mercoledì, Agosto 10, 2022
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    Niente di vero, Veronica Raimo, Einaudi Editore

    La scrittura è finzione, sempre e comunque, anche quando si ispira a fatti o persone esistenti e reali. Ogni memoria o ricordo è narrazione, pertanto, anch’essa finzione, giacché racconta e filtra, da uno specifico punto di vista, una vicenda, un suo frammento, uno spaccato di vita vissuta.

    Ricostruire il proprio passato può dunque rappresentare un apprendistato alla narrazione e, attraverso essa, alla scrittura, ma lo è anche, sempre, in primo luogo vivere e adattarsi ai casi e alle circostanze dell’esistere, agli incontri accidentali e fortuiti, come pure ai vicoli ciechi e alle spiagge assolate e gioiose, cui conducono le relazioni familiari.

    Niente di vero, Veronica Raimo

    È quanto sostiene Veronica Raimo in Niente di vero, Einaudi editore, Premio Strega
    Giovani 2022, un romanzo scritto in forma di memoriale, in cui l’io narrante è la stessa autrice che, attraverso il racconto, con cui scompone e ricompone a proprio piacere la realtà e quindi inevitabilmente la falsa e mente, ci narra come, fin da bambina, per ritagliarsi un proprio spazio identitario e vitale, all’interno della propria “singolare” famiglia (ma quale non lo è, dotate come sono tutte di bizzarrie, sinestesie, ossimori e crasi?), abbia imparato a camuffare il vero per costruire, attraverso la parola e il racconto, una propria immagine fittizia, un io narrato, in alcune circostanze addirittura leggendario, che, con il tempo (come accade spesso alle narrazioni), ha finito con il sovrapporsi e coincidere con il vero Sé, falsando la realtà e “spacciandone” la contraffazione per veritiera.

    L’autrice confonde il lettore? Lo inganna? Mistifica il reale?

    Ci “rifila” una storia “ambigua” e “frustrante”? È questo il suo intento, come si evince dal titolo sfacciatamente ambiguo e volutamente contraddittorio e inattendibile, in cui Raimo gioca con il suo stesso nome.

    La scrittura è incalzante, inesorabile, impietosa nel disvelare gli infingimenti, le finzioni dell’esistenza, la sua, ma sostanzialmente anche la nostra, perché, se è vero che il poeta è un mentitore (che spesso dice la verità), come sosteneva Cocteau, altrettanto può dirsi dell’essere umano.

    Chi di noi, infatti, non si riconosce in Penelope che, di giorno, tesse la tela (delle proprie esperienze e di un’intera vita), per poi, di notte, disfarla (attraverso successive rielaborazioni dei vissuti e delle loro narrazioni, a seconda dei casi, delle necessità e convenienze)?

    Chi di noi non ha un rapporto del tutto personale e privato con il vero e le sue mille sembianze?

    Niente di vero è una lettura interessante, a tratti decisamente esilarante, in quanto il registro narrativo scelto da Raimo è il comico, che non risparmia niente e nessuno, a cominciare dalla madre Francesca, donna ansiosa, ossessiva e invadente nei confronti dei figli e di chiunque li frequenti, tanto da diventare, attraverso una sorta di battuta formularia: “C’è Francesca al telefono”, una particolare forma di monito per la figlia e le amiche nei momenti in cui sorga in loro l’impressione di essersi messe nei guai o che qualcosa (o qualcuno) non vada.

    Il resto della famiglia oscilla tra un padre igienista fino allo spasimo, che negli anni successivi all’esplosione del reattore di Černobyl’, gli anni centrali dell’infanzia dei figli, ha segregato in casa l’intera famiglia, costringendola anche a un severo regime alimentare, costituito esclusivamente da cibo confezionato prima del 26 aprile 1986, giorno appunto dell’esplosione, e un fratello, Christian Raimo, enfant prodige, venerato da tutti in famiglia e, dunque, antagonista ineguagliabile e insuperabile per la sorella, nella saga familiare dei Raimo.

    In un simile contesto, l’unica possibilità di sopravvivenza e crescita, per Veronica, si è rivelata pertanto essere quella di porsi sul piano della mistificazione precoce del reale, attraverso cui, di volta in volta, presentarsi, ad esempio, come pittrice e artista mancata o hippy che, in gran segreto dalla famiglia, vicino al Pantheon o in piazza Navona, vendeva insieme all’amica Cecilia guanti, sciarpe e cappelli fatti a mano, da altri e comprati per poche lire, ma “spacciati” come se fossero stati realizzati dalle due stravaganti amiche.

    Niente di vero è un testo aereo, che regala leggerezza al lettore, ma che sa anche affrontare tematiche delicate, quali l’aborto, il rapporto con il proprio corpo, il sesso e talvolta l’amore, alcune questioni sollevate dalla morte, le verità che si trasfigurano in memoria e diventano finzioni, camuffamenti e si fanno ora letteratura ora uno stile di vita e, in alcuni casi, si trasformano in entrambe.

    Niente di vero è un romanzo su una passione sconfinata per la letteratura e la scrittura, nata dalla “noia”, generata dal ménage familiare, e sviluppata, con progressiva consapevolezza nel corso del tempo, come scudo protettivo dall’invadenza degli altri e dalla stessa esistenza, perché, come sostiene Veronica Raimo, “in fondo, se c’è una cosa bella — o brutta — nel parlare di letteratura è che si rivela sempre un pretesto per parlare d’altro”.

     

    Flavia Todisco

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