sabato, Dicembre 3, 2022
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    Intervista a Rossana Casale:” Vivo addosso tutta la musica”

    Foto di copertina di Michele Rossetti

    Al telefono, la sua voce è gioiosa, piena di entusiasmo per il suo nuovo album in arrivo ed è il tono tipico di chi si è data completamente alla sua arte in tantissimi anni di carriera, restando sempre fedele a se stessa e, al contempo, esplorando liberamente mondi musicali anche diversi fra loro.

    Il 4 novembre, per la Incipit Records, è uscito “Joni”, tributo jazz per la cantautrice Joni Mitchell, a pochi giorni dal suo compleanno che è stato il 7 novembre. Ne abbiamo parlato con la creatrice di questo progetto, un profondo viaggio nell’io.

     

     

    L’album tributo ”Joni”

    Innanzitutto tengo a dirti che ho appreso di questo tuo progetto con estrema felicità. Ho ascoltato l’album e lo trovo assolutamente al di sopra della media per eleganza, arrangiamenti essenziali e mai banali e per la tua voce. Ho notato che l’album si apre con I had a king che, a sua volta, apriva il primissimo album di Joni Mitchell ovvero Song to a seagull. È vero che quest’ultima canzone ti rappresenta? E perché?

    Ognuno, attraverso le canzoni, vive una parte di sé e trova un’immagine, una frase che ti possa colpire e ciò che, da sempre, mi ha colpita della Mitchell è stato questo suo sentirsi diversa, questo suo volare, staccandosi dalla realtà. Anche io mi sentivo così da piccola, la necessità di non dovere vivere con i piedi per terra ma di sentirmi libera in un mondo di fantasia e dove tutto potesse avere il respiro, il colore desiderato. Anche io mi sentivo un po’ diversa, per così dire, dagli altri. Avevo un sentire così forte.

    Nell’approcciare alle persone non mi soffermavo sull’apparenza ma mi mettevo in ascolto della voce, dei pensieri, i profumi intorno. La percezione che avevo delle cose era nel nascosto, in ciò che non si vedeva, l’emozione dell’invivibile. Queste canzoni mi ricordano il sogno, il desiderio di libertà e in Song to a seagull Joni sente la sua libertà appunto dentro un gabbiano.

     

    L’anima libera 

     

    In effetti, la Mitchell dalla campagna si trasferisce nel caos della città …

    Si, e se all’inizio per lei è un trauma, poi comincia a trarne beneficio e diventa uno stimolo per la creatività.

    Anche in The Jungle line, Joni sovrappone un quadro di Henry Rousseau, a una serie di colori acidi con questa palma tropicale ed io ho ritrovato molto della mia adolescenza facendole questo tributo.

    Si sente, Rossana. Hai traghettato la sua arte e l’anima di una donna libera ai giorni nostri unendola alla tua anima, un lavoro introspettivo oltre che musicale. Hai creato il medley Little green/My old man//Blue nel quale narri tre aspetti di Joni: la madre, la donna innamorata di un uomo e la donna innamorata della sua musica.

    Si, io ho sempre visto in Blue la dedica ad un amico, in un contesto giovanile. Contrapposta ai versi in cui si parla di inferno come un posto visto da tutti come modaiolo e dal quale lei si discosta, c’è l’invito all’ascolto del mare, questa immagine che anche un invito a purificarsi, fondamentalmente, e lei ha vissuto nel mondo hippie partecipando a vari festival importanti come quello dell’Isola di Wight.

    Esatto, l’Isola di Wight. È vero che Joni, in quell’occasione interruppe il concerto?

    Si, accadde perché la sua musica faceva fatica a farsi ascoltare in un posto così, le sue canzoni avevano bisogno di una partecipazione più profonda. Riprese poi il concerto ma era molto turbata.

     

    Le canzoni di Joni

     

    Analizzando la canzone Blue: come si approccia ad un pezzo simile?

    Blue, forse, è la canzone più difficile da tradurre perché ha un obbligato e non si può stravolgere. Quello che ho pensato è stato di mettere in chitarra le canzoni realizzate dalla Mitchell al pianoforte e viceversa. Blue è stata, appunto, pensata come voce e chitarra e Both sides now, che la Mitchell eseguiva con la chitarra, l’ho voluta interpretare con il pianoforte.

     

    La musica di Rossana Casale

    È proprio in questo gioco di concavo e convesso che si sente, appunto, l’aver voluto traghettare Joni Mitchell verso il tuo vissuto e la tua anima. Del resto, Blue, è una sorta di diario molto intimo oltre che un punto di riferimento, insieme a Carole King e Laura Nyro, per un certo cantautorato che esploderà dai Settanta in poi.

    In questo album ci sono dei pezzi molto autobiografici tanto che Kris Kristofferson, suo amico, le consiglierà di non pubblicarli per evitare che si esponga troppo e che venga massacrata dalla critica. Lei, però, aveva questa urgenza di raccontare: si sentiva vacillare da quando era stata messa sul piedistallo.

