domenica, Dicembre 4, 2022
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    ”Ho avuto me”. Il viaggio nella maternità di Aisha Cerami

    Ho avuto un figlio. Ho perso un figlio. Si sarebbe chiamato Emanuele.

    Lo avrei amato, nutrito, accudito; l’avrei preparato alla vita. Lo avrei poi lasciato andare, con il suo bagaglio di apprendimenti. Con le tasche piene di consigli. E lo avrei visto sbagliare, e messa in un angolo, ben nascosta dal suo sguardo, avrei temuto per lui. Lo avrei visto lottare, cadere e riemergere. Lo avrei visto sedurre, costruire, imparare e vagheggiare. Lo avrei visto diventare grande, quindi, e forse lo avrei visto invecchiare un po’. Ma un igroma cistico gli ha divorato il cervello, togliendogli il futuro, togliendomi lo sguardo su di lui.

    Due anni dopo ho partorito due gemelli: un maschio e una femmina.

    Undici anni fa sono diventata madre di due figli vivi.

    Undici anni fa ho cambiato pelle. Un’ecdisi di ogni parte di me, che mi ha affidata al nuovo ruolo senza difese e con decine di paure, contro le quali lotto ogni giorno. Una muta che mi ha lasciata adamitica. Sprovvista della mia vecchia identità. Sono diventata mamma di due creature che, solo nascendo, mi hanno chiesto di crescere.

    E cosa vuol dire crescere, oggi, per una donna di quasi quarant’anni, benestante, viziata e comoda nel suo guscio di velluto? Per una donna che si è crogiolata nello stato di figlia per decenni. Per una ragazza vecchia che sì, ha tanto sofferto, ma che si è sempre e solo preoccupata di mettere un piede davanti all’altro, seguendo la strada dell’immediatezza, dove tutto era subito e dove ciò che non c’era, non era?

    Per me ha voluto dire: abbandonare l’idea di essere il punto mediano della mia esistenza. Quindi dell’esistenza stessa. Perché è così che mi ero sempre sentita. Protagonista di una favola e di un horror, che erano miei. Dove niente e nessuno avrebbe mai potuto occupare, se non come comprimario, tinca o comparsa, il mio grande spazio nella narrazione. Quello che mi era stato concesso. Quello che era l’unica possibile realtà. Dove la Storia dell’umanità era solo quel passato che mi aveva portata alla mia esistenza; dove il presente era solo un susseguirsi di eventi da me, in fondo, orchestrati e diretti; dove il futuro era fatto del mio sguardo, l’unico punto di vista da me considerato. Il mio compito consisteva nel sopravvivere. Era facile relativizzare, avere teorie irriverenti, ribellarsi all’oggettività, portare avanti battaglie feroci contro i condizionamenti, le demarcazioni, i confini, le barriere.

    Io ero per la libertà

    Niente regole, niente tradizioni. Ogni giorno in me doveva essere scelto solo da me, per me. Non sono mai stata una donna egoista, ma la mia generosità era il colore che avevo deciso di dare al mio carattere. Avevo scelto un modello tra i mille letti, incontrati, appresi, odiati, ammirati. Di quella sostanza mi ero fatta, costruendomi giorno per giorno, fino a diventare la me stabilita. E nessuno avrebbe mai potuto far traballare il mio ego distorto. Ogni accusa sarebbe stata vana.

    La mia apologìa era incrollabile. O così credevo.

    Eppure.

    Eppure la maternità ha avuto il potere, la forza, di demolirmi. Di annientare la mia autorità.

    I miei due bambini hanno avuto l’ardire di mettermi in crisi. Di scaraventarmi nel mondo degli adulti, dove tutte le mie sciocche certezze si sono trovate a confrontarsi con nuove, incredibili possibilità.

    E così ho smesso di pormi al centro del mio mondo. Perché il mio mondo non c’era più.

    Il passato è diventato, con loro, fonte di esperienza. Il presente un istante da gestire con misura e umiltà, il futuro una casa da costruire. Ma non la mia casa, la loro bellissima casa. Un luogo aperto a tutti, dove ognuno avrebbe avuto un ruolo fondamentale. E così non avrei più potuto sopravvivere, ma ho dovuto imparare a permanere, conservarmi, protrarmi, consolidarmi. Ho appreso che la libertà come concetto assoluto è solo un’idea di principio che deve guidare, certo, lo spirito, ma non sempre le scelte. Che l’oggettività è un confine necessario, che le tradizioni sono un punto di partenza e, alle volte, un territorio di ristoro. Che dare non è una scelta ragionevole, ma l’inevitabile effetto dell’amore.

    Ho avuto un figlio. Ho perso un figlio. Ho avuto due figli. Ho avuto me.

     

    Aisha Cerami

     

    Aisha Cerami è nata e vive a Roma. E’ stata attrice per il teatro, per il cinema e per la televisione. Ha collaborato per alcuni anni con «Il Sole 24 Ore» pubblicando racconti del fantastico. Nel 2019 è stata candidata ai David di Donatello per la colonna sonora del film A casa tutti bene. Gli altri, pubblicato per Rizzoli, è il suo primo romanzo.

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