domenica, Dicembre 4, 2022
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    Taccuino di Uno Scrittore, William Somerset Maugham (Adelphi)

    Immagine copertina: William Somerset Maugham –
    Photo by Evening Standard/Getty Images

    Chi abbia letto almeno uno dei romanzi di William Somerset Maugham (Parigi, 25 gennaio 1874 – Saint-Jean-Cap-Ferrat, 16 dicembre 1965) non potrà esimersi dall’approfondire la conoscenza dell’autore britannico attraverso il prezioso Taccuino di Uno Scrittore, uscito per Adelphi edizioni, traduzione di Gianni Pannofino, pubblicato per la prima volta nel 1949.

    Maugham, come altri suoi illustri colleghi, L.F. Celine, A. Cechov, A. C. Doyle, era medico, e poi anche ufficiale dell’intelligence britannica durante la Prima Guerra Mondiale. Tante esistenze avventurose ha vissuto l’autore del celebre ‘’Il Mago’’, il romanzo che aveva per protagonista un mago ispirato al noto esoterista Aleister Crowley.

    Taccuino di Uno Scrittore, attraverso annotazioni, appunti, quaderni densi di intuizioni, iniziati a raccogliere dall’età di diciotto anni, nel 1892, per quasi cinquant’anni, ce ne restituisce tutta la complessità, la creatività, il pessimismo e l’acume.

    Pagine di aforismi, epigrammi, ma anche seminali spunti del grande talento dello scrittore britannico si scorgono tra le frasi, i commenti, le riflessioni e le considerazioni, nel corso di tanti lustri.

    Non solo, in Taccuino di Uno Scrittore, Maugham descrive celebri personalità, soprattutto scrittori, talvolta con ferocia, così come si ritrovano affilate riflessioni rivolte alle opere altrui e pungenti analisi ai costumi dell’epoca.

    Perché uno scrittore dovrebbe tenere un taccuino?

    Un compendio del libro, quasi il manifesto programmatico del pensiero dello scrittore, è racchiuso nella considerazione che segue e che si trova all’interno del testo:

    ‘’Non ricordo più chi fu a dire che ogni autore dovrebbe tenere un taccuino, pur facendo attenzione a non farvi mai riferimento. Se la si interpreta correttamente, penso che questa affermazione abbia un che di vero. Prendendo nota di una cosa che ci colpisce, noi la separiamo dal flusso incessante di incomprensioni che si affollano davanti all’occhio della mente, e forse riusciamo a fissarla nella memoria[…]

    Quando sappiamo che prenderemo nota di una certa cosa, la osserviamo più attentamente del solito, e in tal modo dentro di noi troveremo le parole che daranno alla cosa in questione il suo posto particolare nella realtà’’.

    La dicotomia tra scrittori inglesi e scrittori francesi

    Interessante proprio all’inizio del testo, è la divisione che Maugham fa tra scrittori inglesi e scrittori francesi: questi ultimi sono soliti far leggere le proprie opere, se non addirittura le ‘’bozze’’, ai loro colleghi, mentre, al contrario, gli scrittori inglesi sono molto meno avvezzi a questa prassi e, più in generale non sono particolarmente sensibili alle critiche.  Pare che persino Flaubert sia stato uno di quei francesi.

    Maugham afferma: ‘’Credo che gli scrittori inglesi siano fondamentalmente egocentrici. Può darsi che siano vanitosi quanto gli altri, ma la loro vanità viene soddisfatta all’interno di una cerchia ristretta. Non paiono particolarmente turbati dalle critiche e, tranne qualche eccezione, non fanno carte false per ingraziarsi i recensori. Vivono e lasciano vivere’’.

    Sugli scrittori francesi, al contrario, la sintesi e la morale che ne fa è la seguente:

    ‘’I francesi, considerando la scrittura un’onorevole professione (diversamente dagli inglesi), la scelgono anche senza essere dotati di una spiccata creatività; una perspicace intelligenza, la solida istruzione e il vasto retroterra culturale consentono loro di produrre opere di notevole qualità, dovute più alla determinazione, all’industriosità, a un cervello brillante e ben fornito che a un’urgenza creativa, cosicché le critiche e i pareri di persone bendisposte possono risultare di grande utilità’’.

    Su Fedor Dostoevskij

    Tra le tante considerazioni brillanti e approfondite che segnano la capacità di Maugham in qualità di scrittore e, perché no, persino di critico letterario, accenniamo soltanto, fra le 412 pagine, a quelle in cui analizza l’opera, lo stile e la scrittura di F. Dostoevskij:

    ‘’[…]C’è chi parla di lui come se fosse un romanziere trascurabile, ma ciò non risponde al vero: Dostoevskij è davvero un ottimo romanziere e usa certi stratagemmi con grande abilità. Tra questi, uno da lui utilizzato di continuo consiste nel riunire i personaggi principali della sua storia per farli discutere di un evento talmente clamoroso da risultare incomprensibile. Dopo di che vi conduce alla sua comprensione con l’abilità di un Gaboriau che sbrogli un crimine romanzesco[…]

    Dostoevskij aumenta la tensione con un espediente ingegnoso:

    i personaggi si agitano oltremodo per i discorsi che fanno[…] cosicché alle parole più comuni viene attribuito un significato che il lettore non sa spiegarsi; e a un certo punto il lettore è così invischiato in tali gesti stravaganti da ritrovarsi lui stesso con i nervi tesi e pronto a rimanere davvero scioccato quando accade qualcosa che altrimenti non lo avrebbe turbato granché, ad esempio arriva una persona inattesa o viene data una notizia.

    Dostoevskij è un romanziere troppo bravo per tirarsi indietro di fronte alla coincidenza[…]’’

    Un testo imperdibile, non solo per gli amanti di Maugham, ma anche per coloro i quali identifichino nella scrittura e nella parola uno dei sensi dell’esistenza.

     

    Mariagloria Fontana

     

     

     

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