domenica, Ottobre 17, 2021
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    L’amore muto, Pia Rimini ( Readerforblind Edizioni )

    L’operazione intellettuale, e non meramente divulgativa e commerciale, della giovane casa editrice Readerforblind, il cui nome è un omaggio allo scrittore Raymond Carver, è la riscoperta di autori che non hanno mai ricevuto la dovuta attenzione oppure sono caduti nell’ombra di una spietata quanto ingiusta damnatio memoriae.

    “Le polveri” è il calzante nome della collana che si propone di ripubblicare opere del Novecento, abbandonate sotto centimetri di polvere stantia (e di dimenticanza) tra mercatini dell’usato e librerie di modernariato. “I superflui”, invece, è la seconda, più recente collana che si prefigge di scovare o riesumare talenti contemporanei ancora non emersi.

    Si tratta di un’iniziativa interessante e coraggiosa, proprio come i racconti di Pia Rimini, raccolti nel libro “L’amore muto”.

    Già dalle prime pagine, attraverso l’accurata prefazione di Giulia Caminito, molto sensibile alla potenza drammatica del linguaggio dell’autrice, si percepisce il senso corposo dell’indagine femminile che attraversa tutto il testo.

    “Il peso del paradosso” risulta essere l’onta del successo, ottenuto con fatica, da una donna del primo Novecento, come Pia: Caminito spiega l’indole sovversiva della scrittrice a partire dalle difficoltà che hanno costellato la sua vita, precocemente interrotta in un campo di sterminio polacco.

    Scorrendo tra i brevi racconti di Pia, si assiste a una denuncia puntuale e accanita della condizione femminile di quegli anni, gli stessi anni in cui si palesano le prime rivendicazioni dei diritti delle donne benché il loro ruolo, nella società, fosse ancora gravemente dimesso e svilito in modo trasversale.

    Donne auto-sottomesse alla crudeltà della quotidianità

    Le donne di Pia Rimini, protagoniste indiscusse della sua narrazione, frantumata e ricomposta in aneddotica dell’esistenza, sono sempre auto-sottomesse alla crudeltà del quotidiano sopravvivere, si somigliano nella vocazione alla resistenza ma giacciono in crisi estatica davanti alla ferocia del loro sentimento che si trasforma in ruggente e velenosa parola.

    “Il groviglio è legato al pube e alla radice della schiena da tanti fili che si contraggono tutti, mentre il nodo resta fisso nel grembo e le si propaga per i reni rotti e per le gambe indolenzite a ogni sussulto della carne.

    Un grande bisogno di esprimere le pesa in fondo alla schiena, per far uscire quel groviglio come una cosa guasta”.

    Il corpo viene descritto con erudita precisione attraverso una terminologia che enfatizza la percezione sensoriale.

    E’ la materia sostanziale femminile che cede (o vorrebbe cedere) all’amore per se stessa (incarnata nella fisicità dell’altro), proprio come accade tra i versi di Saffo o di Nella Nobili ma che, nell’organismo comunicativo di Pia, diventa perpetua, indebita condanna alla violenza sul più debole.

    Chi è il più debole tra la vittima e il carnefice?

    E, a questo punto, è lecito domandarsi chi sia, effettivamente, il più debole, tra la vittima che si offre e il carnefice che dipende da quell’offerta:

    “(…) e anche ricordava la sua voce, la prima volta: ‘Ti faccio male? Dimmi, ti faccio male?’ ”.

    Dall’esperienza della violenza, però, si trae una inspiegabile e sorprendente energia vitalistica, tutta femminile e zampillante:

    “Allora quasi fu contenta d’esser donna: d’esser della carne spremuta, calpestata, perché dal suo sangue era sprizzata, a faville, la gioia. E dentro le scattò un furioso bisogno d’esser sana, di riavere in sé l’oppressione della gioia, avviluppata nelle carezze che si piegano, pesando l’una sull’altra come una fioritura che si versa da un davanzale e che qualcuno, passando, tocca distrattamente”.

    La natura appare come la sinossi dell’emozione, viene espressa nella sua competenza inconsciamente taumaturgica, si fa esoscheletro dell’umana debolezza, sembra spiegare alla voce narrante ciò che essa vuole esprimere senza dare eccessivo sfoggio della propria umanità:

    “Le pareva che tutti gli alberi fossero tristi della stessa tristezza che fluttuava nel camerone bianco e che solo l’albero di magnolia fosse felice, così chiaro e lucido, che portava i suoi fiori come sorrisi di fanciullo”.

    L’amore

    L’amore è folle e incontrollata prodigalità, è l’offerta del desiderio inconfessato che appare torbido e colpevole come una cessione volontaria del proprio diritto all’integrità emotiva:

    “Egli l’ha ghermita, l’ha spinta verso il letto: ed ella sente dietro la piega delle ginocchia il legno che le taglia la pelle e le sega le ossa. L’ha abbattuta (se chiude gli occhi, è perduta: bisogna guardarlo e dirgli con gli occhi che non deve)”.

    Se l’amore è un “Dare”, lo è anche la violenza del suo manifestarsi nel corpo maschile:

    “Ma egli la tiene, la stringe contro di lui che oltre la stoffa ella sente il calore e la violenza di quel grande corpo che la cerca e la preme; e dentro al ventre premuto, le batte, le pulsa qualche cosa, come un grande cuore affannato”.

    La sessualità interpreta l’atavica antonimia tra donna e uomo, luce e oscurità, bene e male ma, in questi racconti, nessuna delle due opposte realtà sembra meritare il totale riscatto della tenerezza:

    “Una lotta cieca: le bocche unite, i corpi nemici”.

    Questo amore infetto, infettivo e destabilizzante (degli equilibri personali e di quelli sociali che pure si fondano su tali contraddizioni asservite alla tracotanza paternalista), riesuma la bestialità dal maschile per riconsegnarla alla forma femminile che la accoglie con una nutrita (e più o meno consapevole) sottomissione a se stessa.

    L’oltraggio dell’uno è il sacro rito del sacrificio dell’altra in uno sconvolgimento psichico e corporeo che, nella sua atrocità, merita gratitudine:

    “E il gesto dell’amore le parve sacro; e anche la violenza di lui.

    Provò una riconoscenza gonfia di lacrime per lui che l’aveva fatta donna e l’aveva portata su questa voragine di luce: avrebbe voluto baciargli le mani e anche avrebbe voluto baciare se stessa, le sue braccia fresche e lisce, per baciare in sé, la vita”.

     

    Nel realismo sconcertante di corpi ingialliti, miseramente fragili o mastodontici, di sudori corrosivi, di grigiori epidermici, di ossa sporgenti, di sangue che sguazza nel corpo infranto e di viscere assuefatte all’autodigestione identitaria, il linguaggio residua come impronta di umanità sopravvivente:

    “Portava da quel viaggio una parola e la doveva reggere sulle braccia per offrirla a sua madre”.

    La trasfigurazione semantica dell’immagine più oppressiva della realtà e delle relazioni umane, perfino quando appare mesta e soccombente, riesce a nutrirsi della sua prorompenza di denuncia per identificare, svolgere e comunicare, oltre ogni sopruso, il proprio irrinunciabile desiderio all’etica.

     

    Gisella Blanco

     

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