domenica, Ottobre 17, 2021
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    Reportage. In viaggio con il Covid: quarantena e ritorno

    Che viaggiare in pandemia da Covid sia una tacita assunzione del rischio di contrarre la malattia è una consapevolezza più o meno cosciente in tutti, anche in coloro che hanno scelto – con ragionevolezza e senso civico- di accettare di vaccinarsi, gesto che, legittimamente, fa insorgere molti timori ma rimane una grande manifestazione di rispetto per la propria sfera personale e per quella collettiva (che, poi, non sono cose così diverse).

    Vacanza in famiglia in Italia

    Può capitare di organizzare una vacanza con la famiglia, rigorosamente in Italia e dopo aver eseguito entrambe le dosi del vaccino (almeno chi può farlo e, cioè, gli adulti del nucleo familiare dato che nel Lazio, regione nella quale risiedo, i ragazzi possono vaccinarsi a partire dai 12 anni).

    Quale meta migliore del Trentino-Alto Adige per scongiurare il caldo torrido che inonda quasi tutta la nazione e per consentire al proprio figlio di tre anni di immergersi nella natura, con le comodità (ben rare) di una zona totalmente baby friendly? E poi al nord, si sa, le cose vanno meglio che al centro-sud e se ci dovesse essere qualche problema si troverebbero subito l’accoglienza e l’assistenza necessarie.

    Ecco che i luoghi comuni si confermano essere tra le credenze più illusive e fraudolente in cui si possa incorrere, perfino e soprattutto quando si è motivati da un estremo bisogno di rilassarsi.

    La seconda parte della vacanza

    La prima delle due settimane prenotate trascorre nel migliore dei modi, tra escursioni adatte ai più piccoli, passeggiate in ordinate e accattivanti cittadine di montagna e lauti pasti nella struttura alberghiera scelta.

    Arriviamo a sabato, giorno che sancisce la fine dei primi sette giorni di vacanza e che decidiamo di impiegare in una gita al bosco dei draghi, una “MontagnAnimata” in cui vive una stirpe di draghi innocui e benevolenti che, per non fare spaventare i bambini (e i loro genitori), diventano invisibili.

    La paura è solo stupore per ciò che è invisibile agli occhi

    Chissà se, di tanto in tanto, questi draghetti si decidono a mostrarsi, dato che la paura, a volte, è solo un incontenibile stupore per ciò che non si può vedere ma si percepisce molto bene.

    Dirigersi verso la cima di una montagna, però, ha delle piccole controindicazioni, come l’insofferenza alle curve in macchina: allarmati da un improvviso mal d’auto di mio figlio, decidiamo di portarlo da un medico.

    A Cavalese sembra che sia lo stesso ospedale a fungere da guardia medica, così decidiamo di accompagnare il bambino nel nosocomio di questa affascinante e compita cittadina per un veloce controllo.

    Il bambino è positivo al tampone

    Il primo screening a cui mio figlio viene sottoposto è il test rapido (di terza generazione) per il Covid e la nostra imprudente sicurezza nel considerarlo un’indagine ragionevole ma superflua nel nostro specifico caso, è stata almeno pari allo stupore e allo sgomento che abbiamo provato davanti alla positività del risultato.

    Date le condizioni cliniche eccellenti del piccolo positivo, accertate con scrupolo e accortezza dal personale medico con non poco sollievo da parte nostra, veniamo velocemente liquidati con il referto cartaceo del tampone di mio figlio.

    E noi, che facciamo?

    La prima situazione sgradevole che ci si presenta davanti è la difficoltà a reperire un qualsiasi Covid point che eseguisse il tampone a noi adulti, accettando perfino di richiederlo privatamente, nonostante fossimo, per ovvie ragioni, i contatti più stretti che si possano immaginare per un soggetto risultato positivo (benché asintomatico) a questo insidioso virus.

    Tra farmacie che non hanno mai eseguito o non eseguono più i tamponi e vari altri centri competenti ma che di sabato chiudono i battenti, e dopo innumerevoli chiamate ai numeri forniti dall’ospedale, rintracciamo l’unica clinica aperta (che esegue perfino il test Covid!) nonostante l’improrogabilità del riposo festivo, peraltro suggeritaci dalla struttura alberghiera che ne sa una più…dell’ospedale.

    Siamo negativi

    In presenza della lieta novella della negatività degli esiti, iniziamo a pensare a come gestire l’isolamento del piccolo e la nostra quarantena nel pieno rispetto delle regole provinciali e statali.

