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    Le Vite eccentriche di Alan Turing e Ludwig Wittgenstein tra linguaggi, giochi e mele avvelenate

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    Le Vite eccentriche di Alan Turing e Ludwig Wittgenstein tra linguaggi, giochi e mele avvelenate

     

    Ciò che rende perplessi è che di solito una contraddizione

    si usa come criterio per dimostrare

    che si è fatto qualcosa di sbagliato.

    Ma in questo caso non si può trovare nessuno sbaglio

    In quel che si è fatto

    Alan Turing vs Ludwig Wittgenstein, 1939

     

    Queerness

    Confrontare Alan Turing e Ludwig Wittgensteinpuò essere un esercizio interessante sotto diversi punti di vista. Contemporanei, si incontrarono, e scontrarono, sui fondamenti della matematica, trovandosi reciprocamente incommensurabili per motivi che derivavano dall’intero assetto del loro pensiero. Inoltre,erano entrambi omosessuali in un periodo in cui l’orientamento sessuale era ufficialmente considerato dalla societàsegnatamenteda quella inglese-, un fatto binario che conosceva solo due stati, “normale” e “contronatura”.Oggi c’è un atteggiamento radicalmente diverso su queste cose,si tende a lasciarle tra parentesi private, ma questa indifferenziata “normalizzazione” della normalitàrischia di perdere la possibilità di indagare come la queerness sia molto più vasta della sessualità e profondamente intrecciata con ogni aspetto della personalità e del pensiero (vedi ad es. J. Butler, 1993; T. DE Lauretis, 1999).

    Dopo molti anni di attivismo, un vasto movimento d’opinione convinse il primo ministro inglese GordonBrown a porgereadAlan Turingnel 2009 le scuse ufficiali del Governo inglese per il “trattamento inumano” delle cure ormonali (un equivalente primitivo della castrazione chimica),comminatoa Turing al posto di due anni di carcere per il reato di aver compiuto “atti di grossolana indecenza”:

    «Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945, in un’Europa unita, democratica e in pace, è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d’arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. […] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio (G. Brown).

    Nel 2013 la Regina Elisabetta concesse la grazia ad Alan Turing.

    Alan Turing
    Alan Turing

     

    Questi episodi di riparazione provocano un senso di pacificazione generalizzato con un fondo d’amaro, perché sembrano chiudere uno scandalosecondo un copione fin troppo collaudato:da una parte una storia di discriminazione e la stolidità dei poteri, dall’altra il genio e il martirologio. Frequentando da molto tempo le pagine di Alan, sospettiamo che avrebbe apprezzato assai poco l’essere paragonato a un Giordano Bruno della sessualità. In ogni caso Alan Turing non è più tra noi per dire la sua. Morì suicida mordendo una mela al cianuro (ma ci torneremo dopo) all’età di 41 anni il 7 giugno 1954, a un anno dalle “cure”.

    Nell’ucronia di Ian McEwan, Macchine come noi (Einaudi, 2019) incontriamo in un 1982 alternativo un Alan Turing padre della patria,eroe di guerra, genio e nume tutelare dell’era digitaleche assieme al nostro contemporaneo Demis Hassabis indaga le nuove possibilità di un “intuito artificiale”:

    Turing era rivolto verso di me. Il tempo gli aveva affilato il viso, segnando di più gli zigomi e conferendogli un’espressione di acuta ferocia. Molti anni dopo mi parve di intravedere lo spettro di Alan Turing nelle fattezze di Lucian Freud, il pittore. Lo incrociai una sera che usciva dal Wolseley a Piccadilly. Lo stesso fisico scattante all’alba della vecchiaia, più il risultato di un’inesausta voracità creativa che di una condotta di vita sana.

    Giustizia tardiva

    Nel nostro tempo non si tratta soltanto di giustizia tardiva, ma del famoso senno di poi che potrebbe essere applicato a molti stadi della ricerca medica. Non ha molto senso applicare ai medici del tempo un’etichetta di sadismo omofobico in anni in cui tra le mirabilia mediche c’era ancora l’abuso di terapie elettroconvulsivanti e la lobotomia. E le scuse dovrebbero essere estese a tutti i pazienti che hanno “beneficiato” di queste pratiche.Sia per Turing che per Wittgenstein esistono opere che superano i limiti del tradizionale biopic, e realizzano in termini estetici quello che, parafrasando Ray Monk, potremmo dire il “destino del genio”. Per Turing è l’operaThe Turing Machine (2013) di EeppiUrsin e Vida Pekka Mertanen, basata sul lavoro teatrale di MikoJakkola, e per il filosofo austriaco è il “Wittgenstein” dell’ultimo Derek Jarman (1993). I due lavori hanno molto in comune, evitano entrambiogni facile mitologia e puntano dritti al cuore del pensiero e della vita dei due uomini con una rapiditàminimalista e una formidabile potenza simbolica che riguarda proprio la loro queerness.

