giovedì, Dicembre 11, 2025
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    Tre metri sotto gli inferi. Orfeo ed Euridice una storia contemporanea

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    Dal film di Jean Cocteau ai versi di Rainer Maria Rilke fino ad arrivare alla scelta di affrontare il tema dell’ eutanasia di Cesar Brie. È  indiscutibile che dal Novecento forte è stata l’influenza del mito greco di Orfeo ed Euridice: poeti, compositori, drammaturghi, registi hanno scelto o si sono fatti ispirare dalla vicenda del cantore tracio e della sua amata. La vera rivoluzione è stata non considerare più la fine della storia come frutto di un destino avverso o di un errore ma di una matura e precisa volontà ora di Orfeo ora di Euridice, approfondendo i temi di Amore e Morte, del vivere il dolore, della libertà individuale. Orfeo non è più un eroe romantico che scende a patti con un mondo superiore, ma viene riportato alla sua natura umana.

     

    L’Orfeo di Cesare Pavese, infatti, racconta in prima persona della sua discesa agli Inferi e del suo ripensamento sul riportare sulla terra Euridice e spiega che non si è voltato per errore né per follia, ma perché la perdita di Euridice è una delle tappe che egli deve compiere per trovare sé stesso.

    Le ambientazioni cambiano come cambiano i nomi dei personaggi:

    è l’operazione che compie Dino Buzzati in’ Poema a fumetti’ (1969), i cui protagonisti sono il cantautore Orfi e la sua amata Eura che una sera scompare nella porticina di una villa del centro di Milano.

    O Salman Rushdie in’ La terra sotto i suoi piedi’ (1999) che opera una rilettura in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice raccontando la storia di Ormus e Vina, due rockstar degli anni Ottanta.

    E poi ancora Claudio Magris nel racconto ‘Lei dunque capirà’ (2006) ambienta la vicenda in una casa di riposo.

     

    Cesar Brie, drammaturgo e regista, vero poeta del teatro contemporaneo nel suo Orfeo ed Euridice messo in scena nel 2015, trasforma la storia nella metafora dell’eutanasia, con delicatezza, rispetto, potenza.

    “Era l’estate del 1993”.

    Su un palco spoglio, solo una coppia: Giacomo e Giulia. Un incidente d’auto e Giulia è in coma irreversibile.

    La coppia, leggera, innamorata, a tratti comica si trova separata dopo l’incidente da una membrana, quella che divide la vita dalla morte. Membrana elastica, torbida.

    Quella che fa decidere a Giacomo di mantenere Giulia in vita. Anno dopo anno. L’ Ade è l’accanimento terapeutico: «Lasciarla andare significa ucciderla o è il gesto più puro, l’amore che si afferma nella perdita?» sono interrogativi di Giacomo (ma lo sarebbero di chiunque) per ritardare giorno dopo giorno la decisione ultima. “Lasciami andare” urla invece la mente di Giulia, pregando sempre più forte con ritmo perfetto come un respiratore polmonare.

    Il traghettatore della storia è un Caronte (interpretato dallo stesso attore che dà voce e corpo a Giacomo) goliardico e comico dalla parlata sicula affabulatoria con tradizionale cappello, occhiali scuri e stuzzicadenti in bocca. Rivendica il suo diritto a lavorare come ai vecchi tempi prima dell’avvento delle case farmaceutiche e dell’ accanimento terapeutico che inevitabilmente gli hanno sottratto i “clienti”.

    Giacomo, devoto, assiste il corpo inerme di Giulia nelle cure di routine, nel parlarle, nel mostrarle un domani, nel ricordarle i loro momenti più belli, nel farle indossare un rossetto. Il catino per le abluzioni diventa lo scandire degli anni che passano: i capelli sempre più bianchi di lei, ma anche di Giacomo. Come se lavarsi, invece che sottrarre, aggiungesse anni ma anche pena.

    La solitudine di Giacomo diventa disperazione. Giacomo catturato anche lui nella tela ordita dai medici e dal legislatore fatta di tubi, sondini e monitor. Costretto a rimanere per amore. Giulia costretta a rimanere da Giacomo. Una scelta fatta perché non ha considerato più la sua amata nella realtà ma ha continuato a vivere dentro le sue proiezioni, i suoi ricordi, le sue emozioni. Un cammino sempre più faticoso che separa condivisioni, voci e abbracci e che deve essere posto in discussione per sigillare definitivamente un Amore eterno. E dargli dignità.

    “Adesso può andare” dice Giacomo mentre Giulia implora “Lasciatemi sola, nuda, degna”

    È tempo quindi che Giacomo e Orfeo si voltino e distolgano lo sguardo da Giulia ed Euridice. Ora possono respirare. Liberi. Tutti.

     

     

    “…Ecco i crudeli fati mi richiamano indietro e il sonno mi chiude gli occhi vacillanti. Ora addio. Vado circondata da un’immensa notte, tendendo a te, ahi non più tua, le deboli mani”.

    Virgilio

     

     

    Luana Filosini

     

    La foto ritrae lo spettacolo Orfeo di César Brie

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