venerdì, Gennaio 28, 2022
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    Intervista a Daniele Piccini, Inizio Fine, (Crocetti Editore, 2021)

    La poesia contemporanea, almeno nelle sue forme più efficaci, lungi dal ripudiare la vocazione alla complessità e l’intrinseca condivisibilità gnoseologica, è capace di sincretizzare il simbolismo del mito con la quotidianità dell’esperienza. L’epica, nella sua narrazione e nella sua evoluzione attraverso i tempi e i costrutti della psiche dell’uomo moderno, si sgancia dall’antico eroismo per calarsi in una dimensione di profonda umanità i cui pilastri etici manifestano una nuova forma di resistenza basata, per avventura, sull’irrinunciabilità della fragilità.

    Abbiamo dialogato con Daniele Piccini, filologo, critico e poeta italiano, sulla sua ultima opera intitolata “Inizio Fine” (Crocetti Editore), in cui il “divino, che brucia in un figlio”, emerge dal flusso degli eventi, collega l’origine all’epilogo e culmina in un “explicit” che palesa una consolante ipotesi: “In verità solo l’amore esiste”.

     L’espansione del senso

    Il titolo di un’opera, a seconda della scelta autoriale, può avere valenze e significati molto diversi. “Inizio fine”, come titolo e come incipit della raccolta, sembra una vera e propria dichiarazione d’intento filosofico. Successivamente alla lettura della silloge, si comprende come sia la summa, precisa e dilaniate, dell’intera operazione lirica. Il suo significato può avere – e forse il dubbio è la stessa risposta a ogni domandare – una doppia interpretazione: è l’inizio della fine o l’unione, il continuum ontologico, psichico e spirituale tra l’inizio e la fine (nonché la loro congiunzione nell’economia esistenziale)?

    Sinceramente il titolo si è imposto da sé e anch’io, come il lettore, ci ragiono a cose fatte, cercando di averne una consapevolezza. Credo che esso serva a sottolineare i momenti forti e decisivi dell’esperienza, che in qualche modo sono sempre inclusi l’uno nell’altro o che, se vogliamo dire così, si toccano. Può essere magari sviluppato in chi scrive il sentimento della fine o di una fine (la nostra, come tutte le epoche, è piena di trapassi e di mutamenti radicali di istituti e di forme), ma d’altra parte la scrittura non è mai, almeno per come la vivo io, solo una certificazione del dissolvimento. Mentre lo osserva, ne è attratta, come fosse lo sguardo di una Medusa, così la scrittura si interroga – più di quanto sia capace il soggetto, l’io –, su un senso che è più ampio. Dalla fine sbuca nuovamente la possibilità di un inizio, ma nell’inizio è d’altra parte inscritta, umanamente, una fine. Ecco che questo cortocircuito ci stringe e ci assedia e insieme, forse, cerca di illuminarci.

     

    La poesia oltre la poesia

    Ogni scelta stilistica, organizzativa e linguistica dell’opera in esame ha un preciso significato nella sua individualità e nel complesso della raccolta. La prima poesia recita:

    “Quando eravamo morti ancora, i fiumi/delle nubi correvano e le liquide/atmosfere. La paglia incamerava/la luminosità solare: era…/Sotto cenere e cenere, inevasi/strati di nati a essere, avevamo/le nostre mani-non-mani nel grembo:/era una pace infida, sconfinata./Le lucciole gremivano la storia,/il desiderio allungava il suo morso/ma noi, oscuri a tutto,/intemerati,/non eravamo nati come parte/della materia muta che obbedisce./E sì, ritorneremo… chiunque chiami”.

    Sembra che si voglia partire da uno stato di latenza della morte, da una presenza transitata (e transitante) dal ricordo dell’assenza. Al centro dell’unica strofa, ci sono “le nostre mani – non mani nel grembo”, simbolo di una poiesi irrisolta, contraddittoria, vana fino alla verifica della nostra nascita fuori dalla “materia muta che obbedisce”. Il ritorno evocato nell’ultimo verso è auspicio, preghiera e, forse, esortazione, attraverso quei puntini di sospensione e il cenno a “chiunque chiami”. Come si relaziona la tua poesia alla filosofia e alla religione?

