domenica, Dicembre 4, 2022
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    Le campane, Silvia Bre ( Einaudi, 2022 )

    “Tu/ polare anima, mostra in me chi sei/ solo a spiccare da questa miseria/ verrebbe da lontano a me lontana un mugolio/ di rocce, campane che suonano contro la forma”.

     

    Questi versi, dai confini impenetrabili e d’intenso ascolto del riverbero umano, li ritroviamo all’interno dell’ultima raccolta di poesie di Silvia Bre dal titolo “Le campane” (Einaudi Editore, 2022). La poeta, nota anche per le traduzioni di testi in prosa e di testi poetici appartenenti, tra i tanti, a Emily Dickinson, Robert Frost e Margaret Atwood, ribalta le visioni metaforiche e sinestetiche del verso a favore di un linguaggio maggiormente allusivo, improntato sull’estasi delle sonorità poetiche.

    Una poesia priva di tematiche con argomentazioni sfumate, dove la voce regna sulle cose per nominarle: per enunciare ciò che si conosce ma ancor più l’indicibile, quell’oscuro e sconosciuto che non si è in grado di afferrare e che crea distanze tra il percepito e il nostro limitato essere e sapere.

    Se un mosaico di dolore assume il canto

    immenso della vita così sola

    a contemplare l’anima, il bianco lampo interno

    la stringe nelle vene leggerissime […]”

     

    Una lingua poetica che scava dentro l’origine, che non ha timore di ri-elaborare la costante emersione dalla “luce di qualche verità”:

    “[…] Essere noi, adesso,

    non è una porzione miserevole del tempo –

    ondeggia sempre

    ancora

    accolto

    in quello che si sente.”

     

    L’intera raccolta è composta da poesie sprovviste di titoli e, per questo, i componimenti formano quasi dei coaguli che si uniscono e danno forza al verso nella ricerca della genesi della parola e delle cose che ci circondano.

     

    Un punto cardine della silloge si potrebbe riconoscere nella citazione di un verso della famosa terzina del XXXIII canto del Paradiso dantesco in cui è emblematica – e a tratti controversa – la ragione e il filo conduttore che uniscono la poesia dell’autrice a quell’excessus mentis (così come Dante potrebbe averla intesa) che conduce alla visione, all’estasi mistica nella sospensione della mente. R-esistere nel mondo significa disfarsi nella disperazione dell’irraggiungibilità del sapere e del conoscere: “Un punto solo m’è maggior letargo[1] / tutto il resto lo so e non lo so/ resto in questo sospesa, in nessun luogo visto/ congiunta all’incompiuto, muta, immersa”.

     

    Molto di ciò che chiamiamo realtà trasla in qualcosa che ha carattere d’inintelligibilità e che, quasi certamente, non si arriva a (com)provare con i nostri sensi: la decodifica è soltanto un tentativo in cui l’essere umano si sente parte di un universo-comunità, in un “nessun luogo visto” dove si può confermare tutta la sua caducità:

    “La parola è un impiglio, poi crolla

    come ogni monumento [ …] “

     

    Il tono è, quasi sempre, impersonale; a volte, tuttavia, la prima persona singolare riemerge, specie quando la visione diventa esperienza umana universale e universalmente riconosciuta: “Non so se resisto a questo male”. Solo in un caso la prima persona singolare assume un tono dialogico in cui la poeta sembra riferirsi direttamente al suo interlocutore: “«Vieni qui, ora, tu che ascolti,/c’è questo fenomeno nel mondo/ uno che dice vieni a qualcuno/ tra le ombre che li sfidano[…]»

    Si potrebbe affermare che tutta la silloge sia forgiata da una scrittura scevra da caratteri moralistici e sentimentalistici e da ciò si desume, in aggiunta ad osservazioni già enunciate, che la poetica dell’autrice possa lasciare pochi margini a una categorizzazione tout court.

    La raccolta, dunque, si snoda in un sondare profondo attraverso un linguaggio e una voce che si estroflettono, e di conseguenza ne compiono lo sforzo, verso uno sguardo sulle cose minime percepibili o impercettibili:

    “La voce porta incisa una malora

    e una resurrezione astrusa, ti ignora

    c’è appena quanto serve a riposare,

    un sudario deserto, boreale

    per le notti della mente –

    […]

    Ma ora lo senti, che la diga sta per cedere

    e qualcuno dovrà infilarsi intero

    nel frammento, e essere

    questa grande imminenza

    maturata con tanta passione         

    perché lei rimanga.”

     

    La complessità dei versi danno un’immagine di precipizio e sospensione poiché spesso rimangono indefiniti alcuni fondamentali appigli nella poesia di Silvia Bre: l’oggetto, il soggetto, l’oggettivazione dei fenomeni. I riferimenti non sono quasi mai assoluti ma allusivi e suggestivi. Si tratta di una poesia che chiede tempo per svelare il suo nucleo illuminante: il lettore riafferra qualche verso senza necessariamente giungere a una comprensione logica, nel probabile intento, della poeta, di rimarcare l’incompletezza e l’incompiutezza del pensiero umano.

     

    “Nessun altare, solo un alto tifone benedice la mente

    scossa da cori di spighe, fende l’impossibile […]”

     

    Silvia Bre, dunque, nel suo flusso di pensiero, di scrittura e di rimaneggiamento della realtà e del quotidiano, rimane una delle voci più intense dell’attuale scena poetica dove è possibile riconoscere in sé la forza di sorvolare sull’esperienza umana e di farsi suono ed eco delle cose intangibili – ma vere e vive – vibranti come ‘campane’.

     

    [1] DANTE ALIGHIERI in Divina Commedia, Paradiso, XXXIII Canto

     

    Serena Mansueto

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