lunedì, Settembre 26, 2022
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    L’opera di Pasolini ha nella morte un porto glorioso. Aurelio Picca

    Non è impertinente né irriguardoso parlare di violenza, masochismo, sadismo riguardo a un grande artista. Non lo è soprattutto quando Pasolini, il più complesso e vaticinante dopo d’Annunzio, rischia di essere trasformato in una specie di Maria Goretti truccata da omosessuale tosto che preferiva gli etero (brutti, dimagriti, giovanissimi, riccetti, morti di fame) ai gay. Ora certo meno di un tempo, giacché il suo “centennale” l’ha rivoltato come un pedalino (non calzino), anche se i coristi social e intellettuali “accomodanti” di lui dicono: “Era un uomo mite”. Anche se, certo, come mi raccontava Amelia Rosselli: “Era silenziosissimo, gentilissimo”.

    Pasolini violento

    È tempo, però, che la diceria di Pasolini violento, attratto dalla violenza, si professi senza turbamenti. Quando molti anni fa raccontai a Enzo Siciliano che due imbianchini che ripulivano casa di mia madre mi avevano confessato che il poeta con il suo Maggiolino li caricava e dopo il sesso gli chiedeva qualche cazzotto, Enzo, rimaneva a guardarmi ripetendomi: “Lo so, questo è proprio un grande mistero”. Capivo che Siciliano era fedele alle amicizie, un uomo che detestava i pettegolezzi, ma quel profferire “mistero” mi lasciava una traccia di conoscenza sui modi del poeta friulano. Eppure, ancora, la resa dei conti nessuno vuole accettarla, così si cerca di rimuovere a vantaggio della beatificazione, della vittima sacrificale, dell’agnello dato in pasto ai lupi. Non sono d’accordo, non si può come al solito accettare la potenza poetica e l’eleganza tutta italiana dello scrittore, e mistificare la sua vita.

    Pasolini e i ragazzi

    Vincenzo Consolo mi raccontava che Pier Paolo passava le notti a rincorrere il suo fidanzato, Ninetto Davoli. Urlava, urlavano. Il regista voleva prenderlo, l’attore scappava.  Nella camera d’albergo si sentiva un fracasso che svegliava nel pieno della notte i clienti. E ormai è un aneddoto al pari di una barzelletta la storia di quanto Alberto Moravia fosse preoccupato per lui in India, alla ricerca delle location di Un’idea dell’India. Pasolini ingaggiava file di ragazzi che spesso scambiavano la sua porta con quella dello scrittore de Gli indifferenti, per non parlare delle notti newyorchesi.

    L’opera di Pasolini trova nella morte il suo porto glorioso

    Le scene di orgia collettiva che descrive in Petrolio erano state vissute nei primi Sessanta tra Cecafumo e Cinecittà, sulla linea della Tuscolana. Sotto il Quadraro preferiva le “orine dei militari” che reclutava trenta alla volta per cinquecento lire a testa. Ma l’intera opera di Pasolini è spinta da una violenza che nella morte trova il suo porto glorioso.

    La morte in Pasolini

    Croce e morte, bambini e morte, accattoni e morte, borgatari e morte. La morte più naturale, perché del Cristo, è dentro L’Usignolo della chiesa Cattolica, però in I Pianti (1946), la morte famigliare cerca di piegare la forma delle poesie a croce, mentre nell’ ”Haikai dei rimorsi” (1949) alza il tiro includendo i bambini e una morte non scevra da imposizioni che ci rimandano alle parole di Alberto Arbasino sulla presunta pedofilia del poeta friulano. Scrive: I fanciulli sono visioni atroci/di morti; dov’è la loro innocenza? / dove sono le loro seduzioni? / Hanno gli occhi pieni di cenere.

    La morte nel cinema di Pasolini

    Comunque è il suo cinema a riempirsi di violenza e morte. Accattone muore; in Ostia (soggetto P.) di Sergio Citti, sua voce barbara, uno dei due fratelli muore in mare in una crocifissione acquatica. Il figlio di Mamma Roma, Garofolo, muore. Anche Stracci muore al posto di Cristo in La ricotta. E nello struggente episodio di Capriccio all’italiana (“Che cosa sono le nuvole”) Totò, Davoli, Franco e Ciccio sono marionette e dunque morte. In apparenza non muoiono perché, pur essendo gettate nella discarica, guardando le nuvole in cielo sono in una specie di paradiso manierista e pittorico, oltre a essere trastullate dalla voce di Domenico Modugno che canta l’omonima canzone. “Ah, straziante meravigliosa bellezza del Creato”, recita Totò.