     

    Questa poesia d’esordio, che tu citi, nasce dall’evocazione di ciò che sta prima, al di qua della nostra percezione (della nostra nascita) e di ciò che sta dopo di noi. Quelle mani-non mani nel grembo mi sembra che indichino uno stato di attesa, di prima della prova, di prima dell’essere. Alla fine il “ritorneremo” credo alluda a un’idea possibile di resurrezione (che è uno dei temi che punteggiano il libro). Nella storia, nella nostra vita vissuta, qui e ora, domina la materia, il morso del bisogno, la legge di natura. Ma quanto poco sappiamo e in che vasta corrente è disciolta la nostra sottile ansia di vita! La vita stessa, il suo codice, ci parla forse solo di un tratto emerso, che lascia fuori un resto per noi non leggibile? Ecco: la domanda, l’interrogazione e a volte la preghiera (intesa soprattutto come invocazione e voto) è il modo in cui la mia poesia ‘funziona’. D’altra parte la poesia ha sempre il bisogno, per me, di dare concretezza e immediatezza a ciò che tocca: se credo, se penso o dubito di qualcosa, la scrittura poetica lo mette alla prova, lo scava, lo toglie dalla sua fissità, per rifarne l’oggetto di un problema, di un assillo umanamente vivo, in tensione. Non è che questa poesia rifiuti il saputo, ma si spinge sempre un passo oltre, verso la più misteriosa, e quindi la più necessaria, delle soglie.

     

    Il pulsare di un battito in ogni morte

     In tutte queste liriche, sembra di assistere a una convivenza (o connivenza) tra l’afflato vitalistico e le ragioni della morte, tra la giovinezza – così prossima al vuoto – e la vecchiaia, tra l’attesa e l’accadimento, tra l’irreversibilità e la speranza di salvezza.

    “La primavera limpida/risveglia trasparenza,/impossibile amare questa sferza,/il suo duro lavoro:/che sia annullata, che sia tutta vinta/questa funebre fiamma/nei fianchi e nelle vertebre,/che sia tutta raccolta/che riposi indistinta, ritornata”.

    La poesia è la sintesi linguistica e filosofica “ritornata” dalle antinomie esistenziali?

    Io penso piuttosto che la poesia sia la massima intensificazione di tutti i contrasti e il pensiero di un nostos che sta sempre oltre di lei. La poesia vuole tornare e mentre pensa questo ritorno è nel culmine del suo viaggio, nel punto forse più inconoscibile del suo travaglio. Ciò che sta oltre di sé, come compimento, ha d’altra parte l’aspetto della vita. Come pensare il ritorno se non in termini di esserci, di presenza? Ecco così che nel fondo di ogni morte è il pulsare di un battito. La giovinezza, poi, il fiorire dell’adolescenza, che Leopardi ci ha insegnato una volta per tutte, è il punto distintivo della poesia come io la vivo, un suo permanente ritorno sul tasto dolente e indimenticabile della vigilia, dell’attesa, della speranza più pura e tremolante. Che non è soltanto stata, ma è, è ancora.

     

    Il moto creativo della poesia

    Il correlativo oggettivo affiora dal verso alludendo a una polifonia ermeneutica molto complessa e stratificata. Il legno, presente nei testi e nel titolo di una sezione, appare come simbolo della naturale vocazione delle specie viventi alla morte ma evoca anche il decoro del lavoro, lo sforzo costante dell’esistenza, la natura compenetrata a se stessa. Episodici elementi realistici cuciono l’astrattezza delle strofe a un sostrato di competenze, legate alla comune esperienza quotidiana, a cui il lettore è chiamato a partecipare:

    “Negozio d’alimentari,/ingresso con le strisce/di plastica e l’odore/di paese./Qui può essere entrato Pasolini/o entrare adesso, nel fresco dei muri,/se l’Italia non cambia,/poverissima e arcana./E solo il buio sguardo/del vecchio che beve vino/parla all’uomo scattante con occhiali/Ray-Ban, che esce pagando/per non tornare”.

    Che incidenza hanno il correlativo oggettivo e la metafora nella costruzione semantica e filosofica della tua poesia? Quali sono i motivi linguistici e quelli concettuali che portano a preferire l’allusione al descrittivismo?

