giovedì, Giugno 30, 2022
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    Appunti sul potere di guarigione della poesia, Valerio Grutt

    L’amuleto” di Valerio Grutt è un breve libro della collana piccole gigantesche cose edito da AnimaMundi Edizioni, un testo che riesce ad occupare un posto molto ristretto nelle librerie ma che all’opposto riesce a conquistare un ampio spazio nella coscienza del lettore. Si potrebbe pensare che il poeta voglia fare dei suoi “Appunti sul potere di guarigione della poesia” una gemma dal potere benefico da portare sempre con sé, un amuleto sotto forma di testo da consultare all’occorrenza.

    Attraverso i suoi ‘appunti’ l’autore – e indirettamente anche il lettore impegnato nella scrittura- indaga sul bisogno di scrivere poesia, cercando di restituire ai versi un senso nuovo e rinnovato a partire dalla rappresentazione della salvezza, riscoprendone il valore semantico e simbolico. L’autore compie una lettura profonda del momento preciso in cui la poesia lo ha rimesso al mondo, di quando quest’ultima lo ha salvato:

    “La salvezza è riconoscersi. Ci si salva ricordandosi di sé, scoprendo un talento, trovando una via.”

    Alcune delle sue annotazioni sono narrazioni intime della sua esistenza, dei suoi viaggi, menzioni a mentori viventi e non viventi, puntuali rimandi o citazioni. Traspare anche un bisogno di mettere ordine e serenità alle sue esperienze, di investigare i misteri della vita e, attraverso questo, dare una chiave di lettura ancor più spirituale all’arte poetica. Nella prima parte il libro si potrebbe definire un memoriale che anticipa la seconda parte, quella dei componimenti poetici, in un continuum naturale di riflessione-visione.

    La scrittura poetica appare, a tratti, in una posizione simmetrica rispetto alla meditazione: l’intero testo è una sorta di avvio alla consapevolezza per la ri-scoperta spirituale di sé e delle piccole cose che fanno grande l’esistenza umana, nella direzione della conoscenza e dell’autenticità della vita. Viene pertanto messo in primo piano il ‘sentire’ come capacità imprescindibile del poeta e dell’essere umano che si mette in ascolto.

    Il poeta è un’antenna che riesce a sintonizzarsi sulle frequenze dello spirito, della natura, che canalizza il linguaggio dell’anima” e lo fa partendo dalla possibilità di descrivere ciò che è difficile spiegare poiché la realtà è racchiusa anche tra ciò che non si palesa.

    Aiutare con le parole non vuol dire consolare

    L’autore chiarisce il punto ridefinendo il concetto di aiuto con il tramite della scrittura. Si potrebbe aiutare a ‘guarire’ attraverso la poesia e, per fare questo, non è necessario riferire qualcosa di piacevole o mettere in pratica un atteggiamento positivo bensì occorre adoperare la ‘parola’ in modo che essa possa avere il peso specifico della verità. Pertanto, è necessario che la parola poetica diventi una potente voce indagatrice sul mistero dell’esistenza umana. Tutto ciò comporta anche sondare e affrontare la morte e, quindi, poter dire di essa considerandola un elemento inscindibile dall’esperienza della vita.

    La poesia /…/ è uno strumento per sentire la vita, per nominarla

    Dodici poesie, nella parte conclusiva del libro, tentano di elaborare significati per accogliere la vita nel migliore dei modi, per tracciare segni sull’amore – inteso in senso ampio – e per tradurre la forza universale che, in maniera occulta, ci lega. Sono versi che intercettano la semplicità e la forza dell’esistenza, che ospitano la luce ma anche il buio cercando di renderci consapevoli, nel tentativo persistente e ininterrotto di accogliere – e raccogliere – la vita nella sua interezza senza che questa ci passi accanto, molto spesso, senza accorgercene.

    Valerio Grutt, ti sei occupato in passato di iniziative di poesia all’interno delle mura ospedaliere e uno dei progetti più importanti che hai condotto è stato “Le parole necessarie”. Come è nata in te la consapevolezza che la poesia potesse essere adoperata per iniziative ed esperienze terapeutiche?

