venerdì, Gennaio 28, 2022
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    Michela Marzano, Stirpe e Vergogna, Rizzoli. Un romanzo per capire l’italia

    Per vivere il presente e, azione dopo azione, appropinquarsi a ciò che chiamiamo (e sogniamo come) il domani è necessario ripensare e comprendere il proprio passato, individuale e collettivo. Lo sanno bene gli storici che, a nome delle collettività, fanno i conti con le stagioni precedenti.

    Ne sono consapevoli quanti, soli o guidati, ricostruiscono vicende private e familiari per affrancarsene e procedere oltre.

    Senza questo lavorio costante sui vissuti, gli agiti, le memorie personali e sociali, il presente non avanza, anzi si incaglia e, avvolto dalle nebbie dell’oblio e delle proprie dimenticanze, al pari di una nave che ha speronato un iceberg, rischia di colare a picco.

    Lo sa bene anche Michela Marzano che, in Stirpe e vergogna, Rizzoli editore, riesuma il passato, più e meno recente, della propria famiglia e quello personale, per tirare le somme di una storia in cui, per i singoli e per la stirpe, qualcosa sembra sempre sfuggire, tanto è impalpabile, ma che, a conti fatti, si rivela essere il principale fattore a gravare inesorabilmente sui destini dell’intero clan famigliare.

    Che cosa grava sui Marzano? Che cosa si cela nelle memorie dei singoli e della stirpe?

    Un nonno fascista, e della prima ora, un sansepolcrista dunque, che aderì al fascismo fin dalle sue origini, ravvisabili nel Programma letto da Benito Mussolini in piazza San Sepolcro a Milano, il 23 marzo del 1919.

    Un nonno che del fascismo visse i fasti (la marcia su Roma, lo squadrismo, la metamorfosi in Partito, il delitto Matteotti e l’instaurazione del regime), all’ombra dei quali fece carriera, tanto da divenire Sostituto Procuratore del Regno a Lecce, ma ne visse anche la caduta (fu infatti epurato dalla magistratura nel ’44).

    Un nonno che, in seguito (grazie al fatto di essere stato, nel ’49, reintegrato tra i procuratori della neonata Repubblica), riuscì anche partecipare alla vita delle istituzioni democratiche, giacché fu eletto deputato del Partito Monarchico.

    Una figura articolata e complessa, da interrogare e comprendere, attraverso la quale rileggere in filigrana anche la storia d’Italia del secolo scorso.

     Partigiani si nasce o si diventa?

    Si chiede Michela Marzano all’inizio del testo, non celando l’ansia d’indagare la risposta. E pagina dopo pagina, documento dopo documento, frammento dopo frammento di memoria rintracciata attraverso i ricordi di chi c’era e forse sapeva: il padre, la madre, alcune cugine, l’autrice ricostruisce le vicende e l’immagine del nonno, Arturo Marzano, e si confronta con essa, attraversando tutte le fasi che affronta chi, come lei, ha il coraggio di disseppellire gli scheletri personali e familiari: la paura e l’angoscia iniziali.

    Quindi lo sconcerto, la vergogna e la rabbia.

    Infine, la consapevolezza e la conciliazione, perché alla fine di ogni agnizione ci si ri-concilia sempre con le parti di sé ferite e tradite, come pure con chi ha loro recato danno, e si va oltre, anche se, magari, non tutto si è compreso o ricostruito, ma fa anche questo parte di quel percorso e solo allora si può tornare a vivere e a fluire nel presente, ché con il passato si è concluso.

    Fosse solo questo il merito del libro (un romanzo—memoir personale e familiare, puntuale e rigoroso, perché ben documentato sulla storia dei Marzano e del Paese nel XX secolo), varrebbe di per sé la lettura.

    Però Michela Marzano spinge l’asticella più in là, oltre le questioni della Sua stirpe, rilanciando la domanda iniziale — Partigiani si nasce o si diventa? — a tutti noi, a un Paese che non ha debitamente fatto i conti con il proprio passato, con quel passato in cui è stato (per diverse ragioni e secondo modalità e differenti, indubbiamente, ma tutte da indagare e ricostruire) in gran parte fascista.

    E senza quest’anamnesi e ri-conciliazione non può, non riesce ad andare avanti, pertanto spesso s’incaglia e i fatti e misfatti della nostra Repubblica, come pure le recrudescenze fasciste degli ultimi anni sono lì a dimostrarlo.

    Stirpe e vergogna è un libro da leggere non solo per conoscere e comprendere meglio il Ventennio, nelle sue cause, manifestazioni e conseguenze, spesso irrisolte (nelle scuole potrebbe essere agevolmente affiancato ai manuali di storia), è anche un libro sulla passione per la parola e la scrittura, in cui un’abile narratrice e studiosa dialoga costantemente con sé stessa, la propria coscienza e il proprio presente, costituito dagli affetti più intimi e cari: il marito Jacques, vero e proprio volano nella vita dell’autrice, il fratello, il padre, la madre.

    Un romanzo ricco di spunti e riflessioni, è un viaggio intenso e appassionato, forse è il libro della vita di Michela Marzano, mentre per i lettori può rappresentare un’occasione di crescita, perché sprone a confrontarsi con il proprio non detto familiare e personale.

     

    Flavia Todisco

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