domenica, Settembre 6, 2026
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    Le futuriste cancellate: quando il Futurismo immaginò donne libere, non sottomesse

    Per oltre un secolo il Futurismo è stato raccontato come un movimento aggressivo, maschile, persino ostile alle donne. Eppure, dietro quella narrazione semplificata, si nasconde una verità molto diversa. Nel suo ultimo libro Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani, Giordano Bruno Guerri smonta uno dei pregiudizi più duri a morire: l’idea che i futuristi disprezzassero la donna. Al contrario, racconta un’avanguardia che immaginava figure femminili autonome, creative e radicalmente moderne.

    Professor Guerri, il Manifesto futurista del 1909 parla di “disprezzo della donna”. È la frase che ha condannato il Futurismo agli occhi di molte generazioni. Come va letta davvero?

    «Va letta con attenzione e senza estrapolarla dal contesto. I futuristi non disprezzavano le donne. Disprezzavano un certo modello di donna: quella senza diritti, senza autonomia, senza libertà di scelta. Una donna subordinata all’uomo, incapace perfino di decidere dei propri beni economici.»

    Quindi non era una presa di posizione contro le donne, ma contro un ruolo imposto?

    «Esattamente. I futuristi rifiutavano la donna costruita per piacere, fatta di ornamenti, profumi, riccioli, senza volontà propria. Quel modello femminile era il prodotto di una società patriarcale che loro volevano distruggere.»

    Che tipo di donna immaginavano, allora?

    «Una donna audace, libera, veloce, ribelle. Una donna forte, protagonista della propria vita. Incredibilmente simile alla donna che oggi consideriamo moderna. Non l’angelo del focolare, ma una figura attiva, creativa, capace di stare alla pari dell’uomo.»

    Non a caso nel Futurismo ci sono state anche molte futuriste.

    «Sì, e sono state a lungo ignorate. Artiste, scrittrici, intellettuali che hanno prodotto opere importanti e che partecipavano al movimento senza ruoli decorativi. Il Futurismo, su questo, era molto più avanti del suo tempo.»

    Eppure questa dimensione femminile è stata spesso rimossa. Perché?

    «Perché il Futurismo è stato schiacciato da una lettura ideologica. Il legame con il fascismo ha prodotto una condanna globale che ha impedito di distinguere, di analizzare, di capire. Così si sono buttate via anche le parti più scomode per la narrazione dominante, come la libertà femminile futurista.»

    Filippo Tommaso Marinetti, figura centrale del movimento, è spesso visto come simbolo di maschilismo. È un’immagine corretta?

    «No. Marinetti era un personaggio complesso, contraddittorio, ma aveva un’idea della donna molto più avanzata di quella comune alla sua epoca. Pensava a una donna indipendente, sessualmente libera, capace di desiderio e di scelta. Non è poco, se pensiamo all’Italia di inizio Novecento.»

    Nel libro lei mostra anche il Futurismo come un movimento che guardava ossessivamente al futuro. Quanto questo ha inciso sulla visione della donna?

    «Moltissimo. Il Futurismo nasce per immaginare il mondo che verrà. E quel mondo non poteva avere donne sottomesse. La velocità, l’autonomia, la libertà erano valori che valevano per tutti, non solo per gli uomini.»

    Arriva persino l’intelligenza artificiale, nel finale del libro. Un dialogo con Marinetti “ricreato” dall’IA.

    «Sì, perché il Futurismo aveva intuito la trasformazione tecnologica del mondo. Ho voluto chiudere il libro con un’intervista impossibile, affidata all’intelligenza artificiale. È un modo per dimostrare che quelle idee continuano a parlarci.»

    Rileggere il Futurismo dal punto di vista delle donne significa ribaltare una narrazione comoda ma incompleta. Le futuriste non erano comparse e i futuristi non erano nemici della libertà femminile. Al contrario, immaginavano donne capaci di decidere, creare, desiderare. Audacia, ribellione, velocità restituisce alle donne del Futurismo il posto che spetta loro: non ai margini della storia, ma nel cuore di una delle avanguardie più radicali del Novecento.

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