giovedì, Dicembre 11, 2025
spot_img
spot_img
More

    Ultimi post

    Il corpo delle donne. Intervista alla dott.ssa Roberta Martinoli, nutrizionista

    Annunci

    Il tema della salute è diventato centrale nell’analisi dell’antropologia contemporanea, non solo per via degli ultimi fenomeni epidemici che hanno messo ulteriormente a nudo le fragilità umane, quelle fisiche e quelle psicologiche ma, anche, per il modo di intendere la vita delle società, non a caso, definite “del benessere”.

    Roberta Martinoli, nutrizionista,  è una di quelle persone che ha dedicato la sua vita alla ricerca delle possibilità che ciascuna persona ha di essere sana o di vivere in modo sano il suo stato patologico. Focalizzandosi sulla sinergia dei suoi percorsi formativi, dalla laurea in agraria che le ha dato una grande conoscenza degli alimenti a quella in medicina e chirurgia che unita alla laurea in scienze della nutrizione le ha conferito tutti i titoli per dedicarsi alla nutrizione umana, Roberta ha un percorso umano e professionale di grande prestigio e, soprattutto, di grandissimo valore etico.

    La abbiamo intervistata per scoprire quali sono le fragilità e i punti di forza della donna e dell’uomo contemporaneo, visti dallo studio e dall’esperienza di un medico che si occupa di alimentazione, con uno sguardo volto all’interiorità. D’altronde si sa, l’uomo è ciò che mangia.

     

    Cosa ti ha spinta a scegliere questa branca della medicina e a puntare sull’alimentazione come supplemento alla terapia farmacologica o chirurgica di una patologia o come strumento per evitare di ammalarsi?

    Questa è una bellissima domanda, mi porta a riflettere. Sono sincera, sono arrivata fin qui quasi per caso. Quando ho intrapreso i miei studi in Scienze Agrarie avevo in mente di diventare una ricercatrice, ero appassionata di genetica e ho avuto il privilegio di avere tra i miei docenti dei grandi scienziati. Poi questo mio sogno non si è realizzato. Ero un po’ caotica a quel tempo e, per quanto fossi molto brava nello studio, in laboratorio me la cavavo decisamente peggio.

    I miei esperimenti difficilmente andavano a buon fine. Evidentemente il laboratorio era un ambiente che non mi metteva a mio agio. Dopo la laurea mi sono sentita francamente disorientata. Il mio sogno di diventare ricercatrice era sfumato e io non sapevo cosa fare. Così, senza nessuna progettualità, ho iniziato a studiare il tedesco. Ho vissuto un paio di anni a Berlino. Non avevo ancora nessuna idea di cosa avrei fatto dopo.

    Quando sono tornata a Roma ho ripreso i contatti con l’Università, ho iniziato un dottorato di ricerca e lì è nata la mia passione per la medicina e per la nutrizione in particolare.

    I miei studi in Scienze Agrarie mi sono stati di aiuto. Ho iniziato a studiare Medicina quando avevo 34 anni. Lavoravo già come nutrizionista avendo acquisito in precedenza il titolo di dottore in Scienze della Nutrizione Umana.

    Chi si occupa di nutrizione ha un’attenzione particolare a quella che gli esperti chiamano prevenzione primaria. Una delle riflessioni che facevo spesso mentre studiavo medicina è che incontrare il bravo chirurgo che ti salva la vita o il bravo internista che formula una diagnosi precoce è una gran cosa ma che potremmo essere ancora più fortunati ad incontrare il bravo medico che ci mette in condizioni di non ammalarci. Questa è la prevenzione primaria ed è l’aspetto più debole del nostro Sistema Sanitario.

    E’ una strategia solo apparentemente facile. Bisognerebbe insegnare la prevenzione primaria nelle scuole. I bambini hanno bisogno di avere delle regole, di essere orientati nelle loro scelte. Sono curiosi al punto da voler sapere perché le verdure fanno bene, perché bisogna idratarsi, qual è l’importanza di un buon sonno e di uno stile di vita attivo. Se impari queste cose da piccolo non potrai che adottarle per il resto della tua vita. La giusta nutrizione è importante anche per chi è già ammalato ma qui le cose diventano ancora più difficili.

