domenica, Dicembre 4, 2022
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    Amy. In tua memoria

    Amy è entrata nella mia vita nello spazio d’un mattino. Mi sono accorta di lei, quando il mondo la celebrava morta. I giorni a ridosso di luglio, un’estate caldissima di qualche anno fa, apocalittica, mentre fuori palpitava il sole lattiginoso di un tempo acido.

    La morte di Amy mi svelava alcune cose. Di me. La musica dagli altoparlanti in un centro commerciale, una donna giovane, ero io. E il figlio sul carrellino, era il mio. Un uomo al fianco che provava sul polso un dopobarba dozzinale, al vetiver.

    Così Amy per me traduceva giorni stralunati, pavidi di attese, giorni che replicavano al massimo l’identico rimbombo della fine. Nel cembalo vuoto, si insinuava la sua potentissima voce blues. Una separazione, la mia, una privazione direi, si avvitava alla voce di una bianca con il timbro rauco e straziante di una nera. Non proprio Billy Holiday, ma la stecca al crocevia tra Nina Simone e Etta James. La sua solitudine mi ha attraversato d’un colpo, come il suo viso, la crisalide deforme risaliva i gironi, uno dopo l’altro. Fino alla luce.

    La luce è un po’ la morte. Non aspettava altro, deduco, malgrado volesse vivere, ho letto. Di quale vita volesse vivere non saprei dire. Non la vita conforme a una idea collettiva di vita insomma.

    La vita, eccetto per le irregolari, è una faccenda di routine, a tratti persino gratificante.

    In sua memoria, ogni estate a ridosso di luglio, ho indossato ballerine rosa, simili alle sue, striminziti pantaloncini tagliati fino all’inguine o sopra il ginocchio e il body aderente o una canotta. Perché sentissi ancora lei, negli ultimi giorni. O non saprei spiegare meglio. Guardavo impressionata i video rubati nella sua casa di Camden Town. Sentivo il gelido clamore, il disordine che opprimeva il suo talento, un rutilante gorgo che digrignava l’acre desolazione.

    Un po’ come la luce al neon fredda e fastidiosa sui visi dei viaggiatori in un vagone sonnecchiante, una luce snaturata e incapace di promettere la replica fortunata di qualcosa, il bagliore funereo degli underground tutto al più. Era questo il genio di Amy oppresso da un farneticare acclamante fuori la porta o sugli spalti del grande concerto di Belgrado. Ubriaca sul palco era paradossalmente l’esatta trasfigurazione della mite dostoevskijana. Era mite, oramai finita. Oramai: l’acerbo frutto già sul punto di cadere, precoce, crudelmente.

    Di una tale precocità si nutre il mio assillo. Il talento che rimugina sostanziali infelicità. Il talento o il dono. Il dono nella sua infinitezza risuona nel costato del limite umano, umilmente circoscritto, la grancassa di un mistero, da capo a piedi, un perimetro, irresoluto nell’ambire a luoghi che smarriscano i confini. Ed è in un tale dibattimento che l’impossibile contesa conduce a forme molteplici di infelicità.

    Amy e il suo toupet. Era già così lontana. In alcune interviste i suoi occhi verdissimi diventano improvvisamente umidi, era allora l’icona piangente, il manifesto tout court di esemplari inceppati, marchingegni ameni sbalzati fuori dal secolo. Si commuoveva spesso. Il genio dimora in uno spirito mansueto, l’indole propensa al sentimento.

    Provavo ad indossarlo anche io, acconciarmi come lei. Il sentimento e il toupet. Ho i capelli bruni e lunghi. E un certo cuore, presumo.

    Volevo sentirmi prossima a una solitudine che aveva incontrato me in altre strade e come me aveva incontrato probabilmente una masnada di figlie della disgrazia.

    Ognuna di queste figlie della disgrazia nella propria esistenza vanterà un Blake Fielder Civil su cui imprecare o tirar su un paio di versi o un’intera poetica che io definirei sciagura.

    Lo vedo chino sulla lapide di Amy. Il compendio di un frame insito nella tragedia dell’universo. L’inesplicabile che attiene alla natura del mistero. L’amore, il genio, finanche l’infelicità, lo sono.

    Il mistero.

    Blake Fielder Civil tenta il suicidio a nove anni. È l’amore dolente di Amy, senza quello non scrive o piuttosto scrive nutrendosi dell’amore per Blake Fielder Civil. Al genio attiene l’impossibile. Non la vetta che raggiunge.

    Ma il gesto finale, subordinato e modesto, di accettare l’intransigenza dell’impossibile.

    Io la vedo precipitare, il vuoto risuona tra lo spazio scarno, da una costola all’altra, lungo lo sterno, tra i denti marci, a causa del crack. Lei precipita. L’assedio è una mostruosità.

    Il vuoto risuona come il gong dentro la tenebra; il corvo che ferisce il silenzio nella notte. Il brusio sopra i rami di creature invisibili e paurose, nel sogno che diventa il parossismo di tutte le infermità.

    Così quando leggiamo di Amy è molto facile aggiungere nella chiosa: infelice; tra tutte la più devota.

     

     

    Veronica Tomassini*

     

     

     

    *Veronica Tomassini è scrittrice e giornalista. Autrice di diversi libri, il suo ultimo bellissimo romanzo è Vodka Siberiana. Scrive su Il Fatto Quotidiano.

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