domenica, Ottobre 17, 2021
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    Gli ”Spatriati” (Einaudi, 2021) dell’ultimo romanzo di Mario Desiati

    Claudia e Francesco si conoscono a scuola. Lei è anticonformista e solitaria, si veste da uomo. «Ha l’aria di essere piovuta da un altro mondo, più evoluto e illuminato». Lui è un ragazzino timido e inibito, frequentatore di chiese e sacrestie, chiuso in un provincialismo dal quale Claudia evade appena può.

    Londra, Milano, Berlino, sono le tappe del suo irrequieto vagare. Francesco resta fermo, a Martina Franca, e si ausculta, scava dentro di sé. Per quanto diversi, tra i due si instaura un legame fortissimo e indefinito. Una relazione atipica, che sopravvivrà a roventi storie di sesso e d’amore, sia etero che omosessuali.

    È questa, in poche righe, la trama che innerva Spatriati, (Einaudi, 2021), il nuovo romanzo di Mario Desiati. Il significato del titolo lo spiega lo stesso protagonista nell’incipit: spatriati, secondo il dialetto locale, sono «gli incerti, gli irregolari, gli inclassificabili, a volte i balordi o gli orfani, oppure celibi, nubili, girovaghi e vagabondi, o forse, nel caso che ci riguarda, i liberati».

    Spatriati

    Claudia e Francesco sono “spatriati” nel duplice senso di “espatriati” e di “fuori dalla norma”. Ma, in questa storia, se “spatriati” sono i figli, perché migrati e irregolari, alternativi e anticonvenzionali, “spatriati” sono anche i genitori, adulti spatriati interiormente, in qualche modo inetti perché incapaci di compiere il passo che può affrancarli dal quieto vivere imposto loro dalla sonnacchiosa società di provincia.

    Dunque “spatriato” è un concetto che si oppone a quello di “sistemato”. Chi è “sistemato” è incasellato (o dovremmo dire “ingabbiato”?) in un luogo fisico e mentale ben definito. Ha relazioni stabili, lavori non precari, e inevitabilmente guarda con sospetto e circospezione a chi si sente sradicato e ovunque fuori posto.

    A chi è incasellato sfugge tutta la complessità di coloro che sono ancora alla ricerca della propria identità e di un centro  che è perennemente mutevole, persone che solo nello squilibrio riescono a trovare un equilibrio e che nella fluidità, nella continua sperimentazione, nell’inesausto superamento dei limiti, i propri e quelli imposti dalla società, riescono a trovare la misura del loro stare nel mondo.

    Claudia è animata da una forza centrifuga, che la fa andare in avanscoperta, vuole spazio, libertà, rivendica il proprio diritto a un’identità sociale e sessuale non etichettabili.

    Francesco la segue, sempre un po’ in ritardo, ha bisogno di lei. Si direbbe che solo in lei trovi il suo centro, e quando finalmente decide di raggiungerla a Berlino, la trasgressione che pervade la vita della grande capitale europea, finirà per contagiare anche lui. Francesco vivrà la sua stagione libera, si scrollerà di dosso incertezze e inibizioni, ormai pronto a vivere la sua sessualità senza censure e senza tabù. Ma quella che agisce in lui è soprattutto una forza centripeta, che lo ricondurrà a Martina Franca.

    Spatriato agli occhi della sua gente pur vivendo in mezzo ad essa

    Il romanzo si divide in sei parti più un epilogo. Le prime tre parti hanno per titolo delle parole in dialetto pugliese: Crestiene, Spatriète, Malenvirne: tre parole-concetto appartenenti alla cultura locale (i Cristiani sono le persone normali, gli Spatriati e i Malinverno gli stravaganti, i diversi, le mine vaganti, in ultima istanza le pecore nere del tessuto sociale).

    Le ultime tre dei vocaboli in lingua tedesca: Ruinenlust (attrazione per le rovine, ma anche «compiacimento per i propri fallimenti»), Senhsucht («desiderio del desiderio», «nostalgia di un desiderio non ancora realizzato o irrealizzabile, di qualcosa di indefinito nel futuro o di un bene irraggiungibile»); Torschlußpanik («paura di non raggiungere un obiettivo per ragioni anagrafiche, un figlio, una famiglia o un determinato stato professionale»).

    L’epilogo, una parola in italiano, Amore, inteso però nel significato di “sapore” e riferito ai cibi. In tutti i casi si tratta di parole fortemente evocative, in grado di introdurre il lettore nell’atmosfera che sarà propria di quella sezione del romanzo.

