domenica, Ottobre 17, 2021
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    Teresa Ciabatti: ”Guardo la tv per il suo linguaggio e la De Filippi è una grande narratrice”

    ‘’Noi che scriviamo maneggiamo il dolore’’ così definisce la professione della scrittura Teresa Ciabatti, scrittrice e firma del Corriere della Sera, il cui ultimo romanzo, Sembrava Bellezza, Mondadori, a sorpresa, visto che si vociferava da tempo di una sua vittoria, non è entrato nella cinquina del Premio Strega 2021.

    Secondo l’autrice: ‘’Il vero dramma per uno scrittore è iniziare un nuovo romanzo. Passare anni sopra a un progetto nuovo, non sapere, mettere in dubbio che riuscirai ad arrivare alla fine’’ . Questo il limite degli scrittori: il corpo a corpo con la parola, il testo, la creazione.

    Tra un libro e l’altro che pubblica sostiene: ‘’McEwan ha detto che ogni libro che scrivi deve essere scritto da una persona leggermente diversa perché tra un libro e un altro deve esserci un pezzo di vita’’.

    Se è vero che come scrive August Von Platen ‘’ Chi ha visto la Bellezza con i propri occhi è dato in preda alla morte’’, questo romanzo di Teresa Ciabatti lascia residui di bellezza e tristezza, lapilli di insondabile giovinezza mortifera.

    Nella premessa di Sembrava Bellezza destabilizzi immediatamente il lettore con quello che è un esperimento meta letterario, dicendo che è tutto vero tranne l’età di tua figlia.  Lo fai sin dal gli anni del tuo blog su Io donna, Persona cattiva.

    Quella è stata una palestra di narrazione per arrivare fino a questa voce.  Nell’avvertenza del romanzo scrivo che tutto è vero tranne il nome, l’età di mia figlia e altro. ‘’Altro’’ apre un baratro, la parola ‘’altro’’ è la vera chiave di lettura, può essere tutto e niente. Le mie sono autofiction menzognere. Prendere la posa e il tono delle autofiction, anche della confessione, per poi inventare un mondo, inventare dei personaggi e anche inventare me stessa. Inventarsi di nuovo è il divertimento più grande per uno scrittore. Se raccontassi la mia personalità e la mia vita sarebbe molto noioso.

    Ti piace confondere il lettore?

    Non è un esercizio stilistico fine a se stesso, è una presa di responsabilità, perché credo che sia più potente raccontare da dentro quello che non funziona, le ombre, il male certo è relativo, perché non scrivo di omicidi. Racconto l’ipocrisia e la meschinità, me ne faccio carico. Non mi interessa la letteratura nella quale il narratore si mette dalla parte della saggezza, colui che sa di più e può dare delle risposte, dalla parte del giusto, del bene. Non lo scuoti il lettore così. Lo rassicuri. Io invece voglio scuoterlo, infastidirlo. Tante volte ci riesco, viste le reazioni.

    È più difficile immedesimarsi nella mia protagonista, perché non è mai straordinaria, nemmeno nel male, è nella mediocrità. Paradossalmente è più eroico identificarsi nel grande male.

    Più ostico rispecchiarsi nella mediocrità perché poi si rischia di ritrovarsi ed è un cortocircuito.

    Da questa medietà il lettore cerca di distanziarsi, di scostarsi?

    Identificarsi in qualcuno che non è eroico né nel bene né nel male, non lo vuole nessuno. La mia protagonista è una donna mediocre e mitomane, tutti elementi respingenti.

    Però fanno parte del nostro essere umani e fragili.

    Il fuoco della storia è la malattia, la storia è Lidia.  La voce narrante ipotetica del mio alter ego è quella che racconta la storia di un danno, quello di Lidia.

    Cosa c’è di autobiografico nel romanzo?

    Di strettamente autobiografico ho dato alla protagonista il mio corpo da adolescente, un corpo che è stato un ingombro. Me la sono immaginata così e con anche il tipo di dolore e di percepito che era il mio. Il corpo è un motore, una tematica di tutti i miei libri.

    Forse sono diventata scrittrice per questo rifiuto del corpo. Nel libro è ripetuto: se l ‘adolescenza fosse un teatrino di teste mozzate. Il corpo è sempre un ingombro.

    Il corpo dell’adolescente è in trasformazione.

    La sofferenza sta nel lasciare il corpo bambino. È una sofferenza che ti trascini per tutta la vita.

