lunedì, Settembre 26, 2022
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    Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, Il danno scolastico, La nave di Teseo

    L’educazione e la formazione delle nuove generazioni sono — e dovrebbero essere — uno dei principali obiettivi di ogni civiltà, specie di quelle che si dicono e ritengono evolute.

    Eppure, la Scuola, che rappresenta l’istituzione cui demandiamo tale compito, oggi langue (in parte lo ha sempre fatto e forse sempre lo farà, perché tale condizione sembra esserle connaturata) travolta dai cambiamenti socio-culturali in atto da decenni, cui di fatto essa sembra non riuscire a tenere il passo, e da scelte politiche che, anziché sostenerla e valorizzarne l’operato, ne burocratizzano i processi, svuotandoli di significato e vanificandone le azioni, con il prevedibile risultato di un depauperamento culturale che coinvolge l’intera collettività.

    Chi nella Scuola “vive” e lavora, chi per la Scuola si impegna e crede nel suo compito, lo sa bene.

    Alcuni gettano la spugna e si arrendono; altri resistono strenuamente, in una trincea che si fa di giorno in giorno sempre più profonda e sterminata, a causa dei mille rivoli di richieste e funzioni che si trovano a dovere affrontare.

    I più sopravvivono, barcamenandosi o, meglio, adattandosi alla mutevole realtà con cui hanno a che fare. In tale processo e nelle sue dinamiche, “perverse”, sono inevitabilmente coinvolti gli studenti e le loro famiglie.

    i primi, sempre più “assenti” e distratti dagli innumerevoli stimoli offerti dalla realtà virtuale, finiscono con l’essere decisamente insofferenti nei confronti della scuola che si prefigge di svilupparne i saperi e sostenerne la crescita, una scuola che sono, per lo più, interessati a vivere come un mero luogo di socializzazione, in cui trascorrere la propria età evolutiva con i cambiamenti emotivi e affettivi che comporta, e che essi, purtroppo, gestiscono con sempre maggiori difficoltà.

    Mentre i secondi, spesso iper-occupati dal lavoro, dai problemi che la “nuova” famiglia presenta, dalle congiunture socio-economiche che si susseguono, sovente finiscono con l’essere ignari di ciò che concerne le vite dei loro figli e figlie e, quando alla fine se ne interessano, spesso, tendono a spianare loro la strada, assecondandone i capricci, coprendone o negandone gli errori, che così non vengono compresi né tantomeno corretti.

    Questo ha una sua ripercussione anche sulla scuola, dove sempre più spesso viene meno il dialogo costruttivo tra famiglie e insegnanti, e prevalgono lamentele e recriminazioni.

    Non tutto e tutti i protagonisti del mondo scolastico — e familiare — sono così, ci sono molte eccezioni e, soprattutto, realtà differenti: anche decisamente positive e costruttive.

    È tuttavia inconfutabile che la Scuola sia oggi, forse più che mai, in difficoltà, oberata da richieste e compiti, che difficilmente riesce ad assolvere, correndo pertanto il rischio di disattendere il proprio ruolo fondamentale: preparare i propri studenti e studentesse, in modo da consentire loro di affrontare la vita, proseguendo gli studi e realizzandosi nella vita professionale.

    Chi lavora per e nella Scuola lo constata amaramente ormai da decenni, lo denuncia anche, ma, per lo più impotente, non può che constatarne il trionfo.

    Il diritto al successo scolastico

    È come se fosse in atto un “gioco” assurdo e paradossale il quale fa sì che, proprio mentre la Scuola cerca di realizzare la compiuta democratizzazione del proprio operato, garantendo a tutti il diritto al successo scolastico, in realtà essa non faccia altro che ampliare le differenze sociali, abbassando il livello di formazione generale, perpetuando così lo svantaggio sociale di quegli alunni e studenti cui vorrebbe garantire, appunto attraverso il successo formativo, un futuro gratificante e migliore di quello che il loro status sociale potrebbe offrire loro.

    Tale dinamica, tuttavia, va ben oltre, ha infatti conseguenze nefaste su tutta la formazione e colpisce trasversalmente ogni categoria sociale — anche quelle agiate —, facendo sì che il livello generale dell’istruzione nel Paese si abbassi, che aumentino gli abbandoni scolastici, che sempre meno ragazzi siano in grado di ultimare gli studi universitari e riescano a occupare posizioni professionali di rilievo.