    Ho l’impressione che la mia poesia sia un muovere le presenze del mondo, un suscitarle: quindi essa usa le immagini per determinare un moto immaginoso. Penso alle “colline pecorelle” che “verranno / a valle a riposare” in uno dei quasi-sonetti o sonetti ‘sbagliati’ del libro, con un accenno profetico o ‘ultimo’. Direi che c’è un movimento di attesa, l’attesa di una liberazione e di una epifania, che sommuove la realtà presente e visibile, aprendo lo spazio a una diversa presenza: “Un soffio nel creato, senza centro, / che non leghi più altri alla catena / ma produca una maternità oscura / per le bestie smarrite, per le specie…”.

     

    Il dialogo che ingloba le voci

    “Ogni scelta è fra una vita e una morte,/quando i raggi si attivano e la macchina/indaga in cerca di macchie le ossa./Quando si guarda andare via l’amata/senza fermarla più./Sempre la scelta è fra venire a riva/e perdersi nel gorgo,/rinunciare, non essere mai nati:/cercare fondamento,/non la replicazione,/mai più”.

    Alcune poesie della raccolta, al di là della possibilità che accennino a dati biografici o meno, indagano le più dolorose lacerazioni della condizione umana (come la morte, più volte accennata, e la malattia) offrendo un punto di vista escatologico soggettivo ma, al contempo, collettivizzante. Si tratta del dolore del singolo come materia condivisibile e condivisa. Si può ancora credere (e investire) nella possibilità di una poesia eticamente educativa?

    La poesia è una voce talmente intima e propria da riuscire universale. In questa esperienza comune e fondamentale della condizione delle creature essa dice per tutti e parla a tutti, se pure con voce sottile. È un dialogo, che riceve e ingloba le voci e vuole a sua volta farsi ascoltare, contribuendo a un soffio di senso, a un lampo di condivisione.

    Il femminile emerge in molteplici sembianti, si comporta da significante e da significato ed è altamente simbolico in ogni sua manifestazione e in ogni sua specifica posizione all’interno dei singoli testi e dell’insieme della raccolta.

    “Un volto di fattucchiera/ha la vecchia nell’auto/fuori da quella casa/di tre locali dove la ragazza/ha partorito la seconda volta./La nascita, che lavoro difficile/e banale sussurra/da una trista fertilità. Chi sei? –/mi chiede: questo è il lavoro dei cani,/degli uomini, quel che li lega a terra./Lascio che mi trafori quello sguardo/di antica madre: lo metto tra gli altri/moniti che dimentico nel sonno”.

    E ancora:

    “(…) Che lavoro, mia ignota,/rimetti al mondo/non l’ultimo nato/ma quelli che camminano/quelli che il mondo appena assaporato/sembra loro di terra./Riapre la partita/snodandosi le mani/sciogliendo i muscoli duri sul ventre,/gli occhi chiarissimi mentre fa per leggere/un verso che diventa di suo figlio./Che diventa anche mio, e lei lo sa”.

    Ci parli di come intendi il femminile nella tua poetica e delle ragioni, liriche e antropologiche, che ti spingono a renderlo così cangiante e polisemantico?

    La parte femminile del mondo, il suo tocco o alone, il suo divampare e liberare luce, difficile da trattenere, fonte di un desiderio interminabile, è uno dei temi della mia scrittura. È come se fosse l’origine del canto, il seme che contiene la possibilità delle cose e della loro dizione. Sono creature e immagini vitali che si imprimono e non possono più essere dilavate, lasciano una traccia e un desiderio di ritorno, di ritrovamento, nell’attimo stesso in cui si moltiplicano all’infinito.

    Tra i testi appaiono riferimenti a giganti poetici come Giacomo Leopardi e Jorge Luis Borges.

    “Giacomo, la tua voce/si spezza nelle generazioni vuote/che separano vite quasi uguali,/tra pochi fiumi, crinali che uniscono./Sono a cercarti queste sparse nubi,/le pecorelle eterne, la tempesta;/vorrebbero risponderti le cose/che hai chiamato:/che cosa sia il tuo sonno adesso vedono/passeri ancora soli/e una nuova Nerina, che ora lei/vorrebbe te che muovi ad adunanze”.