    In verità la cosa curiosa, come spesso poi accade nella vita per i fatti importanti, è che non l’ho voluto io personalmente, non ho proposto all’ospedale un progetto. Mi cercarono loro, e io che venivo dal periodo più terribile della mia vita, nel quale avevo vissuto sei mesi tra studi medici e ospedali accompagnando mia madre lungo la malattia che l’ha portata fino all’ultimo respiro, ho interpretato questa proposta come un segnale, come una maniera di affrontare subito il trauma e provare con la mia esperienza a dare agli altri, attraverso la poesia, un po’ di luce e uno strumento di conoscenza. Ma non avevo idea di quanto la poesia potesse fare in questo senso, anzi avevo molti dubbi, dubbi che si sono dissolti gradualmente davanti agli occhi delle persone incontrate su quei viali, nei corridoi, tra le mura ospedaliere.

     

    Nel tuo ultimo libro racconti di aver conosciuto, in un viaggio in Messico, René Mey, un guaritore francese. Come hai scoperto la medicina emozionale e come si colloca nella tua esperienza poetica?

    Durante la malattia di mia madre appunto, accorgendomi che nel suo caso la medicina ufficiale non poteva fare molto, mi sono messo a cercare metodi alternativi. Ne ho trovati di più o meno interessanti e tra questi ho scoperto il film “Mas alla de la luz” (tradotto poi in italiano in “Oltre la luce”) che parla proprio di René Mey, delle sue tecniche e della sua missione umanitaria.

    Diversi aspetti mi incuriosirono e mi chiesi come mai in Italia nessuno lo conoscesse. Per mia madre ormai era troppo tardi, i mesi passarono in fretta, ma mi sentii ancora chiamare ad investigare, ad esplorare quel mondo e sono partito, sono andato in Messico a cercarlo. Mi sono detto: se questa storia è vera, qualcuno deve raccontarla. Ho trascorso due mesi in Messico visitando i centri umanitari dove i suoi volontari offrono gratuitamente le tecniche energetiche, raccogliendo testimonianze, viaggiando da nord a sud, fino ad incontrarlo e trascorrerci qualche giorno insieme. Questa esperienza l’ho raccontata nel libro “Tutto l’amore nelle mani”.

    Pensavo di essere lì solo per documentare e scrivere e invece mi trovai anche ad apprendere anche le tecniche. Al ritorno in Italia, dopo averle praticate per un paio d’anni, ho cominciato a chiedermi come potevo fare la stessa cosa, quindi farmi canale dell’energia di vita, della forza guaritrice, sfruttando però il mio talento, quello delle parole, come potevo attraverso la poesia aiutare gli altri? E da questa domanda è nato il libro “L’amuleto – Appunti sul potere di guarigione della poesia” (AnimaMundi, 2021) dove provo a restituire qualcosa dei miei esperimenti, delle riflessioni, delle avventure attorno alla questione.

     

    Che rapporto hai oggi con la poesia e se l’arte poetica è il mezzo attraverso cui guarisci te stesso o se la guarigione è il fine ultimo della tua poesia.

    Il mio rapporto con la poesia non è mai cambiato, forse è l’unica cosa nella mia vita che non è mai cambiata. La parola poetica mi ha salvato più volte dal baratro, mi ha dato la possibilità di esplorare il mio abisso, di conoscere in maniera più profonda il mondo. Scrivo perché ne sento l’esigenza come avveniva da ragazzino, rendo pubblico solo ciò che sento come necessario. Faccio libri, performance, tengo corsi e laboratori. La poesia è sempre costantemente nella mia vita, mi guida, sarà così fino a quando mi sarà concessa la grazia di scrivere, fino a quando continuerò a sentire tutto questo come una missione. Non scrivo poesie con un fine, cercando di raggiungere un obiettivo, io scrivo perché devo scrivere. Cercando sempre l’autenticità, nella vita come nell’arte, spero che ciò che faccio possa anche soccorrere quando serve. So che la forza della parola poetica può essere prodigiosa, che questa ricerca nei territori del sentire, dell’invisibile, può toccare parti di noi e guarirle, restituirci la frequenza dell’anima, di ciò che siamo veramente.

     

     

    Serena Mansueto

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