    Ne parlano Paola Mastrocola e Luca Ricolfi ne Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza, La Nave di Teseo.

    La tesi alla base di questo saggio divulgativo è la seguente: la scuola italiana, dalla riforma Berlinguer (varata nel febbraio del 2000) a oggi, pur prefiggendosi di innalzare il livello di istruzione e formazione di tutti gli studenti, specie quelli socialmente più svantaggiati e deboli, attraverso la tutela del diritto al successo formativo, ha in realtà progressivamente abbassato il livello di preparazione degli studenti, penalizzando proprio quelli che voleva tutelare e promuovere.

    Si è trasformata così in un sistema che ha atrofizzato le menti delle giovani generazioni, che il più delle volte non sanno come né cosa studiare e, spesso, non sono in grado di sostenere lo stress dello studio — tanto nella scuola dell’obbligo quanto all’università.

    Come è potuto accadere?

    Il diritto al successo formativo, sancito dalla riforma Berlinguer, al momento della sua attuazione si è concretizzato in una progressiva riduzione e semplificazione dei programmi scolastici, nella proliferazione di una didattica per Progetti, finalizzata alla certificazione per competenze, in linea con le direttive europee, ma che di fatto ha eroso contenuti e pratiche valide, le conoscenze di base, della tanto vituperata scuola “tradizionale”, finendo per coincidere con l’imperativo categorico del “non si bocci nessuno, tutti vadano avanti”.

    Non si bocci nessuno

    Un principio e un diritto democratici — sacrosanti — si sono dunque trasformati in un boomerang, che ha colpito ulteriormente i ceti meno abbienti, perché — è questa la tesi sostenuta da Mastrocola e dimostrata dai dati statici illustrati e commentati da Ricolfi —, a parità di impreparazione — e spesso carenza o addirittura assenza di metodo di studio —, i figli dei ceti abbienti “riescono comunque ad andare avanti”, grazie alla pletora di lezioni private che le famiglie riescono a garantire loro.

    Mentre gli altri, i figli dei ceti meno abbienti, non riescono a farcela, si arrendono e spesso abbandonano la scuola o se proseguono, fanno molta fatica, tanto che quelli che fiduciosi si iscrivono all’Università, spesso non riescono a superarne gli esami e, alla fine, non si laureano.

    Paradossalmente, dunque, proprio la Scuola, che si prefiggeva di essere concretamente democratica, si è rivelata essere ancor più iniqua e penalizzante della precedente, travolgendo l’intero sistema.

    Spegnimento dei cervelli

    Sì, perché, nelle nostre classi, è in atto un vero processo inquietante: quello dello “spegnimento dei cervelli” di tutti, anche quelli dei più brillanti, che, se hanno le possibilità, poi vanno a studiare presso Istituti privati e a lavorare all’estero, mentre, nel caso in cui non abbiano i mezzi o non vogliano cogliere i vantaggi derivanti dal loro status sociale, anch’essi si adeguano al livellamento verso il basso, vegetando e sonnecchiando dietro ai banchi, poiché sostanzialmente si annoiano.

    Succede, davvero. Va detto, anzi, deve essere urlato.

    Così, allo stesso modo, la parte “migliore” e quella “peggiore” della nostra gioventù vivacchia, annaspa, rantola, in una scuola che, anche quando è strenuamente impegnata a inventarsi progetti, approcci e metodi per appassionare e motivare i “suoi” ragazzi, sembra avere perso la propria vocazione: affiancare nella crescita i propri alunni e studenti, mostrando loro quanta bellezza, nel mondo naturale, nelle scienze e nelle arti, esista.

    La mutazione è in atto, è sotto gli occhi di tutti

    purtroppo non abbiamo ancora compreso come affrontarla e come preparare le nuove generazioni a gestirla e viverla serenamente, trasformandola in un uno strumento di crescita.

    Il danno scolastico non risolve il problema, non avanza teoremi né prospetta panacee, teorizza semplicemente un disastro annunciato, lo dimostra e denuncia, poi conclude e mette il punto.

    Domani, dopodomani e dopo ancora, nelle scuole continueranno a suonare le campanelle e studenti e insegnanti si affretteranno a entrare, alcuni fiduciosi, altri disillusi, altri ancora indifferenti e passivi.

    La società tutta dovrebbe, invece, fermarsi e riflettere, per poi, magari, scegliere e decidere che cosa fare.

     

    Flavia Todisco

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