    In appendice al volume si collocano delle pagine esplicative che Desiati, sottolineando il suo debito nei confronti de La passeggiata di Robert Walser, definisce Note dallo scrittoio o stanza degli spiriti. Sono pagine in cui l’autore fornisce informazioni in merito alle tante citazioni e ai molteplici riferimenti e omaggi a opere letterarie (specie di scrittori, poeti e saggisti pugliesi), luoghi ed eventi storici disseminati nel libro.

    Un romanzo di formazione

    Quello che Desiati ci consegna è sostanzialmente un romanzo di formazione, l’intera vicenda si presenta come l’educazione sentimentale dei due protagonisti, esponenti di una generazione, quella dei quarantenni di oggi, complessa e non irreggimentata, fluida e fluttuante, sradicata e fiera della propria libertà.

    Quella generazione che per prima non ha avuto paura di cercare altrove il proprio posto nel mondo, varcando le colonne d’Ercole del paesello d’origine, e sentendosi veramente cosmopolita o, almeno, cittadina d’Europa.

    Oltre ai due protagonisti è opportuno soffermarsi su altri personaggi che fanno da comprimari. In primo luogo i due genitori fedifraghi. Il padre di Claudia e la madre di Francesco sono infatti amanti. Felici e appagati pur nella clandestinità della loro storia. I rispettivi figli li amano incondizionatamente, tanto che Claudia indossa i vestiti del padre, e Francesco, nella sua ancora confusa ricerca di un’identità sessuale chiara, usa i rossetti e le matite per occhi della madre.

    A un livello inferiore si collocano i genitori traditi, il padre di Francesco e la madre di Claudia, verso cui i figli non nutrono alcun trasporto. Entrambi incarnano la ristrettezza di vedute imperante nelle piccole città di provincia.

    Intorno a Claudia e Francesco orbitano poi due figure non allineate, Erika e Andria, le due persone da loro amate: sfuggenti e indefinibili, incarnano la fluidità di genere e di sentimento che i due protagonisti sperimentano durante il loro soggiorno berlinese.

    Berlino, l’altra protagonista del romanzo

    E proprio Berlino, a cui ovviamente fa da contraltare Martina Franca, è un’altra grande protagonista del romanzo.

    Se la cittadina pugliese, con le sue architetture barocche, le chiese, le processioni e gli antichi riti della Settimana Santa, le campagne punteggiate di trulli pittoreschi, di vigne e uliveti (minacciati però dalla xylella), e le colline ricoperte dalle erbe selvatiche, il cui profumo inebria e consola, incarna un’immagine di struggente bellezza, è pur vero che alle nuove generazioni assetate di vita questa immagine da cartolina non basta. La provincia è un abito troppo stretto. L’orizzonte che offre è troppo limitato, come la mentalità della gente. Ben diversa è Berlino.

    Fredda e grigia ma brulicante di vita e ricca di infinite possibilità, un’umanità variegata che esprime se stessa in forme cangianti e sempre mutevoli. È la Berlino in cui i grandi capannoni di periferia sono stati trasformati  in club musicali d’avanguardia.

    Desiati ci conduce per mano in questo mondo underground in cui il grande laboratorio sperimentale della musica techno si fonde con la più estrema libertà sessuale.

    Fluidità di genere, sesso promiscuo, nudismo, consumo di sostanze stupefacenti: tutti gli innumerevoli modi di declinare la parola trasgressione trovano spazio nei luoghi della clubbing culture berlinese.

    Dal Berghain («il più noto club di musica techno al mondo», come ci spiega Desiati nelle Note dallo scrittoio o stanza degli spiriti), al Golden Gate, con alle spalle la grande ruota panoramica, fino al Kit Kat Club, il più estremo di tutti, un regno della trasgressione dove ogni sabato notte viene allestito un Carnevale fetish che dura fino all’alba. Fino ancora agli shisha club, luoghi nascosti cui si accede esclusivamente «tramite passaparola, su invito o con una parola segreta», e dove è possibile praticare il nudismo e fumare droghe non commercializzate.

    Martina Franca e Berlino: due città agli antipodi

    I due poli della ricerca di Claudia e Francesco. I due estremi di quella vita che da ragazzi avvertivano come «enorme», in attesa solo «di essere divorata», per poi rendersi conto, da adulti, che «l’unica patria possibile» è quella «in cui non rispondiamo a nessuno di ciò che siamo».

    Tra fughe e ritorni, i due spatriati hanno tuttavia appreso una grande lezione, lasciata loro in eredità da Andria, prima di partire dalla Germania per fare ritorno nella propria terra d’origine, la Georgia: anziché pensarsi come pietre, «bisogna fare come il metallo, prendere la forma dei colpi che la vita ci dà».

     

    Antonella Falco

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