Caro amore invisibile,
non so come scrivere questa lettera senza ferirmi. Ci hanno insegnato la mitologia della violenza, io stessa ci ho creduto. Ci hanno mandato qui inermi, nella vita, a perpetrare l’inganno, a volgere lo sguardo ai padroni. Ero appena una bambina quando mi accadde, l’ho raccontato molte volte, e non so mai quale sia la versione non contraffatta, perché ho rimosso molte cose, le ho forse annientate. Ricordo solo di aver avuto dodici anni, di essere stata un’adolescente strana e taciturna, e di aver desiderato una rivolta. Ero lo zimbello della classe, brutta e goffa, manifestavo il mio disagio nel mutismo, in conversioni epilettiche. Non era ancora accaduto nulla.
Mi sembrava il riscatto
Quel tale, in vacanza, mi parve una salvezza perché mi vedeva bella, apprezzava il mio silenzio, i miei jeans strappati. Mi consegnai volontariamente, e volutamente acconsentii a farmi toccare, anche se tornando a casa vomitavo. Fin qui è divertente come una storia adolescenziale, ma nel mio caso non fu l’inseguimento, né il ricatto, ma l’abbandono a mietere orrori. Era in fondo stato il mio primo bacio, credevo dovesse assumere una qualche importanza; non volevo rinunciare a raccontarmi una storia a lieto fine. Gli scrissi per un anno stupide e disperate lettere, come quella che sto scrivendo a te. Ora che ci penso, tu potresti essere lui. Non rispose. Mai. Una volta ci sentimmo al telefono, e poi non rispose più neanche lì.
Credevo solo di essere tornata al punto di partenza: la nullità assegnatami dai compagni di classe.
Disturbo borderline
Ero una bambina difficile, avevo una qualche forma di scompenso, che più in là gli psichiatri avrebbero definito disturbo borderline, che significa confine, e il confine era tra nevrosi e psicosi. Ero un caso abbastanza classico, odiavo le donne, ero ferma allo stadio dello specchio. Nello specchio l’altra me possedeva la perfezione di cui mi sentivo priva. Avevo voglia di modificare violentemente il mio corpo, per lo più lo facevo non mangiando e tagliandomi l’addome – la pelle con le forbici, con un coltello – nel folle tentativo di modellarlo. Volevo tornare a piacergli, anche se non sapevo chi fosse: oltre quel toccare, i baci adolescenziali, le mani afferrate dalle sue, e portate dove voleva, non ci eravamo scambiati neanche una parola.
La violenza
L’anno dopo, la violenza fu totale; non la racconterò, l’ho già fatto troppe volte. Persi la verginità senza dolcezza, senza trovare una sintesi tra sessualità e amore, senza sapere poi per lungo tempo cosa significasse provare un reale godimento. Era una recita, era tutta una recita. Piacere agli uomini era il contrappeso del mio innominabile dolore, il grimaldello dell’essere viva, del vivere nel puro ideale di me, senza mai fare i conti con l’Aldiquà dello specchio. Sarebbe stata una catena mortale di soprusi, violenze e abbandoni. Una psicoanalista mi disse questa precisa frase: Ma tu credi di essere una puttana? So che con questa lettera non diventerò ricercatrice universitaria, non mi farò amare dagli intellettuali, e non sarò stimata dagli editori, né dai critici. So che con le mie rivelazioni ho bruciato tutto. Ma ormai, l’ho fatto. Ho iniziato molto presto. Non cercavo lo scandalo ma la verità indicibile, le sillabe dell’urlo.
Mio caro amore sconosciuto, sulla violenza posso dire di essermela inflitta, di aver rifiutato l’amore per inseguire fantasmi, di aver vissuto sotto l’egida dell’invidia e del possesso ogni genere di relazione. E di essere rimasta sola.
La violenza è l’eterno ritorno dell’identifico, questa coazione a ripetere in cui di volta in volta cercavo di fregare il carnefice, lasciandolo sempre invece banchettare sulle mie ceneri.
Ero morta ancor prima di sperimentare la restituzione della vita, non pensavo che al suicidio. Non ho incolpato quel ragazzo; fu solo il primo di una filza di torturatori, ma la tortura l’avevo scelta io stessa mettendo sulla bilancia la brutalità del sesso e l’orrore dell’esser compatita, insultata in quanto brutta, matta, imbarazzante. Non avevo ancora compreso… erano la stessa cosa.
Come è potuto accadere che tutto questo mi si rovesciasse addosso?
Credo di essere stata responsabile del male che ho subito, di non aver appreso altro linguaggio. Ho avuto solo la possibilità di dirlo, e di dirlo per trasformarlo. Sono capace oggi di fuggire, meno capace di fidarmi. Vorrei stringermi in un abbraccio di sacra rabbia e lotta con tutte le donne del mondo, ma la mia rabbia è solipsismo, e non sa farsi scudo con gli altri pronuba di fiducia. Questi tentativi di mettere la testa fuori dal guscio traboccano della sofferenza del rifiuto, del riecheggiare di quella parola: inutile.
Allora, preferivo essere una puttana che essere inutile. Continuo a trovarmi sempre più in profondità nel margine, a calarmici dentro. Gli effetti di quel moraviano sacrificio della verginità per l’iniziazione al mondo adulto sono ancora qui. Non sono spariti, si sono moltiplicati. Vivo murata nella mia mente in attesa che qualcuno venga a salvarmi, ma non verrà mai nessuno, questo l’ho compreso. Verranno solo a dirmi poverina, non torturarci con le tue menate, fai le tue cose, i tuoi esercizi di meditazione, le tue confabulazioni letterarie, nel frattempo il mondo va avanti, e da un’altra parte, sicuramente lontano da te, dal tuo dolore. Poverina.
E non era questo che volevo: questo compiangermi.
Volevo una rivolta, una riemersione profonda, la grande rivincita. E la cerco ancora, ma con meno convinzione, con meno veemenza. Ho rinunciato all’ideale e alla perfezione, e ho accettato la vita, nel suo torpore, nel suo essere fogna, con l’auspicio di non venire trafitta ogni volta che tendo una mano. La tenderò comunque, non so fare altrimenti. Bene o male ho già vinto, non sono diventata un’assassina.
Ilaria Palomba*
*Ilaria Palomba. Scrittrice, saggista e poetessa pugliese. Tra le sue opere Fatti male (Gaffi, 2012: tradotto in tedesco), Homo homini virus (Meridiano Zero, 2015: premio Carver), Disturbi di luminosità (Gaffi, 2018), Brama (Giulio Perrone Editore, 2020), Città metafisiche (Ensemble, 2020), Microcosmi (Ensemble, 2022). ”Vuoto” per Les Flaneurs edizioni è il suo ultimo romanzo. Alcuni suoi racconti sono tradotti in inglese, francese e tedesco.