    Prima di tutto bisogna abbattere il preconcetto in base al quale il paziente obeso, diabetico o iperteso sia per qualche motivo incapace di imporsi delle limitazioni, di rispettare i dettami di una dieta, di cambiare stile di vita. Fortunatamente oggi si parla sempre di più di educazione terapeutica del paziente cronico. Si tratta di un approccio volto a far sì che i pazienti diventino capaci di gestire il trattamento delle proprie malattie e di prevenire le complicanze evitabili, mantenendo o migliorando la qualità della propria vita.

    Fare prevenzione

    In fondo il mio lavoro è tutto qui: fare prevenzione primaria per chi è sano ed educazione terapeutica per chi convive già con una malattia. Il punto più delicato è quello in cui si stabilisce la relazione terapeutica tra me e il paziente, dopodiché è una strada quasi in discesa. Stile di vita e alimentazione sono due strategie di prevenzione e di trattamento delle patologie così importanti che se si potesse metterle all’interno di una capsula avremmo inventato il farmaco più potente che ci sia.

    Il medico nutrizionista è uno dei pochi che vede i suoi pazienti senza vestiti: questa è una condizione che consente di guardarlo nella sua totalità e, per assurdo, di rendersi conto di problematiche sanitarie che non sempre sono visibili in altre situazioni. È una enorme responsabilità. Ci racconti le tue esperienze?

    È vero, può sembrare quasi paradossale ma oggi si va dal medico forniti di esami ematochimici e strumentali ed è difficile che ci si debba spogliare. Per questo può capitare che a vedere il paziente nudo siano rimasti i nutrizionisti e, ovviamente, i dermatologi. La pelle ci dice tanto sul nostro stato di salute. Quello che vado ad osservare da nutrizionista è il trofismo degli annessi cutanei, la presenza di varicosità o di teleangectasie (quelli che chiamiamo comunemente capillari), le adiposità localizzate, gli edemi.

    Fondamentale è il momento in cui misuro le circonferenze corporee e lo spessore delle pieghe cutanee (che noi chiamiamo pliche) per capire come è distribuito il grasso corporeo. Il paziente è nudo davanti a me e io lo osservo in tutte le proiezioni (di fronte, di profilo, di spalle) Mi accorgo così se ci sono nevi, lentigo, cheratosi attiniche. Nei casi dubbi sollecito una visita dermatologica e mi rendo conto che è una delle cose più importanti che io possa fare per la salute dei miei pazienti.

    Consapevole del fatto che assieme a me ci sono anche i biologi nutrizionisti ci tengo a diffondere il progetto di un mio bravissimo collega dermatologo, Roberto Cavagna, che tiene seminari di oncologia dermatologica allo scopo di insegnare anche ai non medici come riconoscere le patologie tumorali benigne e maligne della pelle, delle unghie e le pre-cancerosi.

    Skin Guardians, i guardiani della pelle

    Ogni anno in Italia 70.000 persone si ammalano di melanoma e carcinoma cutanei, con cure tanto più invasive quanto più è tardiva la diagnosi. Con i suoi corsi Roberto forma quelli che lui chiama Skin Guardians, i guardiani della pelle. Io mi auguro che diventino presto un esercito. Oramai sono tante le storie di diagnosi precoci rese possibili dallo sguardo attento di un estetista impegnata a fare un massaggio. È capitato anche di avere uno Skin Guardian come vicino di ombrellone.

    Anch’io sono uno Skin Guardian e più volte ho segnalato la presenza di nei che potevano essere sospetti. Quando è successo che poi il dermatologo ha formulato una diagnosi di nevo displastico o di melanoma al primo stadio ho provato un grande senso di gratitudine per il fatto di svolgere una professione che mi dà più di un’occasione per far star bene le persone.