    Salò e le 120 giornate di Sodoma

    Con Salò e le 120 giornate di Sodoma Pier Paolo Pasolini, prossimo alla morte vera all’Idroscalo di Ostia, usa la maschera sadomaso dei repubblichini per scatenare la sua sete di violenza e morte. Infatti il film non è soltanto il testamento di un poeta e cineasta bensì quello di un uomo. Di un uomo, di un “mostro”, di una bestia non solo da stile. Non a caso, per radicalità e brutalità, Salò è a tutt’oggi difficile da accettare e vedere. Ha una forza talmente sconvolgente da spazzare via i Kubrick, i Polanski… Dunque è inutile appellarsi ai segreti di stato o alle trame eversive per accertare la sua scomparsa.

    La sua morte non è sacra

    Pasolini colpiva e era colpito a suon di crick. Nelle borgate lo aspettavano per regolare conti di ogni genere. Lui prometteva una parte da comparsa e non rispettava la promessa. Prometteva e prometteva senza “assolvere”. Soprattutto non voleva assolvere sé stesso. Progettava di scrivere il capolavoro. C’è riuscito lasciando in eredità ai posteri l’affaire Pasolini. Dunque, per favore, basta con i santini. “Giocate coi fanti, ma non scherzate coi santi”.

    Tra l’altro conosco personalmente il Gufo che se lo inculava e poi gli assestava cazzotti. Così la sua fine non è stata sacra, a Ostia. È stato ammazzato come una bestia.

    Balthus e Yukio Mishima

    Sono giorni che penso a questo e il pensiero mi va a Balthus e a Yukio Mishima. Balthus ha parlato delle sue dodicenni “sacre”, “angeli” (con sua nipote vive perfino isolato per sette anni in un castello nel Morvan). Ebbene, la sua vita isolata sembra poi un monachesimo per vincere il peccato della pedofilia. Le ragazzine nei suoi dipinti sono seduttive, erotiche; e gli uomini che vi compaiono invece sono martoriati, incattiviti: come se appunto stessero combattendo se mordere la mela dell’Eden o lasciarla intatta nell’Eden, cioè dentro il quadro. Mishima ha curato feticisticamente il suo corpo per tutta la vita, poi ha scelto il seppuku, il Sacro seppuku. Infine la decapitazione a opera di un suo discepolo.

    Nel libricino di Anton Giulio Onofri (Io e Pasolini) si parla di una sessualità primitiva (vero) e poi appare il volto della madre che muore di Anton Giulio. È la stessa di Pierpà. È La Madre. È l’unica che nessuna violenza può sfiorare.

     

    Aurelio Picca*

    (articolo apparso su Il Giornale, ma in questa versione è riveduto e ampliato dall’autore)

    *Aurelio Picca è nato ai Castelli Romani (Colli Albani). Ha pubblicato, tra gli altri, la silloge Per punizione (Rotundo 1990), la raccolta di racconti La schiuma (Gremese 1992), e i romanzi L’esame di maturità (Giunti 1995, Rizzoli 2001), I mulatti (Giunti 1996), Tuttestelle (1998, premio Alberto Moravia, Superpremio Grinzane Cavour), Bellissima (1999), Sacrocuore (2003), Via volta della morte (2006, nuova edizione Bompiani 2014), Se la fortuna è nostra (2011, premi Hemingway e Flaiano), tutti per Rizzoli; e, per Bompiani, Addio (2012), Un giorno di gioia (2014) e il poema civile L’Italia è morta, io sono l’Italia (2011). Nel 2016 è uscito Capelli di stoppia. Mia sorella Maria Goretti per le edizioni San Paolo, e nel 2018 per Einaudi Arsenale di Roma distrutta (premio Roma 2019).

    Per Bompiani ha pubblicato Il più grande criminale di Roma è stato amico mio. Il suo ultimo libro è Contro Pinocchio, Einaudi editore, 2022. Ha scritto di arte, letteratura, cinema, cronaca per le più importanti testate nazionali; tuttora collabora al Corriere della Sera e La LetturaIl FoglioIl giornale e la Repubblica.

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