Da bambina scrivevo lettere. Era il mio modo di comunicare con le persone lontane, ma spesso anche con quelle vicine: le mie migliori amiche, mio padre, me stessa. Prima di imparare a scrivere, però, ho cominciato a leggere.
Tutta colpa di mia nonna, maestra elementare con la fissazione di scolarizzare figli e nipoti prima dell’ingresso alle elementari. Nonna maestra, che mi portava con sé in classe quando i miei genitori non volevano o non potevano mandarmi all’asilo: seduta al primo banco, ricopiavo i compiti dalla lavagna e mi mettevo al pari di bambini più grandi di me, di terza, di quarta, di quinta.
Dev’essere lì che ho allenato la grafia, ma la lettura quella no, non era parte dei compiti, era il mio regno di libertà, il pomeriggio, sola a casa, mentre aspettavo che mia madre tornasse da lavoro e riempivo tempi lunghissimi con i personaggi delle mie storie preferite.
La lettura per me non è mai stata un obbligo, ma un piacere, un desiderio, un’esigenza.
A volte avrei voluto nascondermi per non mostrare questo piacere, per tenerlo tutto per me. Ero molto gelosa delle mie letture e consapevole che buona parte delle mie amiche non avrebbe capito cosa tenevo dentro. Ho trascorso moltissimi momenti di socialità e di divertimento, ma il mio mondo reale era la solitudine affollata di quelle pagine, e così è andata avanti per tutta l’adolescenza.
Leggevo Natalia Ginzburg e immaginavo lunghe conversazioni con lei, cercando di raccontarle la mia famiglia: la trovavo così simile e così diversa, ma sapevo che lei avrebbe capito.
Quando ho letto La Storia vivevo a Messina e ho sognato il quartiere Testaccio, come da bambina avevo sognato razzie e file di deportati dopo aver letto il Diario di Anna Frank, perché solo ciò che leggevo era reale. Reale come gli incubi e come i fantasmi.
Sono diventata femminista leggendo Simone de Beauvoir e Alba de Céspedes, immedesimandomi nella Valeria del Quaderno proibito e desiderando di cambiare il finale dei “Mandarini”, ho scoperto di non essere sola nella preadolescenza con le ragazzine di Bianca Pitzorno e nella follia con Shirley Jackson. Margaret Atwood, letta di nascosto rubando “Il racconto dell’ancella” a mia zia che dormiva, mi ha mostrato che il corpo delle donne poteva essere usato come un contenitore, una cosa funzionale al sistema e alla riproduzione.
Sono debitrice a ogni donna che ho letto, perché ogni scrittrice che ha sfondato un tetto di cristallo ha fatto qualcosa per me.
Da qualche tempo ho ricominciato a scrivere lettere. Tengo un quaderno in cui ogni pagina è dedicata a una scrittrice contemporanea o del passato e in ogni pagina scrivo perché la ringrazio, cosa ho imparato da lei.
Ho l’impressione che sia l’unica strada per sottrarci a un sistema che ci vorrebbe rivali, di certo serve a me per rasserenarmi il cuore e dirmi che, a dispetto di tutto, una piccola strada di sorellanza è possibile.
Nadia Terranova*
Foto presa dal sito nadiaterranova.net
Nadia Terranova © Vito Maria Grattacaso
* Nadia Terranova (Messina, 1978) vive a Roma. Per Einaudi Stile Libero ha scritto i romanzi Gli anni al contrario (2015, vincitore di numerosi premi tra cui il Bagutta Opera Prima, il Brancati e l’americano The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018, finalista al Premio Strega, e 2021). Ha scritto anche diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo 2012), Casca il mondo (Mondadori 2016) e Omero è stato qui (Bompiani 2019). È tradotta in tutto il mondo. Collabora con «la Repubblica» e altre testate.



