«Sono il figlio tardivo di un figlio del Novecento. Ci separavano cinquantaquattro anni d’età e lui fu per me un padre vecchio. Lo conobbi nella sua discesa, mentre io invece salivo. Il nostro incontro era destinato a fallire. Mio padre mi cadeva addosso e io mi scansavo».
Inizia con queste parole la nota posta a conclusione di Storia aperta, l’ultima voluminosa fatica letteraria di Davide Orecchio. Con Storia aperta Davide Orecchio mette in atto il suo personale tentativo di fare i conti narrativamente con quel secolo lunghissimo – sebbene siamo ormai adusi a definirlo breve – e ricco di eventi epocali che è stato il Novecento. Ma è anche lo sforzo di un figlio per meglio mettere a fuoco e comprendere la figura paterna.

Alfredo Orecchio/Pietro Migliorisi
Quel padre, Alfredo Orecchio (1915-2001), firma autorevole di Paese Sera, della cui giovinezza e, più in generale, del cui passato, il figlio ignorava quasi tutto. La Storia di Orecchio racconta dunque la vicenda esistenziale di Pietro Migliorisi, eteronimo, alter ego, proiezione del padre dell’autore. Uomo reale e al tempo stesso “fantasma”, Migliorisi è un personaggio che Davide Orecchio segue, e insegue, da molti anni.
Davide Orecchio
Storico di formazione e scrittore per vocazione (e per nostra fortuna e diletto, dato l’innegabile e originalissimo talento), Orecchio esordisce nel 2011 con la raccolta di racconti Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi 2011, il Saggiatore 2018). Una di queste sei biografie, che mescolano, com’è d’abitudine per l’autore, rigorosa documentazione e invenzione narrativa, si intitolava proprio Episodi della vita di Pietro Migliorisi (1915-2001). In quell’occasione Orecchio scriveva: «Ne racconterò frammenti, presto sarò all’altezza dell’Intero. Domani. Non ora. Aspettatemi».
”Bambini diacronici”
La parabola umana di Pietro Migliorisi, e di Alfredo Orecchio, è quella comune alla generazione dei «bambini diacronici». Con questa felice definizione Davide Orecchio indica la generazione che ha attraversato e vissuto il Novecento: i bambini diacronici sono immersi nella diacronia storica, sono permeati di Storia, la vivono non solo come testimoni e spettatori ma anche come attori e protagonisti. Tuttavia sono detti «bambini» perché in loro è presente, e permane, una componente fortemente istintiva e quindi, in un certo senso, infantile, ravvisabile nel modo in cui hanno affrontato le varie vicende del secolo breve.
L’illusione del mito fascista
Illuso dagli ideali fascisti, il giovane Migliorisi parte volontario per la campagna d’Africa, salvo poi essere travolto dall’orrore di una violenza gratuita e prevaricante. Ma prima di prendere le distanze dal regime dovrà passare attraverso la disfatta della campagna d’Albania, essere coinvolto nell’attentato per uccidere Galeazzo Ciano, scontare il confino e la guerra nella sua Sicilia. Solo dopo arriverà il lento e tormentato riscatto attraverso la Resistenza, combattuta non sulle montagne, ma nello spazio urbano della capitale occupata dai nazisti, tra atti di guerriglia e feroci rappresaglie. Fino all’iscrizione e alla militanza nel Partito Comunista.
Il Comunismo
Migliorisi vede nel Comunismo, e nei suoi capi, Stalin e Togliatti, una nuova figura paterna in grado di dargli speranza nel futuro nonché una collocazione precisa nel mondo: una casa, una grande famiglia internazionale, nella quale riconoscersi e in cui poter crescere, come uomo e come scrittore. Migliorisi (allo stesso modo di Alfredo Orecchio), cerca un padre che non troverà mai del tutto. Orfano prima di Mussolini, poi di Togliatti, vedrà frustrata la propria aspirazione a diventare scrittore di successo, lasciando una quantità di manoscritti e di diari, senza mai dar vita a quel «gigante d’inchiostro» tanto agognato.
La nuova famiglia comunista, d’altronde, non gli risparmierà amarezze e delusioni: costretto ad assistere all’“ossidazione” del comunismo tragicamente rivelata dai fatti di Budapest e Varsavia, a dover scegliere tra Togliatti e Di Vittorio, vedrà susseguirsi cambiamenti, rivoluzioni e svolte fino agli anni Ottanta, alla caduta del Muro di Berlino e alla rinuncia al nome, per poi assistere alla discesa in campo di Berlusconi e all’avvento al potere delle nuove destre.
Sempre ossessionato dalla domanda:
“Ho ucciso il mio fascismo? Sono un buon comunista?”
E mentre si va svolgendo la grande Storia, si dipana anche quella personale di Migliorisi: le nozze con Michela, la nascita del figlio (che non vedrà crescere), la fine del matrimonio perché, almeno apparentemente, la moglie non gli perdona il tradimento degli ideali fascisti, fino al disvelamento finale di una verità tragica e inconfessabile.
