Machiavelli distingue due fonti di paura una buona, feconda, l’altra cattiva, infeconda: la paura di essere citati in pubblico giudizio produce effetti benefici, invece la paura di essere uccisi per strada senza ragione è la rovina della libertà, poiché presuppone che solo un tiranno, un despota – quello che sarà poi il leviatano hobbesiano – possa mettere a freno gli impulsi fratricidi della popolazione.
Il caos non è nulla di benefico, genera spinta ordinatrice, autoritaria; bisogna sempre difendersi da un caos che non genera iniziativa politica.
Bisogna domandarsi se il potere si indebolisca quando è stato generato il massimo del caos, o quando invece il popolo si organizza in istituzioni
L’iniziativa non è solo una lotta fatta di secessione e diserzione, ma può essere fondamentale spinta di perfezionamento al regime misto, grazie proprio ai tumulti che non si risolvono in guerre fratricide.
Hobbes nel De Cive e nel Leviatano
La paura di rischiare la vita – come sostiene Hobbes nel De Cive e nel Leviatano – è il motore primo della tirannia o – come diremmo oggi – della dittatura. Tutti contro tutti siamo in larga misura dominabili e perennemente ricattabili. La paura ci civilizza, spinge a fare a meno del nostro conatus, della nostra spinta vitale, perché qualcun altro organizzerà la violenza al nostro posto. L’appetito, se non si sfoga, si accumula ed esplode malamente.
Lefort, Machiavelli e la verità effettuale
Lefort, nel saggio Machiavelli e la verità effettuale, sostiene che l’attenzione del filosofo fiorentino nei confronti dell’antica Roma sia legata a una concezione essenzialmente materialistica della vita, delle forze in campo nell’iniziativa politica; e nota come le leggi siano generate dalla congiuntura di caso e necessità, dunque, guidate dagli eventi.
La disunione
«Machiavelli osserva come la grandezza di Roma non dipendesse da una legislazione saggia, ma fosse stata costruita con l’aiuto degli eventi. La bontà di una costituzione, ci viene suggerito, non risiede necessariamente nei princìpi che hanno presieduto alla sua formazione, e il tempo non è per forza un fattore di corruzione. I fortunati eventi di cui beneficia Roma vengono ricondotti ai conflitti tra il Senato e la plebe, fino a vedervi la fonte della grandezza della Repubblica e a celebrare la virtù della discordia – la disunione.
Machiavelli si leva allora contro l’opinione comune, l’opinione de molti, e afferma in prima persona (io dico) che “coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano”.
Rovesciando la tesi tradizionale, la quale vede il segno della saggezza delle leggi nella loro capacità di arginare i desideri della moltitudine, Machiavelli ritiene fecondi tali desideri, quando sono il frutto di popoli liberi, precisando che “rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e’ nascono, o da esse oppressi, o da suspizione di avere ad oppressi”.
L’idea della legge viene quindi separata dall’idea di misura
Essa non dipende più necessariamente dall’intervento di un’istanza ragionevole. Piuttosto, la legge si rivela legata alla dismisura del desiderio di libertà – un desiderio che è certo impossibile separare dagli appetiti degli oppressi, continuamente logorati dall’invidia, ma che tuttavia non si riduce ad essi, perché nella sua essenza esso è pura negatività, rifiuto dell’oppressione, desiderio d’essere e non d’avere.
Infine, in uno degli ultimi capitoli del primo libro, al termine di una lunga discussione sulla natura della moltitudine, Machiavelli non esita ad attaccare proprio Livio – “Tito Livio nostro”, come lo chiama – e con lui tutti gli altri storici, per affermare che “la moltitudine è più savia e più costante che uno principe”»[1].
Repubblica tumultuaria e libertà
Per concludere, è evidente in Machiavelli il rapporto di reciproca implicazione tra repubblica tumultuaria e libertà, ma è altrettanto evidente che non si tratta di una libertà dell’individuo, come libera iniziativa del soggetto – oggi diremmo impresa – ma di una libertà collettiva, che va conquistata, costruita, va addirittura appresa, è frutto di educazione, prassi, esercizio, insegnamento. Inoltre non esiste libertà senza istituzioni, o meglio, è possibile chiamare la libertà in tal modo solo se garante di istituzioni e solo nella misura in cui tali istituzioni siano garanti di equilibrio – che non significa concordia – tra le fazioni avverse.
Il desiderio di avere e il desiderio di essere
Pur nella discordia e nel tumulto non deve prevalere il sangue, essenziale è invece l’esercizio alla mediazione, che permetta di mantenere equilibrio tra i due desideri, o appetiti, avversi: il desiderio dei grandi di dominare ed espandersi, e il desiderio del popolo di non essere dominato; in ultimo, il desiderio di avere e il desiderio di essere.
Ilaria Palomba*
[1] Lefort, Machiavelli e la verità effettuale, testo inedito, Moodle, Filosofia sociale 2021/2022, Roma Tre
* Ilaria Palomba è scrittrice e poetessa. Classe ’87, è laureata in Filosofia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa nei centri diurni di psichiatria e presso alcune scuole; tra le sue pubblicazioni: Fatti male, tradotto in tedesco per Aufbau-verlag, Homo homini virus (Premio Carver, 2015), Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art, Disturbi di luminosità, Deserto. Il suo ultimo romanzo è Brama, edito da Giulio Perrone. È ideatrice e redattrice del blog dissipatu.blogspot.com in cui svolge una ricerca sul disagio psichico.
Machiavelli: libertà ed etica. A cura di Ilaria Palomba. (Prima parte)