    Ludwig Wittgenstein
    Ludwig Wittgenstein

    Giochi

    Wittgenstein ebbe un pessimo rapporto conla sua omosessualità quasi fino alla fine, nei rapporti umani era dostoevskiano e conflittualein pratica e tolstojano nella teoria, ossessionato dai sensi di colpa e con reazioni severe e spessoautodistruttive. Del resto, queste non si limitavano alla sessualità. Wittgenstein, a modo suo cattolico, riteneva unpeccatol’aver sottaciuto le sue origini ebraiche, e questo potrebbe essere stato unmotivo assai poco francescano e filosofico per spiegare la sua rinuncia all’eredità paterna.PerWittgenstein la sessualità era un sordido ostacolo per la realizzazione di un ideale di vita etica.

    Al contrario Il maratoneta Turing si fece ben presto un’idea molto pragmatica del suo orientamento sessuale,rifiutò ogni etichetta di “diversità”e i relativi sensi di colpa. Le letture di scienze naturali da ragazzo avevano forgiato un darwinista sereno, in grado di comprendere la varietàdegli istinti.Durante il suo PH. D. a Princetonscrivevasenza imbarazzo agli amici delle possibilità di incontri che offrivano le metropolitane americanerispetto a quelle inglesi,idealmente fedele al suo primo amore, il compagno di scuolaChristopher Morcom, morto a 18 anni, il ragazzo per il quale il materialista ed ateoAlan aveva scritto: “Sento la certezza che rivedrò Morcom in qualche posto e che avremo del lavoro dafare insieme, così come mi proponevo di farne qui”.

    Ludwig Wittgenstein
    Ludwig Wittgenstein

    Wittgenstein è sempre molto attento a desessualizzare la sua scrittura come la sua vita, ed è sempre ad un passo dal suicidio; Turing ripeterà più volte che nel fare matematica provavaun piacere quasi sessuale. Non è qui dunque che possiamo trovare la “queerness” dei duegiganti. Bisogna partire piuttosto dal comune concetto di “gioco”, centrale nel pensiero dientrambi, e in quello di contraddizione. Ricordiamo che l’uso del termine “gioco” ci porta in territori così delicati da poter essere soltanto raffigurazioni astratte di qualcos’altro. E come scrisse Diane Arbus una raffigurazione è un segreto su un segreto.

    I giochi linguistici di Wittgenstein fanno esplodere le formelogiche del Tractatus. Là si stabilisce che le proposizioni possono mostrare e non dire, dunque quello che ci sta a cuore sta oltre la barriera di ciò di cui possiamo parlare:

    Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole:

    Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò,di cui non si può parlare, si deve tacere. Il libro vuole dunque tracciare al pensiero un limite, o piuttosto non al pensiero, ma all’espressione dei pensieri (dalla Prefazione al Tractatus)

    Nei giochi linguistici si riconosce che il significato non è rappresentazione, ma dinamica indefinita tra agenti che cambiano e che si accordano. Pensare che il linguaggio stia da una parte e la realtà dall’altra è illusorio; nel Tractatus per difetto del primo e indicibile eccedenza della seconda; nelle Ricerche Filosofiche perché pensieri, corpi e menti abitano il linguaggio, sono espressione relazionale e dinamica del nostro essere nel mondo. L’asepsi già iniziata nel Tractatus contro gli idola del linguaggio e la sua natura “ipnotica”, nelle Ricerche cambia senso, si “sporca” e diventa più radicale. Non esistono questioni “astratte” che non abbiano bisogno di essere continuamente vivificate dal multi-concreto del caso specifico, de-cristallizzate nel “qui”, “ora”, “così”. La filosofia diventa “raccapezzarci” con il mondo.

    Nel Tractatus era possibile dire, in terza persona, che il mondo dell’infelice è diverso dal mondo dell’ uomo felice, e che i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo (Tractatus, prop. 5.6).

    Nelle Ricerche la soggettività ha radicale e libera cittadinanza, e arriva persino ad essere imprendibile dal linguaggio, evitando così ogni “mito dell’io”: non ci osserviamo dall’esterno in uno stato di felicità o di sofferenza, vi siamo dentro. Mentre in un altro essere umano dovremmo inferirlo o semplicemente congetturarlo, è esperienza di comunicazione e conoscenza.

