giovedì, Ottobre 8, 2026
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    “Le ore eterne dell’Attesa”: l’amore secondo il vignaiolo-poeta Leonardo Manetti e lo sguardo femminile che attraversa la silloge

    “Le ore eterne dell’Attesa” (WE-Italia Edizioni, 2025) è un libro scritto da un uomo che parla di amore, ma lo fa con un’attenzione costante alla presenza femminile, che entra nei testi come volto, memoria, orizzonte di senso. Leonardo Manetti, poeta e vignaiolo del Chianti, costruisce una raccolta che si muove dalla solitudine a una forma di pienezza emotiva, raccontando la relazione come luogo in cui ognuno è chiamato a farsi carico anche della fragilità dell’altro.

    Il vino, mestiere quotidiano dell’autore, è metafora discreta ma precisa: per arrivare a una buona bottiglia servono cura, attesa, rispetto delle stagioni. Lo stesso vale per l’amore, che nel libro diventa possibilità di cura reciproca.

    “Le ore eterne dell’Attesa” e l’amore come cura nel dialogo uomo-donna

    In molte letture critiche della silloge, il libro viene interpretato proprio come racconto di un percorso verso la consapevolezza dell’amore che guarisce, non perché risolve tutto, ma perché offre un luogo in cui potersi mostrare vulnerabili senza paura. La voce poetica di Manetti attraversa i periodi della mancanza e del dolore, ma li attraversa per approdare a una relazione in cui lo sguardo femminile non è ancillare: è presenza che interroga, mette in discussione, invita a cambiare.

    La figura della donna non appare idealizzata: è compagna, interlocutrice, talvolta silenziosa, sempre capace di determinare spostamenti interiori. In questo senso la raccolta si colloca nel dibattito contemporaneo sulle relazioni affettive, offrendo un’immagine maschile che accetta di lavorare sulle proprie ombre senza perdere fermezza.

    Le tre sezioni del libro e la centralità del volto femminile

    La scansione in tre sezioni – “Una vita che non è vita”, “I giorni dell’amore”, “Le ore eterne dell’Attesa” – permette di seguire l’evoluzione di un io poetico che all’inizio vive un tempo quasi sospeso, dove i giorni sembrano replicarsi senza particolare direzione. In queste pagine iniziali affiora spesso un vuoto affettivo, raccontato con parole misurate, lontane dal lamento. Nei “Giorni dell’amore” la scena cambia: l’incontro con l’altro apre possibilità nuove, restituisce colore a luoghi e gesti che prima apparivano spenti.

    Il Chianti, con i suoi filari, le strade di campagna, il lavoro in cantina, risponde a questa trasformazione e si fa più luminoso, come se la presenza femminile avesse la forza di riaccendere il paesaggio. Nella sezione finale, quella che dà il titolo al volume, il volto dell’amata diventa punto fermo, ma al tempo stesso impegno: attendere significa riconoscere che l’amore ha bisogno di tempo, che non si possiede mai definitivamente nessuno, che prendersi cura dell’altro è esercizio quotidiano.

    Chianti, vigna e corpo: un territorio che parla anche al femminile

    Il Chianti dove Manetti vive e lavora non è solo un luogo “bello” in senso estetico, ma un corpo vivo: la terra che si lascia plasmare, che restituisce frutti, che chiede rispetto. Nella sua esperienza di vignaiolo del Chianti Classico, raccontata anche in interviste e articoli dedicati alla sua azienda agricola, l’autore insiste spesso sull’importanza dei gesti ripetuti, sulla manualità, sulla responsabilità verso un paesaggio che appartiene a tutti. Questo sguardo sul territorio dialoga con molte riflessioni femminili contemporanee sulla cura dell’ambiente, sull’agricoltura responsabile, sulla qualità delle relazioni nelle aree rurali.

    Nelle poesie si ritrovano piccole immagini concrete – una foglia, un ramo, un muretto, il silenzio della cantina – che parlano anche a chi, soprattutto lettrici, cerca oggi narrazioni alternative ai grandi centri urbani. Il paesaggio diventa così spazio dove il rapporto uomo-donna può liberarsi da ruoli stereotipati e riconoscersi in una reciprocità più equilibrata.