    Non a caso, uno dei libri da cui nasce Sembrava bellezza è Le vergini suicide, al pari di Marilyn Monroe, mi sono riletta la finta biografia romanzata, capolavoro assoluto, che J. C. Oates fa di Marilyn, Blonde. Ne Le vergini suicide, le cinque sorelle che muoiono si uccidono. Un dettaglio interessante è che sono guardate dai maschi, è il gruppo di maschi adolescenti che le racconta. Le sorelle diventano oggetto del desiderio e il traguardo di una possibile crescita, tutto viene idealizzato, anche oggetti come le loro spazzole. Io mi sono chiesta che fine potesse fare una vergine suicida se non fosse morta giovane, come pure Marilyn, se fossero sopravvissute, se fossero invecchiate.

    La mia risposta è il personaggio di Lidia, che è l’unica che ha un incidente e avrà danni cerebrali irreparabili. È la sola che riesce a mantenere la giovinezza, così Marilyn e le vergini suicide restano per sempre giovani e belle. Lidia muore in un certo senso per gli altri, non per sé. Avendo la memoria danneggiata volteggia, parla, come una sedicenne. Lidia ha quella leggerezza delle adolescenti. Ed è l’unico modo per mantenere in vita la giovinezza e la bellezza.

    Che cos’è la bellezza?

    La bellezza è il percepito, ce l’abbiamo a tratti. Tranne che per Lidia, perché lei avendo la mente ferma, immobile, la possiederà per sempre.

    Sei diventata una scrittrice perché eri grassa?

    In un certo senso sì, perché il senso di inadeguatezza, che sia vero o no, lo sentiamo, ci porta verso una terza dimensione, ci porta a uno scavo interiore che altrimenti uno non farebbe. Quindi quella tentazione di proteggere i figli che ha la protagonista e risparmiare alla figlia il dolore che le può derivare da una delusione d’amore o dai complessi fisici è la cosa più naturale. La protagonista pensa addirittura, quando la figlia è piccola, di portarla dal chirurgo plastico se dovesse essere brutta. La cambierebbe, la rifarebbe daccapo. Questo è il suo progetto delirante.

    È la tentazione che hanno tutti i genitori di proteggere i figli dal dolore, invece devono essere liberi, i figli, di conoscere il dolore, la vergogna. Non si può privare il figlio dell’esperienza, perché questa fa crescere e darà vita a un essere umano più consapevole e più profondo. Questo errore di proteggere la figlia e idealizzarla e volerla in un certo modo, è quello che fa la protagonista fino alla fine.

    Rispetto ai social delle immagini, come Instagram e Tik Tok, come madre che idea ti sei fatta?

    In realtà, mia figlia usa Tik Tok. Quello che mi ha molto stupito è che lei vedendo le altre ragazzine che ballano, ha acquisito una dimestichezza col suo corpo che non deriva da me, ha saltato la madre. Ed io sono molto felice di questo, perché ho ereditato dal modello materno come vivere la femminilità ed era anche un modello castrante. A me spaventava che mia figlia potesse ereditarlo da me, come se fosse contagiata, e invece grazie a tik tok che si sostituisce alla madre e ti fa scoprire e dà delle movenze tue indipendentemente dalla madre, mia figlia balla e io sono contenta. Ci sono anche rischi continui, i corpi e il confronto con questi corpi messi lì e mostrati perfetti. Certo, genera complessi e vergogna, che per me sono sentimenti positivi. Sicuramente un’eccessiva esposizione di corpi perfetti non aiuta, ma poi c’è il mondo reale, la madre, le compagne di classe. Loro distinguono l’alterazione dal mondo che vivono tutti i giorni, ci sono dei problemi ma si affrontano.

    La famiglia è una tematica costante della tua produzione letteraria come mai?

    La famiglia è il primo luogo in cui fai esperienza del potere, perché c’è qualcuno che lo detiene, gli adulti, e chi lo subisce il potere, i figli. Questa esperienza ti macchia per come vivrai il lavoro per come vivrai successivamente il potere nel lavoro, nella società. Ti condiziona moltissimo. Il potere è un tema ricorrente nei miei libri, così come le dinamiche del potere. Della famiglia che è un microcosmo racconto queste dinamiche.

    La protagonista cerca un riscatto. È sempre unoa stimolo per uno scrittore e lo è stato per te?

    Io mi sono esercitata attraverso lo sguardo del testimone. Come ne La più amata, la protagonista cambia e si mostra per quello che è davvero solo a metà del romanzo.  All’inizio è insopportabile, ma poi muta. Pian piano, il lettore si accorge che tutto quello che dice è alterato. Vengono disseminati elementi che fanno capire che non dice il vero. Lei si racconta come la scrittrice di successo, ma non è così. Quando vai avanti con la lettura, comprendi tutta la fragilità della protagonista. All’inizio c’è solo l’impalcatura.

