domenica, Dicembre 4, 2022
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    Nella Nobili, Ho camminato nel mondo con l’anima aperta (Solferino)

    Questa è la narrazione realista e romantica di una dicotomia feroce, di una lacerazione non rimarginabile, di una personalità che rintraccia la propria individuazione nella divaricazione psichica tra poli opposti e oppositivi di vita, di esperienze, di affetti indicibili.

     

    “Non c’è nessuno dentro.

    E io non sono mai stata

    Oltre quel muro

    Che forse non ha seguito nemmeno –

    E forse è solo un muro senza casa

    E’ una ferita che si dilata

    Nella memoria.

    Nella Nobili vive e rivive nella viscerale monografia curata da Maria Grazia Calandrone, Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, edita da Solferino.

    Sulla copertina ci sono due mani raccolte, ritratte in bianco e nero, parzialmente coperte da uno schizzo blu, coprente, intransigente nella sua opaca bellezza che culmina nella parola “Poesia”.

     

    “Tristezza – fammi piangere!

    (io vorrei tornare)”.

     

    C’è un’oscurità fondamentale e archetipica che ammanta la vita di Nella sin dalle origini, la trascina inconsapevolmente molto oltre la ferocia dell’impatto psicosociale con la Grande Depressione della fine degli anni Venti, la stritola nella congerie della severità di eventi, di incontri, di solitudine, di povertà, di pregiudizi, di indifferenza ai diritti umani.

    Ricorre l’immagine, tra i suoi versi, di fianchi femminili incatenati e martoriati nella collisione con il mondo di fuori:

     

    “Se torna

    In pianto su questa parete

    Tenetela ferma – tenetela

    Con le spine nelle vesti – chiudete

    Gli arbusti intorno ai suoi fianchi”.

     

    Se la lettura dei versi di Ada Negri dedicati alla madre operaia è come una profetica rivelazione, l’inizio del lavoro in fabbrica a soli 14 anni (e il relativo necessario abbandono della scuola) sancisce l’ingresso di Nella, appena adolescente, nella ferocia della società della prima metà del Novecento.

     

    “E se la mia testa esplode nel fuoco e se il mio corpo

    Brucia e se la mia adolescenza resta qui dentro questo fuoco

    Che esplode nella mia testa e se la mia paura

    (L’uscita non è lontana. L’importante

    E’ non perderla di vista nemmeno un istante)”.

     

    Il lavoro in fabbrica è una carcerazione mortifera che obbliga giovanissime donne a faticare tutto il giorno, sottoposte al calore annientante dei macchinari in funzione e alle insalubri esalazioni da combustione di sostanze chimiche, come se il sacrificio fosse un ineluttabile destino femminile a cui non si può e non si vuole sfuggire.

     

    “Chiedo a mia Madre

    Delle camicie per cambiarmi

    Tre quattro otto, una ogni ora

    E ancora non basta

    A tamponare il nostro sudore

    A cancellare il nostro dolore

    Non basta. Per un po’ di fresco

    E’ la pelle che dovremmo strappare

    Nell’inferno dell’officina”.

     

    Nella descrive la crudezza della vita operaia, l’assenza di diritti, il grido unificato e lancinante di chi, per vivere, è costretto a sottoporsi al rischio della morte e, a distanza di un secolo, non si può che constatare, con rabbia e disincanto, che si continua a combattere contro la stessa inaccettabile indolenza:

     

    “Mentre l’ossigeno che soffia il gas

    Viene da una bottiglia d’acciaio

    Nella quale l’aria è fortemente compressa

    A 240 atmosfere, credo. Ma il rischio

    Di esplosione è minimo

    La si può lasciare accanto alle ragazze

    Il rischio è minimo”

     

    Nella non si sottrae alla fatica, al dolore, al sudore e al senso di disprezzo – ricevuto e offerto – che le si appiccica addosso come le vesti imbrattate di fumi asfissianti: in fabbrica si rifugia a leggere, chiusa in bagno all’ora di pranzo, per non farsi vedere dalle colleghe, per non farsi scoprire nella coltivazione attenta e instancabile della radice poetica piantata nell’arsura.

     

    “Fra mezzogiorno e le due

    La ragazza ingoia il cibo

    Che ha sapore di casa e la rassicura

    Fra mezzogiorno e le due

    Lei tira fuori un libro come a scuola

    E si nasconde per leggerlo, per non mostrare i titoli

    E non turbare le altre

    Legge qualche pagina e sogna

    Fra mezzogiorno e le due

    Aggrappa i suoi pensieri a quei sogni

    Per il resto del giorno”.

