sabato, Dicembre 3, 2022
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    Un fisico teorico tra energie sottili e atmosfere complesse (ultima parte)

    Atmosfere

    Se fossi un a persona colta potrei iniziare questo paragrafo citando Gadamer, ma
    sono soltanto un fisico teorico e il mio approccio all’ermeneutica inizia dal “qui” ed
    “ora”, le condizioni in cui si manifestano gli eventi permessi da quella griglia di
    possibilità che sono le leggi fisiche, le condizioni al contorno dei matematici. Nei
    sistemi tradizionali della fisica-matematica è possibile scrivere equazioni con
    soluzioni chiuse e complete, dove il contorno tra il sistema e l’ambiente, tra cosa è
    dentro e cosa è fuori, è fissato una volta per tutte.

    Nei sistemi ad alta apertura logica, dove il confine tra dentro e fuori si modifica continuamente, non è possibile una singola e semplice descrizione formale, il nostro sistema cognitivo (inteso qui come globalità mente/corpo) si modifica in ogni qui e ora, e le sensazioni attese, i frammenti di memorie pregresse, i processi anticipatori, tutto quello che costituisce il nostro essere-nel-mondo interagisce con altri qui ed ora, ogni percezione dovuta ad uno stimolo esterno viene risucchiata e amplificata, mescolata in quel caos che è il dominio cognitivo di ciascuno, una miriade di effetti farfalla ci portano più lontano di quanto l’unità apparentemente monolitica dell’io possa ammettere. È questo che ci succede continuamente, cambiamo e interpretiamo, e come dice Aristotele (citato da Gadamer):

    “L’interprete non può proporsi di prescindere da sé stesso e dalla concreta situazione ermeneutica nella quale si trova”.

    La novità è che qui per ermeneutica non dobbiamo intendere un sistema concettuale, ma qualcosa di sensoriale e corporeo, l’interpretazione è il mutamento stesso ed è tutt’uno con la nostra presenza nel mondo.

    La resistenza del mondo. Connessioni (in)attese tra scienza e arte

    C’è un’affascinante propaggine della fenomenologia che oggi si offre tanto a nuove
    prospettive in filosofia quanto alle neuroscienze, ed è l’atmosferologia, che si occupa
    proprio di questa percezione vaga che fonda ogni atto cognitivo e che lo psichiatra T.
    Fuchs così definisce: [La percezione atmosferica] è un’unità sinestetica e
    sensomotoria dell’esperienza [che] permette di cogliere olisticamente situazioni
    complesse: la sfumatura, l’intonazione d’animo, l’atmosfera e la significatività che
    esse possiedono.

    In tal modo l’esperto sviluppa alla fine un settimo senso, una
    sensibilità o un presentimento, una percezione intuitiva delle situazioni. È bello
    pensare ad un “esperto” delle atmosfere, un uomo votato all’ascolto del labirinto tra
    le cose troppo definite dalla luce del linguaggio e quelle indefinite e disperse nelle
    sensazioni, uno stalker nella zona intima prima della suddivisione tra soggetto ed
    oggetto che è unica per ciascuno, come scrive L. Klages:

    Se la realtà delle impressioni sensoriali è una realtà dell’accadere, allora è anche qualcosa di unico e di irripetibile (…) nel giallo vissuto di una pianta che appassisce rientra non solo l’autunno nel suo insieme, ma anche l’unicità del luogo e dell’ora che nessun autunno a venire mi ripresenterà (le cit. sono tratte dall’ottimo T. Griffero, Atmosferologia. Estetica degli spazi emozionali, Mimesis 2017).

    E ci sembra che l’azzardo delle cose fin qui dette si chiuda in un circolo fecondo se colleghiamo l’atmosfera del qui ed ora con il materiale del sé-inconscio di Jung e Pauli, la fondazione archetipale e prelinguistica della conoscenza, la vera sorgente comune della scienza e dell’arte (I. Licata, La resistenza del mondo. Connessioni (in)attese tra scienza e arte, Divergenze, 2022)

     

    Infine ho accettato di scrivere la prefazione (ricordate? Siamo partiti da lì) perché non voglio prestarmi alla caricatura dello scienziato come portatore di un nuovo dogma a cui ogni forma di immaginario deve sottostare. La scienza è una cosa troppo seria per trasformarla in un imbuto o tribunale di Norimberga intellettuale.

