giovedì, Giugno 30, 2022
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    Vittorino Curci: ”La verità è essenzialmente poetica”. Intervista

    *Tutte le foto sono di Francesco Liuzzi, per gentile concessione

    L’arte, a volte, non è solo una passione, una vocazione o un’indole: talvolta è la materia della vita, la sostanza del tempo, l’ontologia della personalità. La ricerca della particella minima ed essenziale che informa le più grandi strutture etiche è alla base della sopravvivenza di una società in piena crisi convulsiva da assuefazione alla fretta e alla esacerbazione della individualità, polarizzazioni della scelta, più o meno volontaria, di rinunciare alla fragilità che ci rende ancora umani.

    Abbiamo conversato con un intellettuale del nostro tempo, Vittorino Curci, poeta, scrittore, critico letterario, musicista e pittore, per conoscere il punto di vista autorevole dell’uomo artista contemporaneo che attraversa la tortuosa e necessaria via del cinismo per giungere a una nuova infanzia umana, consapevole della propria inclinazione alla pluralità che la rende adatta alla ferocia del quotidiano.

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    VITTORINO-CURCI

    La poesia è il genere letterario di cui principalmente si occupa, sia come autore che come critico. Che ruolo ha, la poesia, nell’età contemporanea che, per convenzione, circoscriviamo agli ultimi due decenni, per evitare di invischiarci nell’estremo polimorfismo del post-moderno?

    Il ruolo della poesia oggi è lo stesso di sempre, cioè quello di cercare un punto di vista sul mondo, lontano da convenzionalismi radicati e automatismi inconcludenti. Quando Saffo scriveva “Vieni / inseguimi tra i cunicoli della mia mente / tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure” portava alla luce una realtà che era sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva: la vita interiore di un essere umano, un mondo invisibile ma non meno vero di quello visibile. Shelley diceva che i poeti sono “i non riconosciuti legislatori dell’umanità”. Aveva ragione. La verità è essenzialmente poetica.

    Ci parla della “retrospettiva”, concetto filosofico e psicologico molto presente nella sua ultima raccolta, “Poesie (2020-1997)” pubblicata da La vita Felice, a cominciare dall’ordine delle poesie che ripercorre la sua produzione artistica all’indietro?

    Di solito evito di tornare sulle cose faccio. Cerco di essere dispersivo perché non sono mai soddisfatto di me stesso. Mi illudo ancora di poter scrivere una poesia, una sola, che mi rappresenti pienamente. Mi accontenterei anche di un solo verso. Un solo verso per giustificare tutta la mia vita.

    La solitudine a cui siamo stati costretti in quest’anno e mezzo di pandemia, più che a scrivere mi ha spinto a riflettere. Tra le tante cose che mi sono chiesto è se il mio lavoro stesse andando nella direzione giusta. Ho cominciato a dare un’occhiata al mio percorso e ho pensato di costruire un libro con degli inediti e i testi più significativi per me del periodo 1997-2020. Poiché il passato mi appariva un po’ sfocato e a volte persino illeggibile, ho scelto di disporre le poesie a partire da quelle più recenti.

     

    La raccolta contiene una bellissima prefazione di Milo De Angelis, uno dei più grandi poeti in vita. Ci aiuta a capire quali sono le convergenze e le eventuali divergenze intellettuali ed artistiche con De Angelis e ci racconta qualche aneddoto del vostro antico rapporto di amicizia?

    Divergenze, direi pochissime. Molte convergenze, invece, a partire dalla comune passione per Pavese. Ma anche per il cinema d’autore. Amiamo gli stessi registi. Antonioni, Bergman, Tarkovskij, Béla Tarr…

    Confesso una cosa: Il mio primo impatto con la poesia di Milo fu negativo. Avvenne con Millimitri (Somiglianze lo lessi in seguito). Ebbi l’impressione di avere a che fare con un surrealista fuori tempo. Insomma, non avevo capito niente! Non avevo capito la drammaticità e l’unicità di quel libro. E neppure la grandezza del suo autore (uno dei maggiori poeti europei del nostro tempo). Oggi Millimitri, con quelle sue 29 poesie gelide, allucinate e per certi versi scostanti nei confronti del lettore, è per me uno dei lavori più belli di Milo. Quando gliel’ho ricordato, alcuni anni fa, a casa sua a Milano, ha sorriso perché credo che in fondo anche lui ami molto quel libro, sebbene sia convinto (e lo sono anch’io) che per nessuna ragione al mondo tornerebbe a scrivere poesie come quelle.

