venerdì, Luglio 1, 2022
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    Pier Paolo Pasolini dal cinema all’esperienza della pittura

    L’efficacia rappresentativa della scrittura di Pier Paolo Pasolini affonda le radici nel profondo legame con l’immagine. L’interesse per l’aspetto ‘visivo’ connesso al narrato spiega il passaggio dalla narrativa e dalla poesia alla regia.

    L’arte visiva

    Il cinema ha affascinato Pasolini per la sua capacità di produrre innumerevoli immagini pur nel tempo minimo della percezione. Le sue inquadrature, immobili e folgoranti come pale d’altare, sono debitrici di una profonda conoscenza della pittura studiata sin da giovane attraverso le lezioni di Roberto Longhi che, a sua volta, analizzava i dipinti sezionandoli in dettagli e primi piani.

    Riferimenti alla pittura anche nel cinema

    Pasolini cesella l’immagine, la cura nei minimi dettagli servendosi dell’esperienza figurativa. Continui sono i riferimenti all’opera di Giotto, Masolino, Masaccio, Piero Della Francesca, Pontormo in un continuo colloquio con l’immagine statica della pittura. Il fine ultimo di tale ricerca è giungere a quella ‘folgorazione visiva’ con la quale spesso risolve certi passaggi concettuali anche nei testi narrativi.

    L’arte pittorica

    Questo legame con l’immagine lo porta ad esercitare direttamente l’attività pittorica e il disegno che, sebbene siano rimasti chiusi entro certi limiti e mai portati ad una totale compiutezza espressiva, non sono affatto marginali nella totalità della sua produzione artistica.

    I primi disegni di Pasolini appaiono su ‘Il Setaccio’,

    una rivista giovanile uscita a Bologna tra 1942-’43, e rappresentano soprattutto giovani e volti di adolescenti tracciati sulla carta come una sorta di appunti visivi vicini al carattere di certe sue brevi impressioni poetiche in dialetto friulano scritte in quello stesso periodo. La ruvidezza delle materie utilizzate corrisponde alla ricerca di quella rusticità dialettale in cui le immagini agricole sono trasformate in mito dalla forza della parola.

    Con Autoritratto con garofano in bocca del 1947

    Pasolini partecipa alla Mostra Triveneta del Ritratto in cui espongono artisti come Filippo De Pisis, Afro e Dino Basaldella. E’, però, tra il 1960 e il 1970 che realizza una serie di ritratti e di autoritratti con originali mezzi tecnici fondati sul principio della contaminazione e del pastiche. Si tratta di una modalità espressiva presente in molti aspetti della sua intera  produzione artistica.

    I numerosi autoritratti evidenziano la tendenza all’analisi oggettiva di se stesso.

    Sono fogli di una forte intensità psicologica, di una dolorosa e interrogante fissità, in cui il volto spigoloso è tracciato con segni sicuri. Di una forte e intima  dolcezza è il disegno in cui si ripete in diagonale la forma della propria bocca come un volo di misteriosi uccelli o di pensieri dolenti tradotti in segno grafico. Sotto la sequenza di labbra, non datata, si legge: il mondo non mi vuole più e non lo sa.

    La scelta di mezzi tecnici originali come collages, inchiostri, pastelli, matite e l’uso di mescolare tra loro i materiali più apparentemente inconciliabili, raramente i tradizionali colori a olio o le tempere, gli fornisce la possibilità di dipingere da poeta.

    Queste scelte tecniche sono, infatti, una sorta di metafora poetica, di un vero e proprio rituale espressivo attraverso il quale, come un alchimista, proietta se stesso nella materia.

    Così, per ottenere i verdi usa un certo tipo di erba grassa o i chicchi dell’uva bianca, per i rosa alcuni fiori e per i rossi l’aceto di vino mescolato alla calce. I materiali reagiscono tra loro e si trasformano facendo affiorare, durante la fase di essiccazione, le più ricercate e fini trasparenze.

    Maria Callas

    Tra questi disegni ce ne sono alcuni che ritraggono Maria Callas alla quale aveva affidato il ruolo di Medea nel celebre film del 1969. Di lei non gli interessava la diva ma l’autenticità della donna, la forza primitiva emanata dal suo viso.

    Pasolini traccia il profilo del volto della Callas

    restituendone la fierezza del portamento, prende una rosa e ne schiaccia i petali sulla tempia e gli acini di uva bianca sulle guance, versa sui capelli vino rosso e talvolta fa colare delle gocce di cera da una candela accesa.

    Il disegno resta immerso in questa mistura di umori fin quando l’ossidazione delle sostanze ne provoca la quasi totale sparizione. Ne risulta una scarna annotazione del viso della Callas, una qualche sua essenza che rievoca le parole che Pasolini le scrisse in una lettera dopo un’intensa giornata di lavoro insieme, quando lei è angosciata nel non essere stata a proprio agio durante le riprese.

    Questo stringimento al cuore – scrive Pasolini – lo proverai spesso, durante la nostra opera: e lo sentirò anch´io con te. E’ terribile essere adoperati, ma anche adoperare. Ma il cinema è fatto così:

    bisogna spezzare e frantumare una realtà ‘intera’ per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta, che la rende poi più ‘intera’ ancora. Tu sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poter essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia.

    È appunto terribile sentirsi spezzati, sentire che in un certo momento, in una certa ora, in un certo giorno, non si è più tutti se stessi, ma una piccola scheggia di se stessi: e questo umilia, lo so.

     

     

    Eliana Cupiccia

     

     

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