     

    Chi si rivolge a un medico per ricevere terapie nutrizionali? In Italia sono più le donne o gli uomini a ricorrere a questo tipo di trattamento? La donna italiana come vede se stessa, come percepisce il suo corpo?

    L’80% dei miei clienti sono donne. Svolgo questa professione da oltre venti anni e rispetto agli inizi il numero dei pazienti di sesso maschile è sensibilmente aumentato anche se gli uomini continuano a rappresentare una minoranza. Scelgono di venire a studio dal nutrizionista per gestire problematiche di salute (ipertensione, dislipidemie, iperglicemia) e per togliere un po’ di pancia.

    Mi capita anche di seguire ragazzi giovani e sportivi il cui scopo è quello di migliorare la performance o di aumentare la muscolarità. Complice lo stile di vita intenso, la pressione subita sul posto di lavoro e l’esigenza di svolgere una serie di compiti nell’ambito della vita familiare molti uomini cominciano a soffrire di gastralgie e di problematiche intestinali (sindrome del colon irritabile), fino a qualche anno fa appannaggio del genere femminile. Le patologie gastrointestinali sono un tipico esempio di mind-body pathology.

    Oggi si parla sempre più di PsicoNeuroEndocrinoImmunologia o PNEI. Con questo termine viene indicata la disciplina che studia le interazioni tra i sistemi nervoso centrale, endocrino e immunologico. Chi ha problemi con il proprio intestino andrebbe inquadrato in un’ottica PNEI.

    Vedo donne di tutte le età, a cominciare dalle bambine e dalle adolescenti fino alle ultrasettantenni. Non vi è dubbio sul fatto che le donne si sentano chiamate ad incarnare un ideale di bellezza sempre più irraggiungibile. Se fino a qualche anno fa il modello imperante era quello di una magrezza estrema, adesso le cose sono diventate ancora più difficili perché su questa magrezza si devono innestare delle forme mozzafiato come quelle che solo un chirurgo plastico saprebbe concepire.

    Tutte le donne sono bellissime

    Io trovo, e lo dico con estrema sincerità, che tutte le mie pazienti siano bellissime. Le vedo belle a prescindere dai chili di troppo, dalle smagliature, dal rilassamento cutaneo, dalle rughe e dalle macchie della vecchiaia. Le trovo belle e ci tengo a dirglielo. Penso che se glielo dico, così sinceramente, anche loro possano iniziare a guardarsi con occhi diversi.

    Guardarsi con occhi diversi è una gran cosa. Spesso mi confessano che torneranno a sentirsi bene solo dopo aver perso dieci o venti chili. In questi casi sottolineo l’importanza di cominciare a sentirsi bene già da subito. Prendersi cura di sé come farebbe una mamma amorevole con il proprio bambino, questo è il tipo di rapporto che dobbiamo imparare ad istaurare con noi stessi.

    Prenditi cura di te

    “Prenditi cura di te” è una delle espressioni che mi piace di più e la ripeto soprattutto alle mamme che sono bravissime a trascurarsi: qualsiasi cosa viene prima di loro. Una volta che una donna è diventata mamma continua a pensarla così per tutta la vita e se non la pensa così si sente in colpa.

    Io allora gli dico una cosa forte, e cioè che si devono mettere al primo posto della lista delle priorità. Pensare di dedicarsi il tempo giusto per dormire, per mangiare bene, per fare sport, per andare dall’estetista. È il modo per ricaricarsi di nuove energie e per preservare la propria salute. La cosa più bella che possiamo pensare per i nostri figli è di essere mamme sane e felici.

    Quando un paziente si accomoda nel tuo studio, per prima cosa ti parla della sua vita, del suo modo di essere e di ciò che vorrebbe essere e non è. Ci racconti una esperienza che ti ha toccata profondamente?