     

    Come curatore della rubrica poetica di una testata nazionale come La Repubblica di Bari, riceve moltissimi manoscritti poetici. Che idea si è fatto della poesia contemporanea sotto il profilo del linguaggio e come tematiche trattate?

    Quando mi fu proposto di curare la Bottega della poesia di Repubblica Bari non accettai subito. Ero molto indeciso. Innanzitutto perché non mi sentivo all’altezza del compito (una cosa è ruminare certe idee con se stessi, un’altra cosa è provare a spiegarle agli altri). Poi perché non ho mai creduto nelle scuole di scrittura e cose del genere.

    Infine perché onestamente mi chiedevo: come faccio a valutare le poesie degli altri se non sono capace di valutare le mie? Sono sincero: accettai, senza tanta convinzione, solo perché mi sembrava giusto che su un giornale si parlasse di poesia. Ma ora sono veramente contento di averlo fatto. Ho scoperto l’esistenza di tanti giovani e bravissimi poeti. In un certo senso, sono io che vado a bottega da loro e sto imparando moltissimo.

    Per quanto riguarda invece la seconda parte della sua domanda credo che sia difficile ricostruire un quadro della poesia contemporanea. I critici letterari e gli studiosi di letteratura tendono di solito a classificare i vari fenomeni per tendenze, correnti, aree geografiche, generazioni, oppure analizzando le forme e le strutture del linguaggio, e il contenuto dei testi. In tutte queste classificazioni, secondo me, molte cose restano fuori, per cui penso sia più prudente parlare dei singoli autori e dei loro libri. Per storicizzare la poesia di un’epoca c’è sempre tempo.

     

    Poesia, dipinti e musica: qual è la relazione tra le tre forme d’arte nel suo impianto creativo e immaginifico?

    La mia vita, e quindi la mia poesia, si è nutrita di molte letture ed esperienze (musica, filosofia, politica, letteratura, cinema, arti visive…), esperienze che in un modo o nell’altro rivivono poi nel testo. Una cosa che posso dire con una certa convinzione è che nella mia poesia ha un ruolo decisivo il tempo.

    In un certo senso, quando Heidegger intitola il suo capolavoro Essere e tempo, io non riesco proprio a interpretare quella “e” che sta in mezzo come congiunzione ma come copula. Per me, l’essere è il tempo, perché mi posiziono sempre all’interno della realtà e tendo a utilizzare le parole non per la loro capacità di rappresentazione ma per la loro possibilità di esplorare la vita reale attraverso il loro carico di storia, di significato, di presenza, di suono.

    Keats diceva che la poesia è musica senza melodia. Io non faccio che cercare quella musica che, nel respiro dell’universo, è nata prima di ogni altra musica e vive da sempre nel mito (anche se noi oggi non abbiamo la più pallida idea di cosa sia un mito). Il mito è una movenza dell’anima primitiva che precede l’uomo storico, dotato di ragione, il quale cerca un ordine perché non può fare a meno di un ordine. Dobbiamo pensare il mito come qualcosa che si mette a disposizione, che parla evocando, senza cercare spiegazioni.

    È un linguaggio che ritorna al fondo sconosciuto da cui è stato generato. È un modo di vivere e di pensare che noi non conosciamo, è un’esperienza della parola che ha a che fare con ciò che è originario. Il mito indica qualcosa che sfugge a ogni interpretazione. Per questo richiamo all’importanza del mito per un poeta, io devo ringraziare soprattutto Pavese. A lui perdono tutto: l’antipatia che aveva per Scotellaro mentre invece sopravvalutava uno scrittore mediocre come Silvio Micheli; perdono certi suoi sbandamenti (e mi riferisco non solo a quelli politici, rivelati in tempi recenti dal Taccuino segreto). Ma su certe cose lui aveva visto giusto.

