giovedì, Dicembre 11, 2025
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    Dacia Maraini: ”Il linguaggio è profondamente misogino”. Intervista.

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    Ci sono artisti che con le loro vite e le loro personalità, le loro storie e il loro pensiero, non solo influenzano trasversalmente i periodi storici e sociali che sono stati teatro della loro presenza attiva ma hanno una enorme capacità di essere perennemente attuali e di perpetuo interesse per tutti, anche per i più giovani. Abbiamo incontrato Dacia Maraini, in occasione del suo ultimo libro, La Scuola Ci Salverà, Solferino editore, scrittrice e poetessa da sempre impegnata in temi antropologici e, in particolare, nell’analisi e nel sostegno dell’individualità femminile all’interno della società.

     

    Come nasce il suo interesse per le tematiche femminili inerenti il ruolo della donna nella società? Ci fa un breve excursus delle iniziative che hanno concretizzato questa sua vocazione?

     

    Ho sempre avuto un forte senso della giustizia. Quando sento un caso di giustizia calpestata mi indigno e cerco di fare qualcosa. Ma parlo di tutte le ingiustizie, non solo quelle sofferte dalle donne. Infatti mi sono occupata delle carceri, dei manicomi, dei senza tetto con inchieste per giornali e riviste. Ho fatto, comunque, presto a scoprire che le ingiustizie che le donne hanno subito nella storia sono veramente gravi ma prese quasi come un destino naturale e questo mi indigna. Ho cercato di reagire, coi miei mezzi che sono la scrittura, le parole, il teatro e la narrativa per creare consapevolezza su questo tema. Prima ero sola, poi ho scoperto il femminismo e mi sono immersa nel movimento, contenta di trovarmi con tante altre donne a batterci per guadagnare i diritti civili e la credibilità culturale e artistica.

     

    Nella Roma degli anni Sessanta, ci si incontrava tra artisti e grandi talenti come Fellini, Moravia, Morante, Bellezza, Mazzacurati, Schifano, Guttuso e altri al bar Rosati, per bere spremuta di arancia o caffè e parlare di progetti, ambizioni e grandi idee sul futuro in cui si credeva fermamente. Ci svela chi di loro condivideva le sue idee sull’emancipazione femminile e chi, invece, ne prendeva le distanze?

     

    Di quelli che lei ha nominato in realtà nessuno si interessava al movimento delle donne. Anche Elsa Morante, che pure era una donna emancipata e gelosissima della sua libertà e autonomia, non capiva l’importanza del movimento, lo considerava inutile. Ma forse si trattava di una forma di sfiducia verso le nuove generazioni. Fellini ne era attratto ma, nello stesso tempo, prendeva in giro le giovinette che lui considerava ingenue e un poco comiche nelle loro pretese. Ma lo faceva senza disprezzo, divertendosi a metterle in berlina… Moravia devo dire che era indifferente ma, stando con me, ha avuto la lealtà di pensarci seriamente e, alla fine, si era convinto delle richieste che venivano fatte e le appoggiava con convinzione.

     

    Cosa pensa del modo di essere femministe delle donne contemporanee?

     

    Il femminismo come ideologia e utopia storica non esiste più. Non a caso le ragazze di oggi non vi si riconoscono. Odiano la parola femminista. Esiste un nuovo modo di battersi per i diritti, che forse è più elitario, meno organizzato, meno ideologico, ma non meno sentito. Le giovani di oggi tengono molto alle loro libertà e non pensano minimamente di rinunciarvi. Ma la cultura della globalizzazione che corre in fretta e scoraggia la memoria, spesso non aiuta a capire da cosa e come sia nato il femminismo e come abbia fatto a cambiare tutte le leggi più retrograde in un paese immobilista e a fondo cattolico tradizionalista come il nostro. Il diritto di famiglia, la legge sul divorzio e l’aborto, la legge sulla violenza, la parità sul lavoro, l’apertura a tutte le professioni, la legge sul delitto d’onore, sono state tutte conquista del femminismo, la sola rivoluzione pacifica vincente.

     

    Qual era la qualità migliore di Alberto Moravia e come condividevate le vostre vocazioni artistiche?

     

    L’arte è fatta di stile e lo stile è fortemente individuale. Ciascuno ha il suo stile. Si possono insegnare tante cose, come la onestà sul lavoro, come l’approfondimento dei temi a te più cari, l’impegno civile, ma non si può influire sullo stile che riguarda l’interiorità di una persona. E ogni persona è diversa. Devo dire che Alberto aveva il massimo rispetto per l’autonomia femminile, forse anche educato dagli anni di convivenza con Elsa Morante che in fatto di autonomia era severissima.

     

    Il suo nuovo libro, edito da Solferino, ha un titolo di estrema rilevanza e di enorme attualità che noi della redazione de Le città delle donne ci sentiamo di condividere: “La scuola ci salverà”. Il suo impegno nel dialogo con gli studenti è sempre stato forte, ci racconta la sua esperienza con i giovani e cosa pensa che dovrebbe essere migliorato per valorizzarli nelle loro individuali potenzialità?

     

    La scuola è molto cambiata. Il ‘68 l’ha migliorata, ma ha anche pericolosamente avvalorato un principio di individualismo ai limiti dell’anarchia e questo ha nociuto alla scuola. Per fortuna gli insegnanti sono diventati più impegnati e più dialettici nei loro rapporti con gli studenti. Direi comunque che questo è il momento più critico dei rapporti fra la comunità e istituzioni che vengono brutalmente sconsacrate e denigrate. Non solo la scuola, ma la magistratura, lo Stato, la chiesa, il governo, le amministrazioni pubbliche. A furia di buttare fango si sta sfasciando ogni figura di rappresentanza e questo è pericolosissimo. La storia ci insegna che da crisi come queste sono sempre venute fuori le dittature. La borghesia, grande e piccola, impaurita e confusa, alla fine cerca l’uomo forte e da lì si passa al totalitarismo, un vero disastro per il futuro. Va bene criticare, ma non bisogna continuare a denigrare le istituzioni. Bisogna semmai essere più severi con chi sbaglia, dare condanne più dure contro chi imbroglia e truffa, ma senza mettere in discussione le istituzioni.

     

    È d’accordo sul fatto che i programmi di studio dovrebbero contenere e approfondire un maggior numero di letterate donne che vale assolutamente la pena di conoscere?

     

    Certo. Ma una lunga storia patriarcale ha sempre volutamente cacciato nel dimenticatoio le donne artiste, le donne filosofe, le donne scrittrici. Basta guardare le antologie per le scuole: per trenta uomini, a stento si vede un nome di donna.

     

    Quanto incide, secondo lei, il linguaggio parlato e scritto (nonché quello non verbale ma ugualmente infiltrante) sulla condizione della donna nella società contemporanea?

     

    Il linguaggio è profondamente misogino. Basta considerare che il maschile esprime l’universale e il femminile il particolare. Si dice l’Uomo per dire l’essere umano e si comprende anche la donna. Se dico donna invece parlo solo del genere femminile. Ma anche nei mestieri. Per i mestieri umili esiste il femminile: serva, segretaria, infermiera, scopina, balia, cameriera, ecc., mentre per le professioni più importanti esiste solo il maschile: architetto, chirurgo, ingegnere, genio, ecc.

     

     

    Gisella Blanco

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