    Ho pensato spesso a questa cosa. Nel corso degli anni ho visto più di 4.000 persone. Questo significa che 4.000 persone mi hanno raccontato la loro storia. Lo considero un patrimonio di grande valore perché in qualche modo la mia esperienza di vita si è espansa attraverso l’esperienza delle vite degli altri. Siamo tutti distanti da ciò che vorremmo essere. In alcuni casi si può avere l’impressione che questa distanza sia difficile da colmare.

    Il fat shame

    Se si vive in un corpo che si percepisce come una zavorra la distanza può diventare abissale. Viviamo nella società di prestazione. Si pretende che tutto di noi sia prestante a cominciare dall’aspetto.

    Crescendo dovremmo imparare a percepire il nostro corpo come un territorio di libertà, di scoperta e di autodeterminazione. Purtroppo, la società in cui viviamo stabilisce canoni e misure che portano a giudicarlo “giusto”, “normale” e quindi accettabile oppure “sbagliato”, “anormale” e quindi da nascondere.

    Si tratta di un fenomeno così diffuso che per definirlo è stato coniato il termine di fat shame. Purtroppo esiste lo stigma del corpo grasso.

    Le storie che mi sono rimaste più impresse sono tutte quelle che avevano a che fare con il fat shame.

    Vi potrei raccontare della donna manager che, trovandosi in condizione di obesità, provava vergogna ogni volta che doveva parlare davanti ad un folto pubblico.

    Aveva raggiunto la sua posizione in virtù della sua intelligenza vivace, della passione con cui svolgeva il suo lavoro, della forza di volontà ma davanti alla platea, prima di iniziare il suo discorso, si sorprendeva sempre a pensare “Staranno ad ascoltare quello che dico oppure guarderanno il mio corpo grasso e mi giudicheranno per questo?”. Come si fa a non provare empatia di fronte a queste storie?

    Mi ricordo di una mamma pienamente realizzata che si sentiva a disagio quando incontrava gli amici dei figli adolescenti e che quando mi raccontava questi episodi aveva le lacrime agli occhi.

    Ho incontrato persone che hanno avuto vite difficili, che ogni giorno affrontavano situazioni che impegnano mente, cuore e corpo e che usavano il cibo come strumento di consolazione. Le ho viste sostenere pesi insostenibili ma le ho viste piangere lacrime quasi inconsolabili quando pensavano al peso del loro corpo.

    Le ho ascoltate tutte con grande empatia, ho voluto rassicurarle. L’obiettivo del dimagrimento non è mai impossibile da realizzare. Prima però bisogna cambiare testa, bisogna imparare a guardare il proprio corpo con occhi diversi.

    Sui social hai avviato molte iniziative interessanti come articoli scientifici che spiegano alimenti, connessioni tra alimentazione e patologie e molto altro. Quotidianamente pubblichi le tue colazioni abbinate a un libro o pensieri e citazioni che ispirano la tua corsa mattutina. Romanzi e salute, saggi e benessere, poesia e guarigione: come si possono unire il campo medico-scientifico a quello letterario per un incremento della salute bioetica collettiva?

    Per rispondere a questa domanda devo citare Rugarli, uno dei più grandi medici che abbiamo avuto. Il mio pensiero è plasmato sul suo. Dice Rugarli: “Mi azzardo a dire che, a parità di preparazione specifica tra un medico che abbia letto Dostoevskij o Flaubert e uno che non li abbia letti… sia più bravo come clinico il primo.

    Naturalmente non ho gli elementi empirici per essere sicuro che le cose stiano proprio così ma esiste qualche elemento che conforta la mia opinione. Fino a poco tempo fa spiegavo questa mia idea affermando che nelle opere dei grandi classici della letteratura sono esposte caratteristiche della natura umana che è importante conoscere per fare bene il medico.

    Ma la ragione è un’altra, e cioè che chi ha passione per la lettura e conosce i classici ha anche predisposizione a comprendere le vicende umane e a far bene il medico.”

    Il senso della cura

    Il senso della cura è osservare con attenzione e farsi carico dell’altro.

    Gli strumenti per farsi carico degli altri in quanto medici li ritroviamo nei manuali di Medicina Interna (bellissimo quello scritto da Rugarli) e nei grandi classici della letteratura.

