Il titolo stesso della raccolta “Cuore allegro” di Viola Lo Moro (Giulio Perrone editore; pag. 80; 15 euro) intrappola il lettore in un doppio inganno.
Il cuore – per antonomasia – simbolo deputato all’amore (e alle lacerazioni dell’animo umano), nella raccolta della scrittrice romana, femminista, giornalista per diverse testate, ideatrice del Festival Inquiete, attivista LGBT e socia della libreria Tuba Bazar di Roma, allunga il significato poetico su quello anatomico: il meccanismo di vasi, sangue, ossigeno e vene, che tiene in vita gli esseri; allegro l’aggettivo scelto dalla scrittrice per classificare l’organo, si allontana invece dal significato di felicità per avvicinarsi a quello propriamente ungarettiano: l’atto di resistenza, la tensione che scongiura la morte.
La poesia che dà il titolo alla raccolta, posta al centro della silloge, rielabora l’incontro tra un uomo anziano che sta per lasciare la terra e una donna a cui viene consegnata in dono una frase, una condizione, un’esclamazione, un ultimo regalo: tieni il cuore allegro.
«Un filo da pesca in trazione» unisce, in quella stanza, due individui, due tempi, due differenti generazioni. «Tieni il cuore allegro» è il consiglio che l’uomo le affida. E’ quello l’insegnamento finale. Un passaggio di staffetta tra un cuore che sta per smettere di battere, a un altro che deve continuare a farlo.
«Tieni il cuore allegro».
Ma in che modo, ci si chiede, è possibile tenere il cuore allegro? E la risposta resta sospesa.
«La poesia non dà risposte – afferma la stessa Viola Lo Moro nelle sue interviste – al massimo pone domande».
Interrogativi, auto riflessioni, punti di domanda sono costituenti vivi della silloge. La poesia come interrogatorio spirituale, l’anima chiamata in giudizio; e cosa vede questa anima nuda durante il suo viaggio alla scoperta di sé?
Attorno, una città in declino: muri scrostati, il mondo in miniatura che casca, «una decomposta fiera» per dirla come Ungaretti.
Dentro e fuori dal corpo una calamità, una forza attrattiva rende gemello e speculare il decadimento, screpola, spella e deforma. «Mi impensierisco per ogni vivente di cui riconosco lo squilibrio/ i pochi millimetri di gravità che tengono gli uni / schiacciati sugli altri/ su un’altra vita/ fino al centro dell’esperienza magnetica/che risucchia dentro / e smuove in fuori».
Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri – diceva Alda Merini; così accade ugualmente nella poetica della scrittrice romana.
Nella poesia “Il treppiedi”, ad esempio, i corpi raccontati dallo Lo Moro sono paragonati all’oggetto ferroso che regge il finto lampione. Esseri imperfetti, gli umani, hanno, come le cose, il segnale sempre acceso dei lavori in corso.
I corpi sempre più claudicanti con l’avanzare del tempo sembrano sformarsi a contatto con la città e con gli altri: Lasciarmi ardere nella città impossibile/ ha delle conseguenze. Per reggersi in piedi è necessario uno zoccolo, un terzo oltre ai propri, capace di sorreggere l’impalcatura del corpo, e dell’Io che risente dell’onta collaterale del vivere, e si abbandona a quella inevitabile incrinatura.
E il mio cuore non si accorda/ si dissona al crepuscolo/ si annebbia a tal punto la vista/ da convenire con la ferraglia/ che io pure pure io/ devo diventare treppiedi per stare in piedi/. Cresco di un piede ogni passo indietro.
Uno sfregamento tra l’essere chi si è, e l’esistere per esserci: in questa dicotomia dell’esistenza la Lo Moro libera le immagini dalle aure poetiche, porta a nudo, quasi allo scheletro il corpo che vuol sentire profondamente, smonta la retorica idilliaca e risponde ai classici con toni audaci:
all’affermazione di Fitzgerald Tenera è la notte (titolo di una poesia nella raccolta “Cuore allegro”) la scrittrice romana risponde «… non è vero./ Appuntita uncinata e la notte/ attraversa di spillo il costato/ preleva il capello nello scarico stomaco». E se la notte ha la forma di uno spillo, il giorno « ha deluso le aspettative/ (…) può cominciare con me/ come un ferro da calza spinto a forza nella lana».
L’immagine suggestiva, è feroce al contempo. Il gesto quotidiano elevato a metafora si fa brutalmente raffinata poesia.
Simili ai soggetti nei quadri di Egon Schiele, anche quelli raccontati dalla scrittrice hanno corpi ravvolti nel conturbante piacere. Simile a un’unghiata, a un’avvisaglia di premorte, il piacere fisico è estremo e contratto.
Appare feroce l’attrito tra i corpi, a volte primitivo e selvaggio, il desiderio di possedersi: i muscoli tesi nell’atto feroce del tenersi insieme. Il calore liberato dai corpi si mescola al sudore, all’odore e alle lingue, e si fluidifica, si liquidizza: «Questa premorte architettata/ di furia/ dopo la voglia di crescere/ il sudore nell’incavo/ la bava sulla clavicola.»
I corpi coinvolti nell’atto d’amore, si conturbano famelici fino a confondersi: ho confuso te con me / noi con me/ il non – noi con il non- me; fino a rompersi Ho corpo rotto; fino a trasformarsi in incubi: entrare a pieni mani nella tua bocca spalancata.
La poesia della Lo Moro è tattile, visiva, olfattiva e uditiva. Ha versi sensoriali. L’alternarsi di immagine in contrasto- di umido e ferroso; di oggetti acuminati e poi fluenti e liquidi, creano un ininterrotto pulsare di luce e ombra che rimanda all’immagine del cuore, al suo battito cardiaco; sembra quasi che l’intera silloge sia stata costruita su un pentagramma cardiaco, una melodia elettrica.
È una poetica scevra, scarna, cruda e crudele. Nuda; di quella nudità che non equivale solamente al gesto della svestizione; non è lo spogliarsi dei soli indumenti: scucirsi, smontarsi, vergognarsi, perfino.
Volgere la torcia su se stessi e riallacciare i ricordi alle ferite, rimarginate a fatica e tappate con un correttore, proprio come si fa con le occhiaie. Interrogarsi e indagare: è questo il gioco condotto dal terzo occhio di chi vuol vedersi, dallo sguardo di chi si osserva davvero per conoscersi, e lo vuole.
Disturbarsi, incarnarsi nel disturbante. Calarsi nel personale spinaio di debolezze con l’arte maieutica dello speleologo, e riconoscersi nel viaggio umanamente fallibili.
Così “Cuore allegro” di Viola Moro inaugura la sua penna poetica con un Inno all’inciampo, alla «caduta di incastro» agli «inganni fisiologici» , «all’urto del vento contrario».
Alla sospensione tra non-morte e non vita: alla negazione. Alla « goccia che cade e non cade», alle promesse fatte ai morenti.
Margherita Ingoglia