    Il primo numero, il contatto più ovvio e ragionevole a cui rivolgerci per provare a conoscere queste regole è stato quello del Centro Covid della Provincia Autonoma di Trento e cioè l’amministrazione preposta alla gestione dei casi come il nostro che, però, con nostro grande stupore, dopo le fatiche di un’intera settimana lavorativa, riposa rigorosamente non solo al settimo giorno ma anche al sesto: insomma fa unica tirata di ferie dal venerdì pomeriggio alla tarda mattina del lunedì.

    Il Covid va in vacanza il fine settimana in Trentino?

    Evidentemente il Covid va in vacanza il fine settimana, almeno in Trentino e, al lunedì, se la prende anche comoda. Come non capirlo?

    Proviamo a contattare, colti da certa preoccupazione, i medici generici di nostra conoscenza che, per evitare risposte azzardate, non ce ne danno nemmeno una.

    Per avventura, riusciamo a metterci in contatto con il Centro Covid del Lazio che ci informa che l’isolamento avviene strettamente nel domicilio in cui si trova il paziente Covid al momento del tampone positivo e, per tornare alla propria residenza, sarebbe stato necessario ottenere sia il nulla osta della ASL del posto che il consenso al rientro dell’ASL della regione di appartenenza.

    Sfiniti da un numero difficilmente calcolabile di telefonate (e di aspettative deluse), e senza aver pranzato, torniamo in albergo dove il Direttore e una parte del personale ci attendono nel retro della struttura per farci salire, con le mascherine sigillate sul volto e a distanza di sicurezza, dalla scala d’emergenza, quasi di nascosto.

    Una foga improvvisa ci ha spinti ad entrare velocemente in camera, con l’unico obiettivo di evitare rischi per chiunque altro. In fondo, il senso di responsabilità verso gli altri è la ponderata misura della cura che si ha per se stessi (e la querelle sul vaccino lo dimostra).

    Quarantena in mansarda in tre

    Ci siamo chiusi in camera, nella nostra piccola mansarda di legno all’ultimo piano, con un’unica finestra che si poteva aprire solo dall’alto.

    A inizio vacanza, quella sistemazione ci era sembrata una perfetta dimora per riposare dopo le avventure in mezzo alla natura ma, adesso, con una prospettiva di segregazione tendenzialmente lunga, ci appariva come una prigione ben poco accettabile, soprattutto per il più piccolo.

    Una settimana chiusi in albergo?

    Poiché la ragionevolezza su questo tema non è affatto scontata, mi sento in obbligo di specificare che il mio rammarico non è rivolto all’isolamento -comportamento necessario non solo perché imposto dalla legge ma perché umanamente corretto- bensì alla soluzione specifica che ci veniva proposta: rimanere in albergo, in quella condizione claustrofobica, senza la possibilità di tornare a casa nostra, almeno fino alla riapertura degli uffici.

    Si tratta delle stesse prescrizioni che valgono e che vengono applicate ai residenti e che, naturalmente, non è ragionevole estendere ai turisti. Gli stessi turisti che, nel malaugurato caso di positività come il nostro, possono rivolgersi soltanto a un Centro Emergenza (emergenza?!) Covid che chiude nel fine settimana, in piena alta stagione, in una delle regioni più turistiche, rinomate (e apprezzate per civiltà e progresso) d’Italia.

    Il nettare magico

    Nonostante l’esiguità degli spazi, la direzione ed il personale della struttura che ci ha ospitati ha fatto di tutto per renderci agevole quella permanenza forzata in mansarda, mandando buon cibo a volontà, fogli e matite colorate per mio figlio e accontentandomi sulle ricorrenti richieste di bottigliette di succo alla pera che è quel nettare magico capace di far tornare il sorriso al mio piccolo, anche nei momenti di noia e di tristezza per la clausura, proprio come accade con il pensiero di un piccolo amico drago che c’è anche se non lo vediamo.

    L’intero fine settimana è trascorso tra libri, salti sul letto, tv, improbabili spiegazioni sul perché non si potesse uscire (ma, dalla finestra, si vedevano altri bimbi giocare all’aria aperta), lunghe telefonate con amici preoccupati e, soprattutto, infiniti tentativi di contattare le amministrazioni competenti.