    Il secondo Wittgenstein si apre alla complessità e ammette che gli esseri umani bypassano il binomio “linguaggio verità”, comunicando con silenzi, falsificazioni, parole vuote, uso strategico di luoghi comuni, bugie.

    È straordinaria l’analogia con i percorsi concettuali di Turing. Anche in Alan c’è un progressivo passaggio dal mondo a codici fissi della macchina di Turing a un’attenzione verso l’irriducibile complessità del mondo vivente e del linguaggio. Turing sapeva bene che la cognizione non è mai mera manipolazione sintattica. La provocatoria domanda che dà il titolo al suo famoso articolo sul pensiero delle macchine è più uno stimolo al pensiero e non il manifesto che diventerà poi nelle mani del movimento dell’AI. Come testimonia l’amico Robin Gandy:

    Scrisse questo articolo – a differenza dei suoi articoli matematici – rapidamente, e prendendoci gusto. Lo ricordo mentre mi leggeva dei brani – sempre con un sorriso sulle labbra, a volte frenando una schietta risata.

    Infatti, l’articolo è del 1950, successivo al report del 1948 sulle baby-machines, macchine non organizzate che apprendono dai loro errori, anticipazione delle reti neurali e singolare caricatura del behaviourismo. L’aspetto affascinate dell’articolo per Mind resta il gioco di Turing, la ricerca di una definizione operativa di “intelligenza” destinata ad avere conseguenze concettuali e filosofiche erosive in campi anche assai lontani dal contesto mind & machines in cui matura. La formula originale su cui Turing sviluppò il suo testo riguarda la personalità che si sviluppa a partire da un’identità di genere. In una stanza ci sono un uomo (A) e una donna (B). Discutendo con loro attraverso un terminale un osservatore deve capire chi è l’uomo e chi la donna. Naturalmente A e B possono mentire!

    Alan Turing
    Alan Turing

    L’identità

    Partendo da questa sorprendente riflessione sull’identità, Turing costruisce il suo test per definire l’intelligenza delle macchine: una macchina si dirà intelligente se così inferirà l’osservatore-interrogante. La ricerca è ben consapevole oggi che l’intelligenza è embodied, che non sta in un vaso (Putnam) in una stanza cinese (Searle), e se torniamo al test originario e lo estendiamo secondo lo spirito di Wittgenstein ad ogni sfera della comunicazione, la definizione operativa di Turing è sorprendente. L’identità è interazione, negoziazione, alternarsi di chiusure ed aperture, risonanze e dissonanze, il tutto dunque in equilibrio instabile con quella grande festa dei modelli paradigmatici che è la società. Ed è qui che si manifesta l’eccentricità dell’uomo tra leib, il corpo vissuto in prima persona, e il körper, l’oggetto fisico ma anche il corpo-nel-mondo o contro-il-mondo. L’affermazione di un nuovo soggetto si ha quando si crea una tensione tra le due polarità, quando l’ordine simbolico si infrange e si amplifica il disordine sfidando le sanzioni. L’apertura verso la contraddizione è perciò ingrediente indispensabile per l’affermazione ed il cambiamento. È su questo punto che Wittgenstein e Turing mostrano una sottile ma significativa divergenza.

    Contraddizioni

    Nel 1936 Alan Turing fu l’unico uditore matematico ad un corso di Wittgenstein centrato sui rapporti tra il linguaggio della matematica e il linguaggio comune. La tecnica di Wittgenstein consisteva nel mostrare che i termini matematici – “infinito”, “dimostrazione”, “numero” –, non solo perdono il loro significato ritornando nel gran mare del linguaggio comune, ma anche nei fondamenti della matematica, in fondo, il loro significato ultimo consisteva nel fatto che un gruppo di persone (in questo caso i matematici) sono d’accordo sul significato da dare a queste procedure. In linea generale è difficile immaginare un disaccordo tra i due su questi temi. Ma ci sono due citazioni rivelatrici:

    W.: La questione sta in questi termini: perché si ha paura delle contraddizioni? È facile capire perché si debba aver paura delle contraddizioni che sono negli ordini, nelle descrizioni eccetera, ossia in cose esterne alla matematica. Ma la questione è: perché si deve aver paura delle contraddizioni interne alla matematica?

    Per Turing la questione è esattamente opposta, diremmo “innocente”:

    T.: Ciò che rende perplessi è che di solito una contraddizione si usa come criterio per dimostrare che si è fatto qualcosa di sbagliato. Ma in questo caso non si può trovare nessuno sbaglio in quel che si è fatto (…) Nessun male, in realtà, a meno che non vi sia una qualche applicazione, per cui si potrebbe avere il crollo di un ponte o qualcosa del genere.