    Rossana, a te è mai capitato di vacillare e di volerlo esprimere attraverso la tua musica?

    Sicuramente l’album Joni nasce per una mia necessità. Come ho già fatto con altri album-tributo a Billie Holiday o Giorgio Gaber, solo per citarne un paio. Ecco, sono mie necessità di vivere addosso tutta la musica che mi ha creata, costruita.

    Ho sentito il bisogno di esprimere la mia creatività attraverso la musica con cui mi sono formata e Joni Mitchell è sicuramente per me un grande punto di riferimento.

    Lei, poi, ha avuto un tale successo che tutti si sono sentiti in diritto di dirle qualcosa. Racconta, e questo mi ha toccata profondamente, che un musicista jazz di successo dell’epoca sottolineò i suoi accordi aperti che lei eseguiva battendo sempre sulla quarta, quei suoni aperti che tanto la resero riconoscibile. Lei, invece di prendere questo appunto come un complimento, cominciò a scordare, a cambiare, a creare nuovi suoni quindi il suo sentirsi vacillare fu uno stimolo per lei. Io non ho cambiato suoni come ha fatto lei.

    Ho cercato solo di stare nella dignità e di fare ciò che ho desiderato con libertà e coerenza.

    Posso dire che, negli anni, magari avrò creato una sorta di confusione negli addetti ai lavori. Lavorando nel pop, nel jazz, nel musical, nel cantautorato forse ho generato degli interrogativi nelle persone che dovevano parlare di me. L’interrogativo poteva essere: ma tu chi sei veramente? Il jazz ha sempre supportato la mia musica e, forse, non sempre i musicisti jazz ne hanno riconosciuto appieno l’essenza. Ecco, forse il mio non volermi chiudere in un’unica esperienza musicale ha rimandato di me un’immagine non sempre etichettabile e questo ha potuto farmi vacillare.

    Ma perché, poi, dover a tutti i costi etichettare? Una donna, un’artista non possono avere talenti diversi ed essere comunque credibili?

    Assolutamente si. Lo dico nel mio album Incoerente jazz. Il jazz è quasi come un pensare al contrario, è il guardarsi dentro le cose ma non è superiore al pop o ad altri generi musicali. E’ solo un altro bellissimo vestito.

    Del resto, la stessa Mitchell voleva dipingere ed essere ricordata per questo suo talento più che per quello musicale.

    Rossana, a te piace che le tue canzoni arrivino in modo indiretto, delicato?

    Delicato non è il termine giusto. La parola esatta è indiretto perché questo modo di scrivere apre a possibilità infinite nonché una porta di accesso al sé. Invece di scrivere palesemente di qualcosa, preferisco la suggestione del non detto perché anche chi ascolta può captare ciò che la sua necessità gli detta in quel momento. Mi è sempre piaciuto molto trasportare sentimenti ed immagini dentro uno spazio più aperto anche per entrare in empatia con chi mi sta ascoltando. Ovviamente non giudico il mio modo di scrivere migliore di altri ma è quello che mi fa sentire più libera ed è quello che riconosco più vicino al mio mondo. Ho sempre scritto usando immagini per parlare di emozioni e sentimenti.

     

    La canzone e la poesia

     

    Una canzone, spogliata delle sue note, può essere una poesia di per sé?

    Certamente, anzi, la canzone deve essere poesia! Nell’odierno, purtroppo, la canzone in generale ha perso valenza poetica perché ci si affida sempre meno alla lettura e sempre di più al mondo virtuale.

    La canzone, come la poesia, non deve essere difficile ma sicuramente, per essere poetica, in essa deve germogliare ciò che abbiamo da dire, ciò che ci urge dentro, il racconto che vogliamo fare.

     

    Conclusioni

    In questo viaggio interiore di Rossana Casale c’è spazio anche per un inedito, In and out of lines, che ha dedicato a Joni e che chiude, come un abbraccio finale, l’intera opera. Ancora una volta, la scrittura diventa vita.

    Tutte le date dei concerti saranno aggiornate sul sito ufficiale della cantante che verrà accompagnata da Emiliano Begni al pianoforte, da Francesco Consaga al sax soprano e flauto traverso, da Ermanno Dodaro al contrabbasso e da Gino Cardamone alla chitarra.

    Aver parlato con Rossana è stato come immergersi in un mare impetuoso e puro, fiero, con barche attraccate e pescatori sempre pronti a ripartire.

    Un animo ricco di sfumature. La salutiamo con i versi di una sua canzone, Brividi.

    Vivere / non resta altro da far, sai / che camminare e non fermarsi mai / tanto di strada ce n’è / c’è tutto un mondo fuori e dentro di me.

     

    Eleonora Pozzuoli

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