giovedì, Dicembre 11, 2025
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    Le matrici della natura. Tredici quesiti su letteratura e realtà, Maurizio Clementi (Mimesis)

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    I design to speak of the Physical, Metaphysical and Mathematical –

    of the Material and Spiritual Universe: –

    of its Essence, its Origin, its Creation, its Present Condition and its Destiny.

    I shall be so rash, moreover, as to challenge the conclusions,

    and thus, in effect, to question the sagacity,

    of many of the greatest and most justly reverenced of men.

    (Edgar Allan Poe, Eureka: a prose poem,  I, 1848)

     

    Verum scire est scire per causas. Alla vera conoscenza della realtà – naturale, umana – si arriva attraverso l’osservazione delle sue cause: è questo l’invito fondamentale ed esaltante che Le matrici della natura ci rivolge.

    ”Le matrici della natura. Tredici quesiti su letteratura e realtà, Maurizio Clementi,( Mimesis, 2021), lo strumento che ci porge è la letteratura – si tratta di un «libro di letteratura sulla letteratura», come il suo stesso autore, Maurizio Clementi, lo definisce – intesa non come studio formale o come squisita ossessione per pochi, ma come vero e proprio dispositivo di conoscenza.

    La letteratura strumento

    Non solo la letteratura è strumento ma è anche l’ambiente da cui si ricavano i dati da analizzare nel laboratorio del critico. E l’ambiente è il testo, sono i testi, selezionati dai classici della tradizione occidentale, opere rappresentative del loro tempo ma anche capaci «di intrecciare un dialogo con le opere di tutti i tempi».

    Da Omero a Camus

    Così partiamo dalle origini, con Omero, e procediamo lungo un percorso che ci porta, seguendo l’ordine di apparizione nelle pagine del libro, attraverso Dickens, Cervantes, Dante, Shakespeare, Leopardi, Petrarca, a Baudelaire, Stendhal, Tolstoj, Primo Levi, Philip Roth, Camus. Sono tutti autori classici, nel senso che abbiamo indicato, ma sono anche autori che non hanno mai derogato alla fede nella realtà, nel dato positivo, esterna al soggetto, non illusorio, esplorabile, da esplorare, senza bisogno di inventare meta-mondi dello spirito, da plasmare a misura della propria soggettività.

    Clementi, certo, ci offre solo una selezione di autori che rispondono a questo profilo, proponendosi altri «libri di letteratura sulla letteratura» per proseguire a interrogarsi e interrogarci sulle matrici della natura e della nostra umanità, in esse compresa. Quello che è certo, dichiara espressamente, è che restano fuori dal suo laboratorio coloro che non hanno creduto nella realtà, i cultori della metafisica di ogni tempo e dell’Idea, in qualunque modo essa venga declinata; in una parola, «gli irrealisti».

    I tredici quesiti

    Non è poi la cronologia, né il genere, né altri criteri formali a generare la sequenza dei tredici quesiti ma la meccanica ondulatoria di temi che emanano direttamente dai testi, dando vita a un percorso punteggiato di affascinanti suggestioni nella storia dell’idee e della mentalità occidentale. Un dato, un dettaglio minuto, un personaggio secondario vengono isolati dall’occhio del critico, che è prima di tutto lettore-sperimentatore, in un dialogo fitto e personalissimo con i testi, come se li scoprisse per la prima volta, con quella meraviglia spregiudicata che è la scintilla del pensiero critico, autenticamente filosofico, cioè innamorato del sapere.

    E con il critico che legge e si fa domande, sperimentando coi dati testuali, passandoli al vaglio della realtà che il testo intende illustrare e comprendere, la lettrice e il lettore si meravigliano e si fanno a loro volta domande, cercando di procedere dal particolare dell’effetto osservato all’universale della sua causa, di formulare le loro ipotesi secondo verosimiglianza, per tentativi, senza pretese di verità assoluta. Con queste modalità, l’autore ci accompagna, pagina dopo pagina, verso significati non comuni, conclusioni inattese e sempre aperte, facendo reagire il dettaglio analizzato con altri dettagli dello stesso testo, di altri testi, reagenti del suo esperimento.

    «il testo è tutto il nostro bene»

    Pur prescindendo da ogni sistema precostituito, da ogni aprioristico vincolo teorico, sentito come pericolosa camicia di forza da stringere intorno al corpo vivo e mobilissimo dei testi, Le matrici della natura rinvia a una sua pratica cassetta degli attrezzi, se così possiamo dire, ricordandoci, da un lato che «il testo è tutto il nostro bene», come afferma Cesare Segre.

    «discorso di conoscenza»

    Dall’altro, che la letteratura autenticamente moderna aspira al superamento di ogni astrazione per innescare un «discorso di conoscenza». A questo scopo il  dialogo con le altre discipline, in particolare con le discipline non umanistiche, le cosiddette sciences dures, si impone. Ma il dialogo, per essere tale, deve avvenire nei due sensi, ci ricorda l’autore, in un botta e risposta insieme umile e senza pregiudizi, che renda veramente possibile una conoscenza aggiornata e fruttuosa, non avvilita nei monologhi degli specialismi.