    Per Wittgenstein il gioco relazionale riporta al problema dell’incommensurabilità tra esseri umani. Per Turing la questione della contraddizione è ben definita all’interno dei sistemi formali e delle loro applicazioni fisiche, ma non pone problemi speciali o paure fuori dalla matematica. L’essere una “macchina desiderante” (G. Deleuze) implica la fecondità della contraddizione e del conflitto, e nel momento in cui si riconosce questo è possibile ampliare il gioco degli spazi abitabili tra norma e individuo, tra identità di genere e persona. Come nell’opera dell’artista cubano Felix Gonzalez-Torres (Perfect Lovers, 1991), l’utopia di una dualità senza opposizione è un invito a relazionarsi, un modello di vita condivisibile dove “l’Altro” non è altro da sé, ma è incluso in uno stesso gioco esistenziale e linguistico.

    La queerness di Alan e Ludwig va cercata piuttosto nella direzione indicata da Merleau-Ponty:

    Se la storia sessuale di un uomo fornisce la chiave della sua vita, è perché nella sessualità dell’uomo si proietta il suo modo di essere nei confronti del mondo, cioè nei confronti del tempo e degli altri uomini.

    Wittgenstein muore di tumore nell’aprile del 1951. La sua ultima frase, in sintonia con il severo e tormentato ascetismo intellettuale cui improntò l’intera esistenza fu: «Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa”. Ma va ricordata anche la più intima pagina del diario (26 aprile 1930):

    Ci sono uomini che sono troppo fragili per andare in frantumi. A questi appartengo anch’io (…) La sola cosa di me che forse un giorno si spezzerà, e di questo ho talvolta paura, è il mio intelletto.

    Questo passaggio tra tonalità estreme – nel caso di Wittgenstein l’eroismo sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, le minacce di suicidio davanti ad un Russell pietrificato, fino alla leggenda di Popper inseguito con un attizzatoio e dall’altra le poche tracce avare di affetto e consapevolezza, è un altro aspetto in comune con Turing. Sebbene in modo meno plateale, anche Alan Turing aveva un effetto spiazzante su chi lo circondava, la sovrapposizione tra un genio ostinato e un bambino noncurante di (quasi) tutto ma capace di tagliente ironia. È la dimensione del trickster, dell’agguato che spiazza le minacce e protegge le cose preziose mischiandole con materiali eterogenei e contingenti. Si tratta di un aspetto che è spesso presente assieme alla queerness, ma se a questa categoria appartiene anche l’ultimo atto ufficiale di Turing è difficile dirlo.

    La mela

    Nel 1951 Turing era a Manchester al National PhysicalLaboratory, dove tentava di introdurre nuove idee sulla progettazione e l’uso dei calcolatori, che nel frattempo usava per la sua nuova teoria della morfogenesi e per l’ipotesi di Riemann. Aveva iniziato una relazione con il giovane Arnold Murray, invitandolo a casa diverse volte. Circa un mese dopo, tornando a casa, si accorse che l’appartamento era stato violato ed erano scomparse alcune cose. La poliziaci mise poco a trovare il colpevole, un certo “Harry”, amico di Arnold e come lui pregiudicato, ma si mostrò molto più interessata alla vita privata del Dott. Turing che veniva fuori dagli interrogatori(l’episodio è ben ricostruito nel film The ImitationGame di Morten Tydlumdel 2014 e nel romanzo La caduta di un uomo di David Lagerkrantz del 2009). In breve Turing fu condannato per omosessualità e si trovò a scegliere tra il carcere o una cura ormonale che avrebbe smorzato gli impulsi “deviati”. Possiamo solo immaginare gli sconvolgimenti fisici e mentali che un trattamento di questo genere può aver provocato in un uomo che aveva sempre fatto della sua efficienza intellettuale la sua risorsa vitale più importante.L’8 giugno 1954 la domestica lo trovò morto nel letto, il decesso risaliva alla sera prima. Si legge nel rapporto ufficiale:

    Aveva una leggera schiumabiancastra sulle labbra e un sottile odore di mandorle amare aleggiava nell’aria. L’orologio da polso era sul comodino accanto a una mela sbocconcellata, come era sua consuetudine fare prima di addormentarsi.

    Biancaneve

    Nel 1938 Turing aveva visto Biancaneve e i sette nani, rimanendo affascinato dalla mela avvelenata e dalla formula della strega: Metti, metti la mela nell’intruglio/Che s’imbeva del sonno della morte, che poi canticchiò per settimane. Era facile per lui procurarsi il cianuro nei laboratori dell’università, e sarebbe dunque fuggito dalla depressione e dall’umiliazione secondo uno schema suggerito da quell’immaginario infantile che lo aveva sempre caratterizzato. Tutto chiaro? Non necessariamente.

