giovedì, Dicembre 11, 2025
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    ”Brutta”, Giulia Blasi, (Rizzoli). Sappiamo essere brutte?

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    L’infrazione del modello del “bello e buono”: sappiamo essere brutte?

    Tutto sembra iniziare con un discorso pronunciato da Giulia Blasi, durante una contromanifestazione femminista, il 18 settembre 2020 in piazza Bra a Verona. Il discorso iniziava proprio con “Brutta. Storia di un corpo come tanti”, il titolo che avrebbe avuto il libro edito da Rizzoli nel 2021.

    A ben vedere, però, la narrazione del corpo della donna inizia molto prima. Comincia dalla nascita di ogni bambina, riguarda ogni parte della sua fisicità e inerisce all’idea della forma fisica eteroimposta da una società che volge ad essa il suo sguardo anche quando è indesiderato.

    I nomi delle brutte

    “La donna brutta ha più nomi di Dio” o del diavolo o di qualsiasi altra credenza che voglia essere inculcata e voglia perforare dall’interno la coscienza di chi, suo malgrado, la subisce. Eppure manca un equivalente maschile ad ogni epiteto offensivo e manipolatorio rivolto alla donna non conforme ai desideri degli uomini.

    Essere bella è opportuno? È necessario?

    È una missione esistenziale valida sin dalla nascita per la quale, se non c’è una naturale inclinazione, si può sopperire con l’utilizzo accorto di “abiti per valorizzare la forma del corpo, perché il corpo di una donna non ha valore che non sia quello attribuito dall’estetica”.

    Il capitalismo dell’avvenenza

    Con una vena ironica parecchio tagliente, l’autrice tratta di quel “capitale sessuale” che sancisce l’affermazione, il successo, la credibilità, perfino il potere di una donna nella società in cui vive.

    “Il Figometro è tarato sui maschi”, forse gli stessi che creano appellativi femminili che non si possono rivolgere anche a loro, a meno di non risultare esercizi di stonature lessicali poco credibili e frutto di mancati soddisfacimenti sessuali. D’altronde la bruttezza trova la sua misura nell’indesiderabilità fisica di una donna che si trascina dietro la solitudine e la sensazione di essere perennemente fuori luogo, quando il luogo da cui è fuori è il proprio corpo, almeno così come lo percepisce.

    Brutta si può dire?

    “Brutta è l’ultimo tabù”, l’ultima parola indicibile che mai una donna oserebbe autoriferirsi, nemmeno in un clima di goliardia e campanilismo come quello che spesso si ricrea in situazioni in cui le donne esercitano (a pieno titolo) la loro naturale emancipazione culturale e sociale.

    La storia dell’autrice viene proposta, sin dall’inizio, nella forma del ricordo diretto o come narrazione altrui di fatti che, poi, sono diventati ricordi. Dal ricordo deriva l’impressione permanente di se stessa e della sua fisicità. La sua storia può essere la storia di tutte, non particolarmente traumatica e non particolarmente soddisfacente e, cioè, quella vissuta in un corpo comune che si convince della propria infondata inadeguatezza:

    Le bambine sono composti chimici mutevoli, il risultato di mille stimoli contrastanti, una lotta fra gli imperativi categorici della femminilità e il suggerimento costante della superiorità insita nell’essere maschi”.

    Maschi contro femmine e femmine contro femmine. La regola del più bello

    La rivalità spietata tra femmine, però, non è meno devastante delle disattenzioni maschili. Entrambe le cose, infatti, stabiliscono in modo autoritativo, benché indebito, il rapporto di una giovanissima donna con il proprio contenitore di carne. Brutta è per sempre. Anche troia è per sempre, ma un po’ meno di brutta, un per sempre relativo e, in qualche modo, sensibile di espiazione.

    Il frutto della bruttezza

    “Tu che frutto sei?” è la domanda che dovrebbe porsi ogni donna che ambisce a definire la sua forma ma dimentica (o tralascia) che ad ogni dicitura vegetale corrisponde la sua indesiderata commestibilità: pera, fragola, melone, pesca e vari altri improbabili accostamenti sono entrati nel linguaggio comune per definire parti o forme di donna quando, di accettabile, non hanno proprio alcunché.

    Chi non è abituata, poi, a quotidiane misurazioni delle zone più critiche del proprio corpo? L’habitual body monitoring è una pratica severa e mortificante che entra a far parte della routine e si insinua nella mente come una fissazione ma viene percepita come un comportamento normale. Normale: continua a ricorrere impropriamente questo termine insidioso quando confondente. E se la vera – inaccettabile – normalità fosse la vergogna?

     

    Il femminismo di tutti

    Ecco giungere a una delle ideologie più spaventose e contrastate della contemporaneità: il femminismo: “Il mito della donna che è femminista perché brutta, perché se fosse bella troverebbe da scopare facile e quindi non sarebbe rancorosa con i maschi, è correlato al più ampio mito del cosiddetto Cazzo Magico, che possiederebbe il potere miracoloso di annullare ogni ingiustizia, ogni discriminazione e ogni problema di autostima”. Per fortuna c’è chi ritiene che il femminismo riguardi tutte le donne, al di là del loro aspetto, perché è politica e civiltà, e riguarda perfino gli uomini. Forse il mito della bacchetta magica è diventato obsoleto?

    Trasformazioni

    Uno dei cliché più abusati e più pericolosi è quello di credere che volersi bene coincida con il sentirsi belle. Forse i tempi sono maturi per una reale e sincera rivoluzione del linguaggio attraverso cui, definendoci, ci percepiamo (e insegniamo agli altri come percepirci).

    Ma noi siamo pronte a vederci diverse e, cioè, come realmente siamo?

     

    Gisella Blanco

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