     

    Un linguaggio poetico ben strutturato contiene una profonda riflessione sugli elementi sintattici espressi o omessi. Che ruolo hanno, nella sua poetica, punteggiatura e interpunzione?

    In un mio testo un sostantivo o una preposizione, un verbo o una virgola hanno la stessa importanza. Cerco di riflettere molto su ogni passaggio, su ogni a capo, su ogni cosa che per una misteriosa necessità deve essere tenuta dentro o fuori dal testo. Una delle storie più belle e commoventi di tutta la poesia moderna è racchiusa per me nelle parole che disse Hölderlin a una persona che era andata a fargli visita nella Torre sul Neckar e che stava leggendo una pagina dell’Iperione: “Guardi, gentile signore: una virgola!”

     

    Concludiamo questa intervista con un messaggio a chi vorrebbe diventare autore di poesia: cosa deve tenere a mente chi desidera scrivere (bene) in versi? Ci sono letture imprescindibili o particolarmente consigliate?

    La prima cosa di cui deve essere consapevole un poeta è che la poesia non è un fatto personale. Voglio dire che il linguaggio va sempre incontro a qualcuno.

    Un poeta, inoltre, deve provare un vero interesse per la vita degli altri. E poi, sì, deve leggere, deve leggere molto. Anzi, più che leggere, deve studiare. Sono due cose diverse, leggere e studiare. Studiare significa concedersi tutto il tempo necessario per fare le cose. Significa riflettere, collegare, distinguere, approfondire, fermarsi, rileggere… È un lavoro che non finisce mai.

    Ma forse il miglior consiglio che potrei dare a chi desidera scrivere poesie è lo stesso che dava Charlie Parker ai giovani musicisti: “Studiate tutto quello che potete sulla musica e sul vostro strumento. Poi andate sul palco, dimenticate tutto e suonate”. In tutto ciò – sembrerà strano – la parte più difficile è dimenticare. Ma è lì, nella meraviglia di quel vuoto, che inizia il vero processo creativo.

     

    Gisella Blanco

     

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    VITTORINO-CURCI

    Riceviamo e pubblichiamo con piacere un suo testo poetico che possa essere d’ispirazione alle giovani penne.

     

     

    I NOSTRI EROI DI SCORTA

     

     

    1.

     

    ubbidiscono ad altre leggi

    quelle severe della carta straccia

     

    sorreggono pesi

    con i piedi puntati nel terriccio

     

    sono santi con punti fragili

    di cui impunemente si gloriano

     

     

    2.

     

    ora siamo tutti nel campo. tutti.

    il falegname zimmer

    è una voce prigioniera.

    il martello guida la mano

    in una montagna di immagini

    strappate al nulla che ci assedia.

    quel che doveva accadere

    è già accaduto

     

     

    3.

     

    il cappotto e il berretto

    lasciati sulla poltrona.

    la disposizione sul foglio è determinata

    dal caso e dalla gabbia.

    il corpo è un paesaggio sul confine friabile

    curato con grasso e feltro.

    il signor bibliotecario, in un impeto cieco,

    improvvisa canzoni

     

    natura non contristatur

     

     

    4.

     

    pensierose come sempre, come

    il direttore del museo

    che davanti a quella platea di matrone

    esordì dicendo «signori».

    siamo troppo vecchi per fare questo.

    ci vorrebbe un colore più aggressivo…

    il viola copre tutto

     

     

    5.

     

    per strade bagnate

    su vette e declivî

    il penitenziale soffoco

    di una fine protratta. a volte sono

    proprio i luoghi di confine

    quelli in cui non succede niente.

    si festeggia (o si piange)

    da una parte e dall’altra

     

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