mercoledì, Agosto 10, 2022
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    Non c’è cosa più dolce, Editore il Melangolo 2022

    La prima cosa che emerge in questo libro è la leggibilità, la scorrevolezza del romanzo: il volume Non c’è cosa più dolce, Editore il Melangolo 2022, di Francesca Sensini, che raccoglie il carteggio fra Giovanni Pascoli e la nobildonna fiorentina Emma Corcos, pisana di nascita, nell’arco di tempo che va dal luglio 1897 al luglio 1912, anno di morte del poeta, appare da subito come un romanzo epistolare.

    Francesca Sensini

    Giovanni Pascoli ed Emma Corcos

    Ma questa straordinaria leggibilità è frutto di un artificio, per cui si affronta questo libro come se fosse un romanzo epistolare, che racconta la passione tutta intima e raccolta, eppure sincerissima, fra Emma Corcos, la Gentile Ignota delle lettere pascoliane, e il poeta del Fanciullino, senza accorgersi quasi che c’è tutta una preparazione critica, una decantazione intellettuale della figura del poeta da parte della studiosa Francesca Sensini, per cui questo sfuggente Pascoli che si nega all’inizio alla presenza della Gentile Ignota e poi ne viene conquistato.

    In primo luogo dalla sensibilità e dall’intelligenza della lettrice, è in realtà un uomo di mondo, lontanissimo dall’immagine complessata e nevrotica tramandataci dalla tradizione, Garboli in primis, e che la stessa lettura delle sue opere ne debba risultare alterata, in taluni casi profondamente alterata.

    Letteratura al servizio della letteratura

    Questo libro è un caso di letteratura al servizio della letteratura, in un’operazione estremamente originale di commento leggero e arguto a un carteggio che diventa pian piano profondo saggio critico, anzi talvolta saggio di metacritica, tutte le volte che Pascoli si lamenta con Emma della sordità dei critici verso la sua poesia o dei loro cerebrali fraintendimenti, come nel caso dell’Antìclo dei Poemetti conviviali, che Emma dimostra di comprendere benissimo, secondo buon senso, come bisognerebbe sempre fare davanti a un testo poetico.

    Ci appare quindi in filigrana dalle lettere pascoliane alla Donna Gentile, lo sviluppo della sua concezione della critica, come raggiungimento ambitissimo (Pascoli, in una lettera ad Emma del 1905, giunge ad un raro autolelogio sui suoi studi danteschi “che sono un capolavoro di intuizione critica, e, dileguati i camorristi della scienza filologica tutti saranno con me…), ma anche come uno sforzo impossibile, perché

    “la storia della poesia è tal quale che la storia dell’amore”.

    Come si può amare una donna e trovare che ha il naso troppo grosso? I difetti li trova un altro, tutti gli altri, anzi, che non amano.” (lettera del 22 dicembre 1903). Un Pascoli diviso fra l’ansia d’amore, che è la stessa da cui si produce la sua poesia, e la curiosità della conoscenza, da cui talvolta sembra rifuggire; conoscenza anche della stessa Gentile Ignota, a cui Pascoli, come dicevamo all’inizio, si sottrae per cinque anni, adducendo ragioni che spesso sembrano vere e proprie scuse, che nascondono forse l’intenzione del poeta di far restare questa donna nel limbo della Musa sconosciuta.

    Ma in questo carteggio oltre al Pascoli c’è Emma, la dolcissima, profonda, intelligente Emma Corcos, con la sua straordinaria e percepibile vocazione all’emancipazione estetica e mentale, con la sua femminilità così evidentemente contemporanea, tanto che ci sembrerebbe una riduzione al mèlo fin de siècle parlare di relazione epistolare fra questi due grandi personaggi. Per Emma il poeta Pascoli, con la sua capacità di ascoltare e con il profondo rispetto che mostra sempre nei suoi riguardi, è uno strumento per andare oltre la propria condizione storica e oltre la società provinciale e angusta dell’Italia di fine secolo a cui lei stessa appartiene, uno squarcio verso la nuova sensibilità europea incipiente.

    Proprio l’incipit di una lettera centrale di Emma, quella del 16 marzo 1905, ci mostra la natura profonda di questo rapporto: “Caro amico, dal giorno fortunato in cui scrivendo ad un amico quello che pensavo dei suoi primi poemetti, mi legavo con Lei di un prezioso vincolo fraterno, non avevo mai avuto una lettera più seria di questa, che mi dimostrasse l’amicizia forte che sapevo di meritare, ma che non osavo sperare.”

    Il suo legame fraterno con Pascoli è una dichiarazione di vittoria, un ottenimento di cui andare giustamente orgogliosa, come per un’anima più semplice può essere una laurea o un premio letterario, ma ben più difficile, data la natura del poeta a cui Emma si lega di “amicizia forte”.

    E poi, infine, la rappresentazione dell’ambiente letterario italiano di fine Ottocento: non c’è storia letteraria più precisa, divertente, puntigliosa nella descrizione dei caratteri dei grandi e dei meschini, di Gabriele D’Annunzio, che invita Emma alla sua residenza della Capponcina per insegnarle la Scienza d’Amore (cosa che naturalmente Emma si guarda bene dal fare), al “canarino Mazzoni”, invidiosissimo del Pascoli, al Fogazzaro lettore dei Poemi conviviali, , all’Ascoli velenoso verso il lavoro critico pascoliano; insomma un caleidoscopio godibilissimo e bellissimo della letteratura italiana primonovecentesca, trattata ancora, ahimè, in maniera così parruccona e astratta nelle antologie scolastiche.

    In definitiva un’operazione letteraria godibile, un saggio che si legge come un romanzo, dicevamo; eppure un profondo saggio pascoliano, che sarebbe stato impossibile concepire senza il lavoro precedente della studiosa, il suo Pascoli maledetto, del quale questo magnifico libro è l’ideale continuazione.

    Maurizio Clementi

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