    E qui sta un altro pregio del libro di Maurizio Clementi: la sua insistenza sulla necessità di evitare il trinceramento dei saperi nella claustrofilia, rassicurante ma mortifera, degli ambiti del sapere visti come compartimenti stagni, templi per iniziati.

    Il mito scientista

    Inoltre, con i suoi interrogativi e la creatività dei suoi dubbi, l’autore mina discretamente ma sicuramente il mito scientista, fondato essenzialmente su un equivoco, che attribuisce alla scienza la missione (e il potere) di squadernare la verità e offrire al genere umano il dominio assoluto sulle cose e sull’essere. Al contrario, la scienza vale nella misura in cui riconosce i propri limiti. Il suo valore progressivo non consiste nel potenziamento del genere umano, bensì nel soddisfacimento del bisogno di sapere come fine, esattamente come la letteratura autenticamente moderna.

    «la scienza in ciò è benefica, in cui si proclama fallita

    E il discorso del libro riprende le fila di un pensiero critico e di un’idea di letteratura che si delinea, nei grandi precursori della modernità, alle soglie del Novecento. Non è un caso se il poeta che anticipa, gettando le sue fondamenta, la poesia italiana moderna, Giovanni Pascoli, scriva, nel 1899, che «la scienza in ciò è benefica, in cui si proclama fallita. Essa ha confermata la sanzione della morte. Ha risuggellate le tombe. Ha trovato, credo, che non si può libare il nettare della vita con Giove in cielo».

    ”L’assoluto è un’espressione limite”

    Qualche anno dopo, nel suo discorso di apertura dell’anno accademico 1907-1908 all’Università di Bologna, il matematico livornese Federigo Enriques, collega di Pascoli, conferma questa visione problematizzata ed emancipatrice del sapere, finendo col negare provocatoriamente alla scienza le sue granitiche certezze: «L’assoluto è un’espressione limite, vuota di senso cui deve contrapporsi il progresso indefinito delle relazioni approssimate […]

    Cosa fa lo scienziato quando intende a rappresentare la realtà con una legge semplificata?

    Egli si dilunga dal Vero costruendo delle convenzioni arbitrarie […]; i risultati scientifici potranno tutt’al più fornire una tecnica utilitaria, una regola d’azione alla vita ma non rispondere in alcun modo al desiderio di sapere che sollecita lo spirito nostro». E chiama in suo aiuto niente meno che i poeti. Rivolgendosi ai giovani che lo ascoltano, auspicando che possano accedere, attraverso il sapere, qualunque sia disciplina a cui consacrino i loro sforzi, a una visione collaborativa e armoniosa di tutti i saperi moderni, afferma di non essere capace a comunicare loro la «visione» dei dati, delle matrici della natura: «codesta visione vorrei fermare dinnanzi agli occhi vostri e animi; senonché al poeta soltanto è dato scolpire le figure indistinte […] in un’immagine precisa, ed animarne gli spiriti ».

    Idealmente Pascoli ha già risposto a tale richiesta di cooperazione, esortando la letteratura moderna a uscire dalle vaghezze di sogni e ossessioni e dalla retorica inautentica per determinare i suoi strumenti al vaglio della scienza e fare di essa e dei suoi insegnamenti un «discorso di conoscenza»: «che il poeta è quello e la poesia è ciò che DELLA SCIENZA FA COSCIENZA». Da queste basi illustri e coraggiose procedono gli interrogativi e gli esperimenti delle Matrici della natura, ed è un bene.

    Alla luce di queste ultime considerazioni, possiamo affermare che il libro di Maurizio Clementi ci pone anche quest’ultima ulteriore domanda:

    ha senso ancora oggi parlare di scienze umane come opposte a scienza e tecnologia?

    La risposta mi pare sia no (e non potremmo essere più d’accordo). D’altra parte, come dichiara e ci dimostra nel suo libro appassionato e coraggioso, l’umanesimo non è altro che un approccio al reale, non immediatamente e solo fondato sul numero e sul dato, ma anche sulla creatività della parola, che permette di fare di numeri e dati conoscenza, coscienza ed esperienza estetica.

     

    Francesca Sensini*

     

    • Francesca Sensini è professoressa associata in Italianistica presso l’Université Côte d’Azur di Nizza. Classicista di formazione, dedica prevalentemente le sue ricerche alla letteratura italiana tra Otto e Novecento, agli studi della ricezione classica e agli studi di genere in ambito letterario. Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo Pascoli maledetto, il Nuovo Melangolo, 2020 e La lingua degli dei. L’amore per il greco antico e moderno, ivi 2021. Ha curato la ristampa dei libri di Marise Ferro La guerra è stupida, Gammarò 2020 e Le romantiche, SuccedeoggiLibri 2021

     

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