    Ecco giungere la mattina feriale d’inizio settimana, il momento in cui poter mettere in campo tutta la determinazione ad ottenere le due autorizzazioni per tornare a casa senza infrangere regole amministrative e norme penali.

    ”Non è un’emergenza”

    Dalle 8 in punto iniziamo a chiamare il Centro Covid e l’ASL della Provincia Autonoma di Trento ma la linea non prende, cade, singhiozza. Il 112, pure se menzionato tra i contatti per le emergenze, non si dichiara competente in quanto la nostra “non è un’emergenza”.

    Finalmente la ASL del Lazio

    Intorno alle 10, riceviamo una prima mail dalla ASL del Lazio, in risposta ad una nostra richiesta di aiuto inoltrata sabato, che ci autorizza a rientrare nella nostra regione. Manca, però, ancora, qualsiasi cenno da parte dell’amministrazione di Trento, l’unica competente a permetterci di lasciare il suo territorio.

    Ci risulta impossibile riuscire a parlare con un operatore del relativo Centro Covid, nonostante i nostri instancabili tentativi.

    Si riesce a reperire soltanto l’Ufficio per le pubbliche relazioni della ASL che ci informa della circostanza che se per il Lazio è la stessa ASL ad essere competente dell’emissione dell’autorizzazione al nostro rientro, per la Provincia Autonoma di Trento sarebbe stato il Centro Covid a lasciarci partire.

    Insomma, saremmo stati liberi solo quando questo rilassato Centro emergenziale (con buona pace degli ossimori) ci avesse risposto.

    Ancora attraverso l’URP e con non poca (ma legittima) insistenza da parte nostra, riusciamo a ottenere il numero di telefono di un medico del centro vaccinale che avrebbe potuto concederci l’agognata autorizzazione: ci viene quindi suggerito di inviare una e-mail a un indirizzo del Centro COVID nella quale specificare che questo lascia passare verbale era stato correttamente ottenuto.

    La liberazione

    A metà mattina, inoltre, dopo due giorni e mezzo di estenuante reclusione in mansarda, mentre caricavamo la macchina con i nostri bagagli, arriva la tanto attesa chiamata del Centro Covid della Provincia Autonoma di Trento: l’operatrice, del tutto ignara della nostra “autorizzazione” e della e-mail inviata al centro per il quale lavora, conferma la nostra liberazione e le modalità di rientro a casa in mezzo privato senza, però, mostrare la ben che minima preoccupazione di verificare la nostra asserita autorizzazione al rientro da parte della ASL del Lazio (d’altronde, verba volant).

    Ci chiede, a fine conversazione, in quale albergo alloggiassimo e se il piccolo avesse partecipato ad attività ludiche con altri bambini (perché, si sa, i contagi avvengono solo a parità di fasce di età, esclusi i fine settimana).

    Predisposti a partire per il tanto desiderato viaggio verso un nuovo isolamento che, però, almeno, sarebbe stato tra le mura di casa, respiriamo l’ultima aria tersa di quelle meravigliose altezze. Un tiepido sole schiarisce questo imminente addio ai monti che ci adombra lo sguardo con un velo di rabbia e un guizzo di stanca malinconia.

    Prima di partire, nel pieno rispetto delle regole di sicurezza (e buon senso), passo a salutare il direttore, il personale di sala e gli animatori che mi congedano con gesti premurosi e mi porgono un sacchetto contenente il pranzo, un thermos con tanto caffè caldo, dei dolcetti, l’acqua e dei gadget per il bimbo.

    In viaggio verso casa

    In macchina, continuiamo a sviscerare la situazione per comprenderne gli aspetti legali, formali e sostanziali che, purtroppo, sembrano non solo ostici ma anche poco puntualmente disciplinati e la speranza che vengano prese le dovute precauzioni nei confronti di chi è stato a contatto con noi (adulti e bambini che siano) diventa uno dei nostri principali pensieri.

    A metà strada, decido di aprire il sacchetto del pranzo e, tra le varie cibarie, intravedo una bottiglietta di fresco succo alla pera. Quel succo alla pera che qualcuno dello staff, nonostante mi fossi dimenticata di chiederlo, ha pensato di donare per allietare il lungo viaggio in macchina di mio figlio, è il simbolo della resistenza appartata e gentile all’inumanità, è quello schizzo sfolgorante di reciprocità che scalpita in mezzo all’opacità delle burocrazie esistenziali.

     

    Gisella Blanco

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