    La prefazione di Antonella Gramigna e il ruolo delle lettrici nella ricezione del libro

    L’attenzione al punto di vista femminile è visibile fin dall’apertura del volume, affidata alla prefazione di Antonella Gramigna, giornalista e scrittrice, che da anni segue percorsi di autori legati al mondo del vino e della cultura del territorio. Nelle sue pagine introduttive sottolinea come il lavoro di Manetti riesca a raccontare l’amore senza ricadere in cliché, e come la figura del vignaiolo-poeta apra uno spazio di dialogo interessante con le lettrici: un uomo che non teme di dichiarare la propria fragilità, di parlare di cura, di dare valore alla lentezza.

    Le presentazioni pubbliche del libro, da librerie indipendenti a rassegne dedicate alla poesia e al vino, vedono spesso una forte presenza femminile, composta da lettrici, operatrici culturali, sommelier, professioniste che riconoscono nella silloge un’occasione per confrontarsi su temi come il tempo, l’attesa, il prendersi cura di sé e degli altri.

    Vino, relazioni e quotidiano: una poesia accessibile al pubblico ampio

    Uno degli aspetti che rendono “Le ore eterne dell’Attesa” adatto a un magazine di cultura e costume come Le Città delle Donne è la sua accessibilità. Il linguaggio di Manetti è limpido, privo di tecnicismi, capace di parlare anche a chi non legge poesia con regolarità. Molti testi possono essere letti singolarmente come piccoli racconti in versi, altri rimandano a situazioni riconoscibili: una cena, una discussione, un viaggio, un’attesa che sembra non finire.

    Il vino entra spesso come dettaglio naturale – un bicchiere condiviso, una vendemmia, il profumo di una botte – e rimanda a un immaginario di convivialità e relazione che da sempre caratterizza la cultura italiana del cibo. Per lettrici e lettori abituati a confrontarsi con storie che indagano coppie, famiglie, amicizie, la silloge offre un punto di vista diverso: non narrativa ma poesia, eppure immediatamente comprensibile, capace di toccare temi universali senza perdere radicamento in un luogo preciso.

    Un regalo per sé e per le altre: la silloge come oggetto di cura

    Non è un caso che, nei canali ufficiali dell’autore, “Le ore eterne dell’Attesa” sia presentato anche come idea regalo per chi desidera celebrare un anniversario, un passaggio di vita, un momento da dedicare a sé stesso o a una persona cara. La combinazione fra libro e vino, proposta in alcune iniziative e degustazioni, sottolinea l’aspetto rituale del gesto: prendersi il tempo per aprire una bottiglia, sedersi, leggere, magari condividere ad alta voce pochi versi.

    Per molte donne, spesso chiamate a gestire tempi compressi fra lavoro, casa, cura di figli o genitori anziani, un oggetto del genere può diventare occasione concreta per reclamare uno spazio personale, lontano dall’iperproduttività. In questo senso la silloge di Manetti dialoga con il discorso più ampio sull’auto-cura femminile: non solo manuali e guide, ma anche poesia, paesaggio, lentezza.

    Uno sguardo maschile che ascolta: perché “Le ore eterne dell’Attesa” interessa il mondo femminile

    Per un magazine come Le Città delle Donne, abituato a raccontare storie di protagoniste nel lavoro, nella cultura, nella vita pubblica, può sembrare insolito soffermarsi su un autore uomo. Ma è proprio questa particolarità a rendere il libro interessante: Manetti offre un’immagine di maschile che ascolta, che riconosce la forza del legame affettivo e accetta di farsi plasmare da esso. Il Chianti, con le sue vigne, diventa metafora di questo processo: un luogo dove si lavora duramente, ma dove la cura è indispensabile almeno quanto la forza fisica.

    “Le ore eterne dell’Attesa” è allora più di una raccolta poetica: è la testimonianza di come l’incontro fra sensibilità diverse – maschile e femminile, agricola e letteraria, locale e globale – possa generare un racconto capace di parlare a molte. Un invito a riconoscere che l’amore, quando si fonda sulla cura reciproca, è sempre un’opera collettiva, fatta di gesti piccoli e costanti, proprio come quelli che fanno nascere un grande vino.

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