    Lontano (e spesso all’origine) delle formalizzazioni estreme ed eleganti della logica, degli scacchi e della matematica, quelle isole d’ordine che la nostra mente riconosce come “razionalità”, l’attività cognitiva scaturisce da una zona antica e indeterminata in quel corpo di significati che si plasma con la nostra storia del mondo, dove sensazioni, emozioni e intuizioni sono la premessa per ogni scelta di rappresentazioni. Non tutto quel magmatico e ricco materiale grezzo va a sedimentarsi nei prodotti finiti delle teorie – non abbiamo tutti l’inconscio collaborativo di Wolfgang Pauli -, e gran parte produce bias cognitivi, credenze e illusioni che convivono con altre procedure che riteniamo “razionali”.

    Il punto è la difficoltà di tracciare confini netti

    Keplero era un astrologo, Newton un alchimista e un teologo dilettante (tentò di ricavare una previsione sulla fine del mondo studiando l’apocalisse), e Pauli nel lungo cammino con Jung si convinse che in tempi di mutamento di paradigmi – distinti da quelli che Kuhn chiamava di scienza “normale” – era necessario liberare le risorse dell’immaginario e andare alla ricerca di una nuova visio. Diversamente dai tempi di Thomas Kuhn (1962, pochi decenni fa), oggi la ricerca non può essere vista come una successione ordinata di crisi e paradigmi, ma è un’ebollizione continua di microparadigmi in coesistenza (quasi) pacifica. Se guardo ai dibattiti sulla gravità quantistica, so che le differenze e i conflitti non sono controversie su un dato o una tecnica matematica, ma derivano da idee diverse su come funziona il mondo, come
    accadde nel 1927, quando vennero alla luce tre versioni della Meccanica Quantistica.
    Bohr incitava i giovani studiosi dicendo che se un’idea non era abbastanza folle non
    avrebbe sollevato il grande velo quantistico. Il punto è che non sappiamo mai quanta
    follia ci serve.

    Benno

    È tempo di conclusioni, le affido a Benno. Era un guaritore, un ebreo ungherese
    gobbo che Feyerabend, il filosofo della scienza, cita nella sua autobiografia
    (Ammazzare il tempo, Laterza 1994). Racconta che una forte crisi personale si era
    sommata agli antichi dolori di una ferita di guerra che lo aveva lasciato zoppicante
    per la vita. Fu un’occasione per testare pragmaticamente l’incommensurabilità e
    l’assenza di coerenza tra visioni teoriche che aveva analizzato nei suoi lavori
    sull’anarchismo epistemologico. Senza sapere nulla della logica alla base della
    pratica del guaritore e dei suoi oli, Feyerabend si riprese in poco tempo, e aggiunge:
    “Gli occhi mi diventarono più limpidi di quanto non fossero mai stati prima”. Cosa
    faceva davvero Benno? Non lo sapremo mai. Quello che ci suggerisce Feyerabend è
    che in una società libera nessuno dovrebbe pagare una multa razionale per frequentare il suo studio.

     

    Ignazio Licata*

    ( terza parte, fine)

    • Fisico teorico, direttore scientifico dell’ISEM, Institute for Scientific Methodology per gli Studi Interdisciplinari con sede a Palermo.Si occupa di fondamenti della teoria quantistica, modelli matematici dei processi cognitivi e teoria della computazione nei sistemi fisici e biologici.Editor dell’ Electronic Journal of Theoretical Physics e di Quantum BioSystems, è autore dei volumi “Osservando la Sfinge” ( Di Renzo, Roma, 2003), e “La Logica Aperta della Mente” (Codice Edizioni, 2008), ha curato le antologie “Majorana Legacy in Contemporary Physics” ( EJTP/Di Renzo, 2006), “Physics of Emergence and Organization” (World Scientific, 2008), “ Landau Centenary” (Nova Publisher, 2009). Per la sua attività di frontiera tra fisica teorica, epistemologia e scienze cognitive gli è stato assegnato il Premio Le Veneri per la Scienza 2008.Cura il blog “ApertaMente”:http://ignaziolicata.nova100.ilsole24ore.com/https://en.wikipedia.org/wiki/Ignazio_Licata

      Il suo ultimo libro èLa resistenza del mondo. Connessioni (in)attese tra scienza e arte ( Divergenze edizioni, 2022).

      Un fisico teorico tra energie sottili e atmosfere complesse

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