    Sono personaggi pieni di rabbia, di energia, si armano come per andare alla guerra. Lei vuole vendicarsi con gli ex compagni di liceo, nel suo percepito sono quelli che non l’hanno amata. Lei ha concluso poco sia professionalmente che a livello emotivo. Si arma tipo il Conte di Montecristo, poi però si rende conto che non c’è nessuna guerra, questi ex compagni sono fragili quanto lei, invecchiati quanto lei e invece nonostante lei abbia il pregiudizio della ricchezza e crede che la ricchezza li possa portare a una vita facile, non è così. Si ritrova davanti delle persone distrutte perché il privilegio non ripara dal dolore e dal fallimento. I ruoli non sono fissi, lo tematizzo anche nel prologo straniante. Nel corso dell’esistenza cambiano, anche la vittima può essere il carnefice, tutti siamo entrambi.

    Mi interessa molto la sproporzione del personaggio perché comunque alla fine non c’è nessuna soluzione, nessuna redenzione, forse è fuori dal libro. Spetta al lettore capire o decidere se la protagonista cambierà definitivamente o no.

    Che cos’è la malattia di Lidia?

    La malattia di Lidia è un’ossessione per tutti, perché tutti hanno paura di poter avere a che fare con una mente danneggiata. Appena diventano madri si premurano di sapere che i figli non abbiano danni cerebrali, perché hanno conosciuto quella mente che si è bloccata, perché la mente malata è diventata lo spettro e lo specchio. La protagonista che non è stata una buona madre, invece riesce a esercitare la maternità su Lidia il prototipo di figlia da cui era spaventata, lo spettro che la terrorizzava, la danneggiata addirittura cinquantenne, quella che lei non voleva. Le capita questo accadimento e in qualche modo riesce a esercitare la maternità su di lei.

    Sei generosa con gli scrittori emergenti, ne hai lanciati molti e li hai sostenuti, perché?

    Non è una questione di generosità. Questa generazione di artisti, scrittori, musicisti, è straordinaria e possiede una consapevolezza, una maturità anche stilistica, e sono già capaci di esprimere tutto quello che vogliono dire e abbattono le categorie. Con loro ho scoperto, con Mattia Insolia, Madame, Jonathan Bazzi, Fumetti Brutti, da una parte l’orgoglio, perché penso che noi abbiamo creato un mondo che ha permesso loro di essere così liberi e di potersi esprimere. Parlo di orgoglio generazionale, da mamma, da nonna.

    Questo forse corrisponde al libro. Sono una perfetta madre di sconosciuti. Perché il materno è impossibile esercitarlo perfettamente con i figli, è più semplice con chi non ti è figlio. Loro ti raccontano un mondo.

    Dall’altro lato, c’è la felicità della deresponsabilizzazione perché attraverso questi libri, mia figlia imparerà la libertà e altri valori, da questi scrittori nuovi. Faranno di mia figlia e di altri, essere umani migliori.

    Tu ami molto guardare la televisione mentre alcuni scrittori addirittura non la possiedono.

    Sovente gli intellettuali peccano di presunzione, non guardano la televisione e non sono aggiornati sulla letteratura che non è più la letteratura che conoscevano. La letteratura non può più raccontare in un certo modo, con una lingua immobile, perché è stata mangiata dal linguaggio televisivo.

    Con questo snobismo molti restano indietro, fanno e scrivono cose già dette, già viste. Credono di fare chissà cosa e di innovare il linguaggio, perché non conoscono l’immaginario del momento, l’immaginario popolare, la lingua su cui ci sarebbe davvero da raccontare per ore. Se tu guardi la tv noti che il linguaggio è fatto di nessi logici, di causa ed effetto, è il linguaggio politico e il linguaggio degli opinionisti politici, perché loro parlano così. Forniscono una verità, parlano bene. Allora la letteratura deve liberarsi da questa logica, di questo quadretto fatto di causa ed effetto dentro cui stare.

    So che hai una passione per Uomini e Donne il programma di Maria De Filippi è vero?

    Sì. La De Filippi è una grande narratrice, influenza e fa costume, ha creato delle categorie antropologiche, i tronisti, prima di lei  non esisteva, non veniva rappresentata quella estetica. È una narratrice straordinaria.

     

    Mariagloria Fontana

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