venerdì, Gennaio 28, 2022
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    La poesia è una forma del sacro. Intervista a Roberto Cotroneo

    In un frangente storico in cui la prosa e, in particolare, il romanzo, spadroneggiano nel panorama letterario, tornare a parlare in modo approfondito e sinceramente appassionato di poesia è una grande sfida per lettori, autori e, soprattutto, editoria. Benché non si sia mai smesso di scrivere e pubblicare in versi, al di là dell’alcova confortevole delle nicchie letterarie specializzate, la poesia viene spesso banalizzata, semplificata in modo imperdonabile e ridotta a una formula comunicativa commerciale e mediocremente sentimentalista. Abbiamo dialogato con Roberto Cotroneo, illustre autore di romanzi, sulla sua produzione poetica, proprio nel periodo in cui si parla moltissimo del suo ultimo romanzo Loro, pubblicato da Neri Pozza, come provocazione alle tendenze culturali e buon auspicio per un genere letterario complesso e necessario.

    Leggendo e analizzando la sua produzione poetica, che inizia nel 2012 con I demoni di Otranto (Metamorfosi), continua nel 2014 con L’innocenza dell’errore (Metamorfosi) e culmina nel 2016 con In quest’alba dove ricomincia il tempo (Metamorfosi), pur nella considerazione della varietà di temi e contesti letterari trattati, sembra di assistere a un progressivo disvelamento del sé che parte dal linguaggio, più complesso e criptico nella prima produzione rispetto alla più recente, per dipanarsi nella stratificazione concettuale e immaginifica che, da narrazioni mitologeniche, giunge a schiarirsi in dialoghi e monologhi intimistici.

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    Qual è il punto di intersezione, di collisione o di eventuale mancata interazione tra la funzione di indagine interioristica e quella di veicolo comunicativo per la società, nel poeta contemporaneo talvolta tacciato, non sempre a ragione, di eccessivo solipsismo?

    «Quando ha compiuto 90 anni Yves Bonnefoy ha rilasciato un’intervista sul significato della poesia. E lui ha detto che oggi la cultura dominante ha emarginato la parola poetica, ha inibito le persone ad avere atteggiamenti poetici. Ma quando Bonnefoy parla di atteggiamenti poetici, non intende ovviamente quel modo goffo di pensare la poesia dei cosiddetti non poeti. Ovvero quel portare a un registro lirico ogni cosa vissuta, anche quelle per cui non ne varrebbe la pena. Non è un modo sempre un po’ retorico e postromantico di definire l’esistenza. Ma è invece quella che lui chiama: la poesia fondamentale. Il saper cogliere con esattezza il mondo, il saper conoscere l’altro da sé. La poesia è adesione al mondo insomma, non è un volo pindarico di aggettivi e metafore buone per suscitare effetti sorprendenti nei lettori. La poesia è esperienza ed esattezza nel rendere viva l’esistenza».

    «Otranto è uno dei pochi posti al mondo dove il sacro in qualche modo sopravvive. Senza che neppure la gente di qui se ne renda conto» è un estratto del romanzo Otranto (Mondadori, 1997) contenuto nella tua prima raccolta. Il sacro, tra i tuoi versi che, in questo caso, sono la trasposizione visionaria dei paragrafi in prosa, appare come necessario sacrificio dell’umano per l’umanità stessa, orrore involontario che trasmuta la percezione del divino nella feroce magnificenza della carne. «La violenza casuale fonda tutte le società»: ci parli della relazione complessa ed erotica tra immanenza e trascendenza nella tua poetica?

    «Questa è una cosa assai difficile per me da raccontare. Devo dire che tutto si poggia sul concetto di dionisiaco. L’idea è che la scrittura, e in particolar modo la scrittura poetica, oscilla e viaggia di continuo nel territorio della follia, e la follia non è altro che una forma del sacro. Si pensi al valore culturale che assumeva la follia in Grecia, e parlo della follia sacra. Nella follia si poteva ritrovare qualcosa di gioioso ed esaltante, un potenziamento dell’anima, e non il suo crollo. Platone dice che la follia era qualcosa di superiore alla sapienza, perché la prima proviene dagli dei e la seconda soltanto dagli uomini. Attraverso la follia poetica gli uomini ottengono dalle Muse il dono dell’ispirazione, quella erotica è generata da Afrodite, e quella iniziatica appartiene al dominio di Dioniso; il seguace di Dioniso e un uomo dentro cui dimora un Dio. Il poeta, oscilla tra follia, erotismo e possessione. Poi possiamo chiamarla anche relazione erotica tra immanenza e trascendenza. Ma sempre a Platone ai misteri greci dobbiamo tornare».

    La citazione iniziale della silloge L’innocenza dell’errore è di Octavio Paz e recita «Il poeta non ha biografia:/la sua opera è la sua biografia». Elementi realistici si mischiano a immagini oniriche e rimandi psicologici in combinazioni lessicali e concettuali che stordiscono e coinvolgono ad ogni lettura. «Manfrine serali / lasciate nei fondi degli spritz / annegano nelle tempeste / dei bicchieri per l’happy hour». Il dato biografico e la sua rielaborazione sono particolarmente presenti, a mio avviso, in questa silloge («Per poi parlar d’amore/ l’amore disossato nelle pietanze dell’attesa/in ristoranti lontani dalla città»): poiché la poesia attinge all’inconscio, sia in colui che legge che in colui che la scrive, è mai possibile per il poeta essere davvero un fingitore?