    E ancora:

    “ah Buenos Aires, dove il Cieco/si aggira e non sbaglia le porte,/sente l’odore del pane, i caratteri/stampati freschi nel libro, le storie/infinite posarsi/nel grembo di una Donna…”.

    Che ruolo hanno questi profeti del verso all’interno della tua poesia e cosa sancisce la tua scelta?

    Il fatto è che la poesia è un dialogo, intessuto di voci altrui, fatte proprie da chi scrive, risentite e sofferte come parte del proprio stesso dettato. Le due poesie che citi, quella rivolta a Leopardi e quella ispirata a immagini e temi di Borges, sono per me tra le più care e persistenti del libro. La poesia non nasce sola, anche se mentre sgorga prova ad aggiungere un fiato nuovo di voce a tutto quello che è già stato detto, ma si alimenta dell’incanto di voci fraterne, si pone come prosecuzione di un discorso già in essere. Una lunga tensione, quasi un allarme che sommuove e anima la lingua: così si potrebbe definire la tradizione per un poeta.

    La comunione creaturale

    La presenza degli animali e il riferimento al loro modo di fare esperienza della vita sembra presentarsi non solo come metafora (in rapporto relazionale e differenziale con la condizione umana) ma, anche, come riconoscimento ontologico dell’appartenenza a un disegno unico e unicizzante. Ci parli di questa tua visione filosofica ed etica?

    Credo che la mia poesia attinga a un sentimento creaturale, probabilmente di ispirazione francescana, che rende le altre vite, come quelle animali, fraterne e quindi in comunicazione e in comunione con noi. C’è perciò lo struggimento per una legge di natura che prevede la sopraffazione e l’uccisione del più inerme come regola per la prosecuzione della vita. Credo che in fondo ci sia l’antichissimo ‘sogno’ del profeta, il suo annuncio di una realtà a venire, ancora non avverata: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; / il leopardo si sdraierà accanto al capretto; / il vitello e il leoncello pascoleranno insieme / e un piccolo fanciullo li guiderà. / La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; / i loro piccoli si sdraieranno insieme. / Il leone si ciberà di paglia, come il bue”. E poi c’è il tema della ‘lingua’ oscura e sussurrante delle bestie (quella indagata da poeti come Pascoli e Luzi), percepita come una conoscenza e una sapienza altra, di cui non sappiamo quasi nulla.

    L’evoluzione dei testi e dello sguardo

    “Inizio Fine” è un’opera riedita quest’anno ma risalente al 2013. Ha subito variazioni rispetto alla prima edizione, sempre edita da Crocetti? Ci racconti dell’evoluzione di un testo nel tempo, sotto il profilo linguistico e quello psicologico?

    Il libro è stato ristampato senza interventi, come uscì nel 2013, mentre la sua scrittura è ancora precedente. Naturalmente il tempo ne modifica il significato agli occhi di chi l’ha scritto: questo libro è stato forse il culmine di un certo discorso iniziato con Terra dei voti (2003). In seguito il mio dettato è in parte cambiato. Alcuni princìpi di senso del libro sono stati poi messi in forse e in discussione dentro la mia ricerca, diciamo problematizzati, l’orizzonte si è forse spostato. Ma riconosco la sua necessità e mi sembra – rimandando la verifica all’amico lettore – che esso non si presenti come ‘datato’, ma piuttosto pienamente inscritto nel qui e ora, come fosse stato pensato oggi. Ripeto: questa è la mia impressione, che solo il lettore può verificare.

     Salutiamoci accennando ai tuoi prossimi progetti letterari.

    Ho da tempo un libro pronto, che spero di pubblicare presto. Si intitola Per la cruna ed è una sorta di poema frammentario o discorso che si svolge per successivi nuclei, in qualche modo collegati in un tessuto organico. Ne ho tratto un gruppo di inediti, pubblicati nel primo numero della nuova serie di “Poesia” (maggio-giugno 2020). Chi volesse saperne qualcosa, trova lì lo sviluppo del mio discorso dopo Inizio fine e dopo Regni (Manni, 2017).

     

    Gisella Blanco

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