clandestina con una donna sposata e più grande di lui e si sposa poi con una coetanea già madre di una bambina, il matrimonio però va in crisi e fallisce e Io torna a Roma.
Nei capitoli finali è adombrata la pandemia di Covid-19. Molti aspetti di tale biografia rimangono, peraltro, avvolti nel mistero: qual è la storia politica di Padre? Perché la famiglia ha dovuto nascondersi? E perché tra Io e Sorella non intercorrono buoni rapporti, anzi sembra non esserci rapporto alcuno, tanto che in alcuni momenti – specie nei capitoli che vanno sotto il titolo di Casa dei ricordi fuoriusciti – sorella sembra essere addirittura oggetto di rimozione da parte del protagonista?
La vita di Io, di per sé, non ha nulla di eccezionale e d’altra parte quello che all’autore interessa indagare è il rapporto tra le persone e i luoghi in cui vivono, gli spazi che abitano.
Andrea Bajani prende il genere ormai abusato dell’autobiografia e lo trasforma in qualcosa di insolito e nuovo, difficile dire se si tratti di un’evoluzione del genere o di una sua involuzione, se sia un omaggio o un modo per smantellarlo e decostruirlo, certo è che l’esperimento, per quanto interessante, non mancava di rischi e avrebbe potuto risolversi in un cocente fallimento. Ma così non è stato e Bajani ci consegna un libro che prende forma e si costruisce attraverso una serie di assenze, prima fra tutte quella del protagonista, la cui lontananza dai fatti narrati diviene una sorta di profilassi sentimentale. L’io narrante persevera nella sua tecnica straniante e tuttavia ipnotica per il lettore. Compassato fino a risultare impassibile, sembra quasi redigere un verbale tanto non vi è posto nel racconto per effusioni o cedimenti alla passione. Lapidarie sono in tal senso clausole poste a conclusione di alcuni passaggi, quali:
«Non si dica altro, sarebbe retorica patetica o colore».
«Non si dica altro. Si lasci traccia scritta che tutto questo è stato».
«Dire di più sarebbe soltanto non resistere al pettegolezzo».
Il dispiegarsi dei fatti è affidato alla fredda descrizione degli ambienti, come in questo passo, intitolato Casa signorile di Famiglia, 2018, che ne è un esempio lampante e racconta la fine del suo matrimonio:
«Aperta la porta, quello che io vede sono soprattutto le pareti. Svuotare una casa è restituirle i muri, riconsegnare all’alloggio lo scheletro della muratura, laddove abitare è invece negare la costruzione, trasformarla in spazio (le immagini appese dicono “Guarda noi, non guardare quello che sta sotto”). Lo svuotamento di una casa è il momento di protagonismo per i chiodi, concepiti per vivere nascosti, e che compaiono alla luce solo in questi casi. Fuoriescono dalle pareti come antenne di lumache, si protendono per vedere: sono gli occhi del mattone, vedono che non è rimasto più nessuno».
La cronologia discontinua dei capitoli, cui già si è fatto cenno, è particolarmente evidente proprio nella narrazione relativa al rapporto con Moglie: il capitolo che fa intuire la fine del legame, ossia quello appena citato, è il 41esimo a pagina 138, mentre la scena del matrimonio si colloca una ventina di pagine dopo, per l’esattezza a pagina 157, nel capitolo 47, intitolato Casa della felicità, 2009.
Casa del persempre, 2010
A pagina 120 si trova invece il capitolo Casa del persempre, 2010, numerato come 35esimo: la casa in questione è l’anello nuziale, descritto nelle sue misure precise di circonferenza, diametro e peso.
Io è l’«inquilino» di tale casa e da quando la abita
«sente quanto è rassicurante avere sempre un tetto sulla testa»,
e continua affermando che «gli basta questo per andare lancia in resta dentro il mondo, per non temere le intemperie, per sentirsi protetto dalla neve, dal freddo e alla pioggia. Gli basta, di tanto in tanto, camminando, parlando con qualcuno, toccare le pareti con la mano, passare le dita sopra il tetto, per controllare, di fatto, che la casa sia ancora lì».
L’efficacia del racconto è data tutta dall’interazione del soggetto con gli oggetti, gli spazi, le architetture, in questo caso la fede nuziale, con cui entra in contatto e che maneggia o abita. Lo spazio prevale nettamente sul tempo e il susseguirsi di brani disgiunti cronologicamente, come in un montaggio cinematografico che proceda per salti temporali, sembra suggerire l’idea che la realtà non è affatto qualcosa di organico e coeso ma un avvicendarsi slegato di scene disgregate e discontinue, di quadri incongruenti che possono solo anelare a un ordine sistematico e coerente.
Una visione d’insieme ordinata secondo nessi logici e cronologici, per l’uomo contemporaneo, può presentarsi solo come meta, come orizzonte, ma mai come dato acquisito una volta per tutte, e questo è sintomatico dell’insensatezza entro cui si dibatte e alla quale, forse, si è in parte rassegnato.
Noi siamo anche i luoghi
In questo romanzo così singolare per costruzione, stile e potenza immaginifica, Andrea Bajani dimostra come noi siamo anche i luoghi, gli spazi, le architetture, sia reali che interiori, che abbiamo abitato, abitiamo e abiteremo e che chiudersi alle spalle la porta di una casa vuota non è mai un gesto innocente e scontato.
Antonella Falco



