Il gesto dis-ordinante della gentilezza
Appare quasi come un epistolario auto-indirizzato la lunga serie di mini-saggi contenuta nell’opera “Questo immenso non sapere” di Chandra Candiani, edita da Einaudi nel 2021. E si percepisce, sin dalle prime battute, tutta la coscienziosa diligenza di chi, occupandosi degli altri, impara a curare sé stesso:
“Così, in tempi che falciano, non è vergogna sentire frammenti di gioia e dedicarli a chi soffre, anche a noi certamente, ma è difficile, anche se non impossibile, che un postino scriva a sé stesso”.

Non c’è paura del disordine, anzi, si celebra la postura dell’individuo che vive e, vivendo, si stropiccia: “Un libro disordinato è un invito alla sovversione”.
Verso il regno animale e vegetale
La dedica iniziale è “agli asini” ma, a ben vedere, lungo tutto il testo sono presenti continue dediche a elementi naturali, minerali e animali in uno spirito panico altamente coinvolgente benché del tutto calato in quella sospensione temporale che è il momento storico-sociale che si sta vivendo:
“Gli animali mi hanno aiutato. Erano tutti lì, silenziosamente piantati nella vita a ricordarmi una forza naturale, non coltivata. Un voler vivere, perché si fa così, perché lo dicono le cellule. Mentre io vengo da un luogo dove voler vivere era considerato volgare, codardo, e invece autodistruggersi avventuroso ed elegante. Ho obbedito agli animali”.
Se dedicare un pensiero, un’attenzione o un sentimento di gratitudine significa dedicarsi all’oggetto della propria attenzione, la tensione meditativa che, dall’interno, si rivolge all’esterno dell’uomo, è presa di coscienza, posizione eretta nell’esistere come essere in continua relazione con gli altri, umani e non.
Una perpetua meditazione non ascetica
Ciascuna riflessione contenuta nell’opera è frutto di una profonda e lunga meditazione che non ha un carattere prettamente religioso o specificamente filosofico: i mini-saggi attingono la loro vivacità dal moltiplicarsi dei punti di vista che emergono dall’elaborazione dell’esperienza – propria e altrui- e edificano un monumento di accoglienza del sé ove si trova spazio per accogliere ogni altra cosa.
La “familiarità con il non sapere”, competenza sul non avere competenze, è il punto zero del percorso sulla percezione di sé stessi e del proprio ambiente:
“Una buona pratica, preliminare a qualunque altra, è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi”.
L’autrice svolge il concetto di ricerca dell’“impersonalità” in ogni testo, anche quando non la nomina esplicitamente: “Impersonalità non è diventare invisibili e innocui, ma innocenti, consapevoli della propria fragilità e della propria capacità di nuocere, consapevoli del c’è”. Scrivere e concepire la fiducia, oggi, è un atto sovversivo, soprattutto da parte di una donna che è stata una bambina solitaria: “prediligevo il muto e vedevo attraverso l’opaco”.
Dal ricordo all’insegnamento umanistico
Molti ricordi di Candiani si trasfigurano in riflessioni spirituali che attingono da un magmatico e irrefrenabile flusso di coscienza la loro vibratile resistenza allo scetticismo attuale.
Si ritrovano plurimi riferimenti al Buddha e alla filosofia buddista ma in nessuna parte dell’opera si incorre nel tipico partitismo religioso che si manifesta nella cesura con il pensiero diverso e nell’esclusione della veridicità dell’altrui credenza: l’impianto etico-ideologico buddista rappresenta uno spunto di riflessione, certamente valido e attuale per l’autrice ma mai posto in modo normativo e definitivo.
Lo spirito di universalizzazione
Perfino quando Candiani menziona nomi specifici inerenti alla dottrina buddista, come le quattro dimore divine, le illusioni mondane, la postura di non paura e il karma, sembra non farlo mai con spirito di proselitismo o di volontà di affermazione della superiorità delle sue idee.
La sua scrittura è una continua ricerca del senso intimo e nascosto delle cose – la sua poesia lo conferma da decenni – e racconta di quello spirito di universalizzazione che, lungi dall’essere il contrario dell’individuazione, si concretizza in una costante tensione alla congiunzione ideale di ogni singolarità in un plurale serenamente multiforme: “ il cuore è di tutti, non c’è solo un cuore mio o tuo o suo: c’è un cuore che non appartiene a nessuno e risuona, è impersonale e fluido, è, senza proprietari”.
La pandemia e la sopravvivenza etica
La narrazione dell’avvento del Covid nella vita della società contemporanea – che, tra le altre cose, ha insegnato una percezione più profonda dell’esistenza di tutte le altre società contemporanee oltre quella a cui si appartiene – è un percorso verso la compassione in cui si è imparato a piangere non solo per se stessi:
“il Coronavirus siamo noi, indifferenti alla distruzione del pianeta”
e ancora “Ecco la compassione, che non è consolazione né pietà: è accompagnare (non spingere) al bordo del baratro e dire: «Senti, senti cosa dice»”.
La pandemia è una condivisione di solitudini, un’offerta all’altro della propria capacità di essere tristi e di poter “tremare insieme”. Naturalmente, è d’uopo osservare come questi virtuosismi etici non siano validi e possibili per ciascuno e in ogni caso ma l’atto di scriverne, di prenderne consapevolezza e di raccontarli con parole delicate e prive di manierismi moraleggianti è, forse, uno dei modi più efficaci per non dimenticare che quel disordine sovversivo portato dalla parola filosofica e da quella poetica (spesso, in realtà, coincidenti) è il segno di gentilezza necessario alla sopravvivenza.
Gisella Blanco