     

    Forse è la sua scrittura apparentemente semplice, talvolta così volutamente prossima alla prosa da abbandonare il verso per giungere a formule espressive immediatamente comprensibili, che le fa acquisire il titolo ufficioso (dis)onorifico di “poetessa operaia”, rendendola un caso letterario ai margini del mondo culturale.

     

    “Se rompo il verso, se lo scompongo

    Se ne faccio un’umile riga

    Descrittiva

    E priva del profumo della fantasia

    E’ per raggiungere l’essenziale”.

     

    La preparazione autodidatta

    La mancanza di una formazione canonica (benché totalmente sostituita da una preparazione autodidatta), la vita appartata, i lunghissimi anni di lavoro in fabbrica, l’ombra incessante dell’indigenza creano un personaggio fantomatico e parzialmente annichilente che copre la persona, la poeta, finanche la poesia.

    Maria Bellonci e il suo salotto letterario

    Il salotto romano letterario di Maria Bellonci, fondatrice del premio Strega, la accoglie con l’entusiasmo distaccato e snobistico tipico delle élite culturali che si approssimano all’idea di inclusione umanistica, pur non abbracciandola spassionatamente.

    D’altronde un’Italia conformista come quella degli anni Cinquanta non poteva risultare né accettabile né accogliente per uno spirito ribelle e non addomesticabile come quello di Nella.

    Sibilla Aleramo

    Saranno molte le selettive e acute empatie intellettuali che Nella susciterà nel panorama artistico italiano, come quella di Sibilla Aleramo che le scriverà, in un impeto di piena sintonia: “Rimani come sei, non lasciarti cambiare”.

    Simone De Beauvoir

    Tuttavia, saranno tante (e dolorose) anche le antitesi, le incomunicabilità, le opinioni pregiudizievoli e pregiudicate di personaggi di fama nazionale e internazionale che non hanno lesinato un atteggiamento di franco distacco dalla poetessa, come Simone de Beauvoir, convita che la scrittura fosse “un vero e proprio mestiere” incompatibile con altre professioni soprattutto, forse, con quelle non culturali.

    Calandrone scrive, a tal proposito, che “il sacerdozio poetico non significa scrivere e basta, significa scrivere sopra ogni cosa”, proprio come ha fatto Nella, mostrando un ardore e una perseveranza mirabilmente capaci di superare la tensione del corpo allo stremo che molti intellettuali benestanti non hanno mai nemmeno immaginato.

     

    “Ormai solo il vero conta.

    Penetrare nel vero, affidarsi al senso più concreto

    Con i mezzi più concreti:

    ogni uomo li possiede”.

     

    Tra i versi di Nella sulla guerra universale e sul conflitto interiore, la donna è soldato dalla nascita. Desinenze maschili e femminili si alternano nel conforto della loro fungibilità ontologica attraverso la parola Poeta che le sincretizza senza decurtarne la specie, senza estirparne la radice dalla vita e dalla morte:

     

    “Io che non ero né madre, né sposa

    Né orfana di guerra

    Dovevo partire, era giunto il mio turno

    E poi non c’era più nessuno, più nessuno sulla terra.

    (…)

    Sarò morto di raro, sarò morto di fuoco

    (…)

    Perché ero giovane, perché ero Poeta

    Dunque, benedetto da Dio”.

     

    L’amore nasce nella gola secca della fabbrica, ha occhi di donna, di ragazza, di figlia, di fidanzata, di sorella e se una passione così forte e assoluta verso lo stesso sesso non si può sbandierare, certamente si potrà cantare in poesia:

     

    “Fedelmente lei e io insieme

    L’altra che sono e che torna

    A sé lungo i sentieri dell’infanzia”.

     

    A volte l’infanzia è vaticinio d’abisso che si incarna nel corpo proprio e in quello degli altri e si riproduce in ogni segmento dell’esistenza:

     

    “Non cacciatelo, è il figlio morto

    Che non potrà più nascere”.

     

    Anche se a cinquantanove anni Nella sceglie di abbandonarsi a quella pace del silenzio che aveva strenuamente ricercato in vita, una forza sussultoria perdura, instancabile e incessante, nell’incontro tra i suoi versi e noi tutti, suoi testimoni:

     

    “Un giorno su un quaderno di scuola

    La ragazza andò in cerca

    Della Bellezza che le avevano tolto

    Voleva intrecciare mantelli di luce

    Con parole rarissime e bellissime

    Per vestire le amiche”.

     

    E’ forse nell’intento tenerissimo e dilaniante di “vestire le amiche” con le nostre parole migliori che il linguaggio si rivela conforto e supporto, e la poesia vive.

     

    Gisella Blanco

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