giovedì, Dicembre 11, 2025
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    Guardaroba, Jane Sautière, (La Nuova Frontiera). Apologia del vestiario

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    Mai avrei pensato di imbattermi in un’apologia del vestiario, un cantico delle creature abbracciate ai loro abiti. Perché Guardaroba, Jane Sautière, (La Nuova Frontiera editore, traduzione di Silvia Turato),  è proprio questo: una leggiadra esposizione aneddotica sul significato dell’indumento in relazione al corpo femminile che lo indossa, il ricordo nostalgico del tempo perduto (o di quello ritrovato?) declinato nel gesto di sottrarre da un baule o da un vecchio armadio un tessuto carico di storie e tradizioni. Eppure, avrei dovuto probabilmente aspettarmelo perché l’autrice, Jane Sautière, ha già dato prova della sua penna, del suo modo di invertire la prospettiva dando alla narrazione una traiettoria differente dal solito e liberando gli oggetti narrati dalla loro, spesso uniformante, indistinzione.

    «La nudità non è la verità. Ne è insieme l’inquietudine, l’attesa, la cura e l’appello. Forse anche lo svestimento: tolta la veste, occorre comprendere che tutto resta da scoprire»

    Lo scriveva Jean Luc Nancy oltre trent’anni fa. E ancora prima di lui, Oscar Wilde cercava di ricondurre quel tutto a un concetto di libertà fuori dal tempo e dallo spazio, in perenne tensione con l’essenza stessa dell’esistenza.

    Habitus, habēre. Ricorda Sautière

    Indossare qualcosa sul proprio un corpo, vestirlo per proteggerlo, per attribuirgli un significato, per imbrigliarlo servendosi degli stereotipi femminili e maschili oppure sperimentando nuovi modi di vestire.

    Assisto all’apertura di «questo guardaroba su un tempo gettato alla rinfusa, ieri o oggi». E così l’autrice mi accompagna tra i negozietti di Barbès: tra questi un loculo minuscolo gestito da un’africana che vende tipiche tuniche bou bou.

    Per le strade di Lione, Sautière scopre una boutique dove le due ragazze sono anche sarte imprenditrici e distributrici di capi da loro disegnati. Pezzi unici. Seguo Sautière, nei suoi ricordi di gioventù a Phnom Penn dove, durante un bagno in acqua, il sampot si incolla alla pelle.

    È adolescente e si vergognerà di aver mostrato, lungo la strada per casa, le sue curve ai pescatori di passaggio. In Cambogia si faceva fare le scarpe da un calzolaio ma poi l’afa strozzava le sue passeggiate obbligandola a camminare scalza, il piede nudo a contatto con la terra arsa dalla calura.

    Tornata a Parigi avrebbe faticato a indossare le scarpe. E non solo quelle. Non riusciva a coprire il corpo con cappotti adeguati, sciarpe o cappelli. C’è voluto del tempo prima che gli abiti l’aiutassero a «tornare al mondo».

    Ed ecco che scopre e vive Parigi

    Maglioni di lana pesante, cardigan infeltriti, golfini e dolcevita, un abito di pelle color marron glacé, un vestito in crêpe de chine rosso, aderente a maniche lunghe. E poi ancora una blusa in crêpe de soie color écru, una gonna-pantalone, dei fuseaux aderenti, una gonna di mussola, una tunica di lamé. Ogni capo racconta qualcosa del suo passato, della donna che lo ha indossato e che ora non c’è più o che non può più portare quell’abito.

    Jane Sautière traccia la storia delle sue epoche attraverso le mode che ha vissuto: da Teheran, città dove è nata, rimembrando la madre e le donne che la circondavano e con loro il profumo di acqua di rose, i capelli cotonati, le sopracciglia rasate e ridisegnate, la tunica indiana, le spalline imbottite e l’abito da principessa, si passa alla Cambogia, il fiume Mekong, la terra brulla, la nudità dei corpi, i tessuti leggeri, per giungere a Parigi, cosmopolita metropoli nella quale si è abituata nuovamente a indossare abiti, a sceglierli, a vestire il corpo.

    Indossare un vestito, diventare soggetti liberi di dare al proprio corpo una forma e quindi un significato o, come affermava Foucault, di ricercare un’etica dell’esistenza che sia alla base stessa di quella libertà ambita.

     

    Sara Durantini

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