    «Fingere è soltanto rileggersi in una forma errata. È una maschera. Non è possibile mettere assieme menzogna e poesia, come non è possibile associare la poesia alla verità, se non è una verità nascosta sin dalla fondazione del mondo. Il piacere del testo non chiede mai il nome di chi lo prova. Resta sospeso. La poesia non vuole aggiungere verità o nascondere se stessa all’autore, o nascondere l’autore. La poesia resta una pietra misteriosa che non appartiene a nessuno, neppure al poeta».

     

    CotroneofotoPasquazilecittadelledonne

    Il romanticismo contemporaneo, in letteratura, si manifesta, spesso, con toni di stucchevolezza o, per converso, di aggressività. Cosa vuol dire, per te, essere romantici al giorno d’oggi?

    «Il romanticismo è un affare commerciale. È una lettura straniante dell’intensità: è una narrazione, parola spaventosa usata sempre di più, per rendere accettabile l’indicibile, l’irrazionale, le pulsioni, il possesso, il piacere. Il romanticismo non ha un percorso leggibile, ma è qualcosa di sfuggente, di isolato, oltre che di educato. È frammento, senza la prospettiva di qualsiasi continuità; come è frammento l’amore, che tutti vorremmo ergere a sistema, a discorso, a progetto, a fine teleologico. L’amore è desiderio arcaico. Non progetto. È verso, non romanzo. A volte anche verso spezzato e consumato in luoghi dell’anima che solo la poesia, nella sua accezione più feroce, sa ritrovare. La poesia è capace di interrompere il racconto, è questa la sua forza. Mentre la letteratura è obbligata al racconto, si consola con il racconto tutte le volte che può, anche quando il racconto non è consolatorio. Lo subisce, alle volte finisce per detestarlo, ma resta addosso all’autore».

    L’importanza del linguaggio è indiscussa, sotto molteplici profili tra i quali spiccano quelli antropologici, culturali, sessuali, economici e psicologici. Vorrei che commentassi per noi la seguente poesia, in base all’osservazione della presenza ricorrente, fra i tuoi versi, di concetti come nudità, sogno, illusione.

     

    “È per me una disperazione

    sapere che la vita

    non è altro che linguaggio.

     

    Restare nudi

    senza parole per raccontarsi

    è un incubo e al tempo stesso

    l’unico sogno possibile”.

     

    «Il linguaggio è un modo per riconoscere il mondo. È il verbo. Il logos. Il linguaggio sostituisce la vita. La vita non è che il ricordo di qualcuno che la racconta. Come recitava la autobiografia di Gabriel Gárcia Màrquez: Vivere per raccontarla. Poi ci sono le immagini, ma questo sarebbe un altro lungo capitolo. Riguardo a questi miei versi c’è quasi una rassegnazione a non trovare il modo di mettere la materia del corpo sopra ogni cosa. La conoscenza del piacere che non sai spiegare, che non devi spiegare, ti dirò di più: che non ti importa di spiegare, perché non c’è più un codice per interpretarlo».

    In quest’alba dove ricomincia il tempo è un poemetto che svolge un flusso di coscienza che dedichi ai tuoi figli. «Tutto è nei sogni che non riesci a ricordare» è il primo verso, apparentemente cinico. Sembra che attraverso ciò che non sappiamo, possiamo scoprire ciò che siamo, in termini talora malinconici e talaltra sarcastici. Sogno e ricordo, amore e disamore, realtà e desiderio: il poeta può ordinare o solo disordinare le percezioni?

    «I sogni dimenticati, quelli che non si possono ricordare, non sono altro che la parte oscura che portiamo con noi. È l’indicibile. Con la psicoanalisi ci siamo illusi che i sogni siano chiavi per l’inconscio. Ma nessuno ha la chiave dell’inconscio, come nessuno ha una teologia riferibile, comunicabile, persino comprensibile. Tutti ci muoviamo dentro l’errore (e l’orrore) del tempo, non attraverso un nitido cammino, siamo dei viaggiatori ebbri che sono obbligati a ricordare, a raccontare, a dire. Quando invece non c’è niente da dire su quello che siamo, ma solo su quello che siamo ancora capaci di sentire veramente. Azzerando dentro il silenzio la nostra logica ed entrando altrove. L’altrove è la poesia. E la poesia è un luogo senza porte e senza finestre, dove incontrarsi è una causalità del tempo. E del piacere, quando il piacere ci concede di mostrarsi».

    Occupandoti di editing di romanzi per la casa editrice Neri Pozza, qual è la differenza tra revisione sulla prosa e revisione in poesia?

    «La poesia permette la revisione solo del poeta stesso. Anche se l’editing in poesia è praticato, ed è sempre esistito. Ma l’editing della poesia vuole dire entrare nel testo sostituendosi al poeta. Possederlo, farlo suo. Con la letteratura l’editor esibisce il rispetto per l’autore, nella poesia l’editor si fa autore, lo caccia come un dio dal suo paradiso, lo sostituisce, senza esitazione, in modo sfacciato. Si pensi al modo che ebbe Ezra Pound di tagliare The Waste Land di T.S.Eliot. La relazione tra poeta e editor della sua opera è erotica, persino pornografica. Nel suo mostrarsi senza filtri e in tutta la sua assoluta evidenza».

    Salutiamoci con uno dei tuoi versi che ritieni più feroce, per te stesso e per chi ci legge.

    «Non c’è niente di più feroce di un verso che rivela il candore.

     

    e allora lascio

    l’amore all’amore

    le parole sono un bacio

    un bacio del candore.

     

     

    Gisella Blanco

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