    Poche settimane prima di morire Turing sembrava essersi ripreso, ed aveva mandato agli amici alcune cartoline, la famosa serie messages from unseen world, che mostravano i segni di un pensiero che si era rimesso in moto. In una c’è una frase degna di un Tractatus:Science is a differential equation. Religion is a boundary condition, in un’altraqualcosachesembraanticipare la (molto) piùtardateoriadeitwistors di Penrose: Hyperboloids of wondrous Light Rolling for aye through Space and Time Harbourthere Waves which somehow Might Play out God’s holy pantomime. Il tutto in perfetto stile Turing, tra intuizione e provocazione.

    Il suicidio

    In questo scenario un suicidio sembra meno verosimile, e non sono pochi gli studiosi che, in modo più o meno esplicito, ipotizzano scenari diversi. Dopo la condanna Turing perse l’accesso ai segreti di stato, ma continuava a saperne abbastanza da costituire un problema. Come omosessuale era ricattabile, e i viaggi all’estero verso le comunità gay del nord Europa rendevano la cosa ancora più delicata. Sappiamo ad esempio che i suoi contatti in Norvegia erano tenuti sotto controllo, ed un amico che venne a trovarlo fu fermato ed espulso immediatamente. Dalconflitto che Turing aveva vinto decrittando Enigma era nato il mondo complicato e feroce della guerra fredda. Erano gli anni in cui l’esperto dei servizi inglesi mandato negli Stati Uniti per aiutare gli americani ad organizzare la CIA sulle rovine dellOSS, Kim Philby, si rivelò poi un agente del KGB, comunista fin dagli anni dell’università, che morirà poi in Russia come eroe dell’Unione Sovietica. Non mancavano insomma le risorse per mettere in piedi il suicidio perfetto.

    Sia per Turing che per Wittgenstein vale la descrizione che di Alan Turing diede l’amica Lynn Newman:

    Era un uomo strano, un uomo chenon fu mai perfettamente a suo agio in nessun luogo. Come particolarmente infelici si notavanoi suoi sforzi, a dire il vero saltuari, di apparire come uno che si sente a casa sua in quegliambienti di ceto medio-alto nei quali era nato. Di quel ceto aveva adottato, evidentementea casaccio, alcune convenzioni, ma ripudiato senza esitazione e senza pentimenti quasi tuttele abitudini e le idee. E disgraziatamente gli usi del mondo accademico, che avrebbe potutooffrirgli un rifugio, lo sconcertavano e lo annoiavano profondamente.

    Ignazio Licata*

     

    *Fisico teorico, direttore scientifico dell’ISEM, Institute for Scientific Methodology per gli Studi Interdisciplinari con sede a Palermo.Si occupa di fondamenti della teoria quantistica, modelli matematici dei processi cognitivi e teoria della computazione nei sistemi fisici e biologici.Editor dell’ Electronic Journal of Theoretical Physics e di Quantum BioSystems, è autore dei volumi “Osservando la Sfinge” ( Di Renzo, Roma, 2003), e “La Logica Aperta della Mente” (Codice Edizioni, 2008), ha curato le antologie “Majorana Legacy in Contemporary Physics” ( EJTP/Di Renzo, 2006), “Physics of Emergence and Organization” (World Scientific, 2008), “ Landau Centenary” (Nova Publisher, 2009). Per la sua attività di frontiera tra fisica teorica, epistemologia e scienze cognitive gli è stato assegnato il Premio Le Veneri per la Scienza 2008.Cura il blog “ApertaMente”:http://ignaziolicata.nova100.ilsole24ore.com/https://en.wikipedia.org/wiki/Ignazio_Licata

    Il suo ultimo libro è La resistenza del mondo. Connessioni (in)attese tra scienza e arte ( Divergenze edizioni, 2022).

     

     

    Percorsi di lettura:

    Andrew Hodges, Storia di un Enigma. Vita di Alan Turing, Bollati-Boringhieri, Torino, 1991

    Ray Monk, Wittgenstein. Il Dovere del Genio, Bompiani, Milano, 2000

    Desirée Pangerc, Verso un’antropologia dei sensi e del senso: le maschere seduttive e la questione identitaria,

    in Chirone. Dinamiche dell’identità di genere, a cura di Simonetta Putti, Alpes, Roma, 2009

    Judith Butler, Bodies That Matter: On the Discursive Limits of Sex, Routledge, 2011

    Teresa De Lauretis, Soggetti eccentrici, Feltrinelli, 1999

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