Il caso Wilma Montesi
Un caso di cronaca nera, quale il ritrovamento sul litorale ostiense del cadavere della giovane Wilma Montesi (morta suicida o assassinata?), avvenuto il 9 aprile 1953, seguito da Migliorisi in veste di giornalista, diviene emblema di un Paese che non ha fatto ancora i conti con il proprio passato, portando sotto i riflettori il mondo corrotto, edonista e vizioso della cosiddetta aristocrazia nera e dei suoi rapporti più o meno illeciti con gli esponenti di spicco della politica romana.
I fantasmi di questo passato non ancora esorcizzato in maniera definitiva tornano ad affacciarsi nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970: data del tentativo di golpe fascista messo in atto da Julio Valerio Borghese, il cui fallimento resta ancora avvolto nel mistero. Sono episodi come quello di Wilma Montesi che inducono Migliorisi a trarre delle amare conclusioni, vale a dire che «l’odore del regno» è ancora «dappertutto»:
«Avvocati, magistrati, poliziotti, imputati: ce l’hanno addosso. Non c’è personaggio di questo processo che non affluisca dal regno. Non c’è protagonista di questa storia che non abbia trovato il suo slancio nel regno. I doppiogiochisti, le spie, i seviziatori. I puttanieri, i questori, gli spacciatori. La società del processo è nata nel regno. Ogni fortuna è stata costruita laggiù. Dal poliziotto al penalista al marchese. Nel mondo di sotto, nel mondo di mezzo, nel mondo di sopra: si beneficia di una propulsione fascista. Il regno persiste. I fascisti prevalgono. […]
Vivono i figli della violenza
Wilma Montesi infatti è morta nell’acqua, ma nessuno sa chi l’ha uccisa. Non serve a molto che la notte tu sussurri che non sei più fascista. Fuori si schiera un esercito. Quelli che vengono dal regno fanno carriera. Quelli che l’hanno combattuto la perdono».
Documentazione minuziosa
In appendice al libro si colloca una corposa sezione di Materiali, in cui sono elencati minuziosamente, le Fonti e gli Autori e opere che costituiscono la struttura portante del romanzo. Storia aperta è infatti una narrazione di fantasia avente però le fondamenta ben piantate nella veridicità storica. Orecchio ha compiuto un certosino e capillare lavoro di documentazione. La sua ricerca non lascia niente al caso.
Le fonti
La restituzione delle fonti è tale che ogni fatto narrato, ogni episodio, ogni evento possa essere riconducibile a un testo preesistente: dai tanti e vari manoscritti lasciati da Alfredo Orecchio ad articoli di giornali, fino ad arrivare a un nutrito gruppo di autori il cui contributo, nell’economia del romanzo, viene minuziosamente resocontato. I nomi sono davvero tantissimi: Ennio Flaiano, Angelo Del Boca, Giorgio Amendola, Carlo Cassola, Pietro Ingrao, Franco Calamandrei, Giaime Pintor, Miriam Mafai, Luca Canali, Felice Chilanti, Carla Capponi, Ruggero Zangrandi e molti altri.
La storia dell’Italia del Novecento
Con Storia aperta Davide Orecchio prova, abbiamo detto, a ricostruire la storia paterna e, con essa, la storia dell’Italia del Novecento. Quello che ne esce fuori è probabilmente il rendiconto di un doppio tradimento: quello del Secolo nei confronti degli ideali e delle speranze dei propri figli e quello dei figli nei confronti del Secolo che pure aveva lasciato intravedere delle possibili strade, per l’attuazione di tali ideali, che loro non hanno saputo percorrere o percorrere fino in fondo.
Un secolo ancora aperto
Naturalmente fare i conti con la storia italiana del Novecento, per uno storico di formazione come Davide Orecchio, significa anche avere piena coscienza dell’inesauribilità del tentativo di comprensione. Raccontare non vuol dire dunque pretendere di esaurire il discorso, chiudere i conti una volta per tutte è probabilmente impossibile, specie per una generazione, come quella dei quarantenni e dei cinquantenni di oggi, troppo invischiata con la parabola di un secolo ancora per molti versi “aperto” e di un Paese che più volte si è rivelato geneticamente incapace di fare i conti con il passato.
Conclusioni
Per questo non vi poteva essere migliore scelta stilistica di quella operata da Orecchio che in alcuni passaggi chiave adotta una prosa paratattica, franta, reiterante nei suoi mantra incessanti. Una lingua-martello che continua a battere sullo stesso chiodo, un disco rotto in cui la voce si spezza sempre nello stesso punto. Così, di questo Novecento, a noi sembra quasi di percepirne il respiro, ne sentiamo gli affanni e gli scatti, le stasi e le impennate, le rovinose cadute e le ascese più ardite.
Una volta chiuso il libro siamo consapevoli che la storia davvero rimane aperta, un’eredità e un testimone da consegnare ai figli, con la certezza, però, che averla maneggiata con gli strumenti della letteratura abbia giovato a conferirle un respiro più vasto e una prospettiva più profonda e emozionante.



