venerdì, Gennaio 28, 2022
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    Davide Rondoni, “Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti”, Fazi Editore

    “Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti” non è solo il titolo dell’ultimo saggio di Davide Rondoni, edito da Fazi nel 2021 ma è, a ben vedere, anche una esortazione, una sfida, finanche una provocazione.

     

    “Natura non è/il primo nome del mistero?/cerco le tue braccia d’aurora e fiamma/in questo ennesimo hotel/il diluvio di nascite negli occhi”

    Scrive Rondoni nell’introduzione, quasi a voler annunciare uno dei tanti paradossi richiamati lungo tutta l’opera e cioè la trasfigurazione dell’umano nella natura e della natura nell’umano, compiuta probabilmente in un impeto amoroso, in un “ennesimo hotel” che non è né umano né naturale, eppure rappresenta il rifugio di quel mistero appena accennato.

    E’ naturale?

    La riflessione di Rondoni si volge a partire da un episodio di vita, reale o d’invenzione che sia, in cui il soggetto narrante viene lasciato dalla sua donna al tavolino di un bar, con una frase che aprirà innumerevoli scenari filosofici: “Non poteva che finire così. E’ naturale”.

    Cosa è la natura e cosa è possibile definire naturale?

    Quali sono le priorità, le precognizioni e i preconcetti della naturalità? E l’uomo che posizione ha all’interno della Natura?

    Rondoni afferma: “Chiederò ai poeti. Del resto, sono loro che proseguono il primo atto del bambino che esce nel mondo e dell’uomo che esce dalla caverna e vede la Natura. Prende la parola, ne pronuncia alcune senza nemmeno articolare bene, con una meraviglia che ha già dentro una domanda, l’inizio di un’inchiesta”.

    Tra le innumerevoli citazioni, compare quella di Pietro Bigongiari: “La poesia? E’ una scienza nutrita di stupori”.

    Ecco che inizia a dipanarsi una lunga e complessa discettazione tra natura, scienza, umanità e arte.

    Scienza o arte?

    L’autore ci ricorda che la scienza moderna è nata dalla contestazione galileiana della centralità della terra (e dell’uomo) all’interno dell’universo: ciò implica che la scienza stessa, nella sua accezione moderna, nacque da una vertigine, da un “dislocamento” della percezione umana.

    Si tratta di un tremore molto simile a quello che accompagna l’uomo nelle cavità dei misteri irrisolvibili dell’esistenza. Quel “dislocamento” non mancò di essere percepito in poesia:

    “E la nuova filosofia mette tutto in dubbio,/l’Elemento del fuoco è affatto estinto;/il Sole è perso, e la terra, e nessun ingegno umano/può indicare all’uomo dove cercarlo” scrive J. Donne nel 1611.

    La possibilità di sentirsi identificati e identificanti nell’inquietudine della decentralizzazione umana, in un sistema incomprensibile come l’universo, sta alla base della bellezza e dell’incessante fascino dei versi leopardiani. In effetti, come afferma Rondoni, “anche se poesia e scienza (e ogni ragionevole atteggiamento umano) abitano la terra del “possibile” e tengono sempre aperte le finestre dell’eventuale, muovono il loro passo di sorelle vivaci e diverse sul terreno dell’esperienza”.

    Il linguaggio e la materia

    L’uomo vive una perenne, atavica, tormentata ricerca della decodifica di un linguaggio che parli le molte lingue della Natura e che, in qualche modo, riesca a spiegarla in una corrispondenza tra narrazione e interpretazione che abiti il mistero dell’imponderabile e scruti ciò che è possibile conoscere e, umanamente, dire. Scrive Baudelaire: “La Natura è un tempio dove pilastri viventi/lasciano uscire a volte parole sciamanti,/foreste di simboli gli uomini vi attraversano/mentre con sguardi familiari li osservano” nel disvelamento della somiglianza tra Natura e umanità che non è soltanto una fantasia o illusione romantica.

    Il poeta percepisce la visione intera della Natura, anche quando non può vederla, e accresce la profondità e la misura dello spazio in cui, filosoficamente, risiede. “I poeti, per così dire, inseguono la Natura dall’interno, essendo esseri naturali e innaturali al massimo grado, occupandosi di qualcosa che pare non essere tra le priorità naturali di sussistenza” chiosa Rondoni per suggerire una presunta inutilità del poeta e spiegarla, subito dopo, nella necessità della sua missione, trovandosi in mezzo a forze centripete che investono l’uomo privo di sguardo lirico e di predisposizione ad abitare l’abisso. Scienza e arte, in fondo, hanno in comune l’origine della scintilla creativa dal moto dell’intuito, dalla capacità di ammettere un vuoto e dalla relativa necessità di riempirlo o spiegarlo per accettarne l’esistenza.

    Le tendenze contemporanee e la fuga dalla verità

    Dallo sguardo feroce e affamato di poeta, l’autore svolge una fitta contestazione a molte tendenze contemporanee tradotte in scienze, discipline, corsi di studio, filosofie, credenze e stili di vita che rappresentano riduzioni, banalizzazioni, fraintendimenti o evasioni dalla complessità del reale, molto spesso cedevoli alla commercializzazione delle idee. “Non ho natura” dice Keats e, cioè, norma, regola precisa, fissità, percependo l’indefinibilità dell’io, accettabile forse attraverso la poesia.

    Se l’autore interpreta come una delle principalità finalità di alcuni filoni di pensiero della scienza contemporanea quella della lunghezza della vita, nella falsa credenza che la durata sia un parametro di valore di quel fenomeno complicato e stratificato che è l’esistenza, è nel mistero che vede espandersi percezioni ed espressioni: un mistero che contiene la brutalità del tempo ma non si esaurisce in essa.

    Poesia in bilico

    “Il poeta stabilisce un legame tra atomi e lettere, tra materia del mondo e linguaggio e retorica” spiega Rondoni per sottolineare l’impegno del poeta nell’esperienza creaturale in cui persevera senza tralasciare la visuale e la visione che vanno oltre l’esperienza stessa.

    Tra svariate riflessioni dell’autore sulle preoccupanti concezioni della storia come parametro umano totalizzante e l’auspicio a nuove infanzie da rivivere attraverso lo stupore e l’ammirazione per il cosmo e per ciò che è vero ma non misurabile, torna prepotente il quesito sulla natura che trascina con sé quello sull’uomo. Leggi e misure coesistono con misteri e incertezze ed è qui, in questo orizzonte in cui l’individuo sta in bilico tra l’abisso e l’azzurro del cielo che la poesia, nel suo atto d’amore di poter contenere l’impronunciabile, svela l’abbandono e la bellezza ultima e prima.

     

    Gisella Blanco

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