    Molti dei miei strumenti li ho tratti anche dai libri di Irvin D. Yalom, professore di psichiatria alla Stanford University e autore di numerosi saggi e romanzi. Nella sua Psicoterapia esistenziale Yalom sostiene che tra le preoccupazioni ultime dell’uomo c’è quella della morte.

    La morte è senza dubbio la preoccupazione più facilmente comprensibile. Adesso esistiamo ma un giorno non esisteremo più.

    Quando le analisi del sangue segnalano qualche asterisco, quando colesterolo e ipertensione ci pongono a rischio di infarto, quando la storia familiare riporta casi di persone morte in giovane età per problematiche dismetaboliche, cardiovascolari o oncologiche, quando c’è tutto questo e si è anche in condizione di sovrappeso o obesità l’idea della morte inevitabilmente si fa strada.

    Nella mia pratica clinica ho compreso che coltivare la paura non serve a nulla. La paura paralizza, ci fa sentire senza possibilità, ci toglie energia.

    Mi piace invece motivare le persone insistendo sul concetto di qualità di vita, sulla possibilità di portare avanti un invecchiamento di successo (successful aging come dicono i gerontologi) nonostante la familiarità per patologie cronico-degenerative.

    Se da medici avessimo la consapevolezza che un sorriso empatico, una mano sulla spalla, un abbraccio e un bacio sulla fronte (modalità di contatto non più possibili in tempo di Covid ma che spero si possano presto recuperare) hanno un grande effetto terapeutico, allora al di là dei nostri tratti caratteriali, non ne potremmo fare più a meno.

    Le mie origini familiari (i miei nonni erano braccianti agricoli, non possedevano la terra ma coltivavano quella degli altri) e i miei studi in Scienze Agrarie mi portano a pensare in un’ottica One Health.

    Il modello di una salute unica è l’unico perseguibile. Prima di tutto viene la salute dell’ambiente in cui viviamo, della terra e degli agricoltori, degli animali da allevamento e dei fattori, e poi quella dei consumatori finali. Solo con uno sguardo alla salute del pianeta e attraverso strategie di prevenzione primaria potremmo salvarci come specie e pensare di evolvere anziché involvere.

    Nelle mie colazioni c’è tutto questo, c’è il fatto di prendersi cura di sé, c’è l’dea del movimento, c’è il privilegio di poter fermarsi un attimo a leggere (un saggio, un romanzo, una poesia…), c’è la consapevolezza del peso che ogni giorno dobbiamo sostenere, del nostro senso di inadeguatezza, e poi anche la consapevolezza che una vita piena prevede il fatto di riconoscere la nostra unicità che è tale in virtù dei nostri pregi e anche dei nostri difetti.

    “Prima mangio e poi ci penso…” è una delle cose che scrivo quando devo affrontare giornate impegnative, quando ho qualche decisione importante da prendere, quando sono alle prese con un problema. Così nutro la mia parte fragile e poi sento di poter affrontare qualsiasi difficoltà. Faccio come la mamma con il suo bambino, e io so di cosa parlo perché sono mamma due volte.

    Mi piace concludere con una poesia di Mariangela Gualtieri che in qualche modo fonde tutte queste tematiche. I poeti hanno un registro comunicativo che va diretto al cuore.

    Adesso è forse il tempo della cura.

    Dell’aver cura di noi, di dire

    noi. Un molto grande pronome

    in cui tenere insieme i vivi,

    tutti: quelli che hanno occhi, quelli

    che hanno ali, quelli con le radici

    e con le foglie, quelli dentro i mari,

    e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria

    e più di tutto lei, la feconda,

    la misteriosa terra. È lì che finiremo.

    Ci impasteremo insieme a tutti quelli

    che sono stati prima. Terra saremo.

    Guarda lì dove dialoga col cielo

    Con che sapienza e cura cresce un bosco…

     

     

    Gisella Blanco

    Latest Posts

    Da non perdere