martedì, Novembre 29, 2022
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    Di tu in noi, Cettina Caliò ( La Nave di Teseo, 2021 )

    L’atmosfera si fa rarefatta e la parola suggerisce di guardare ben oltre la melodia fonetica dei versi. La scelta del quadro, Attese di Lucio Fontana del 1966, crea un’armonia con la parola scritta che dissolve lo spazio apparentemente chiuso dell’oggetto libro per innalzarsi alla dimensione distesa dello spirito liberato dalla materia. Parafrasiamo (e ammettiamo di farlo con non poca presunzione) le parole di Fontana a proposito dei Tagli spaziali, e così facendo ci avviciniamo all’urlo poetico di Cettina Caliò. Di tu in noi, il suo libro edito a febbraio 2021 da La Nave di Teseo, reca in copertina le Attese di Fontana. La parola si flette attraversando quei tagli per elargire la sacralità di un gesto che va oltre il detto.

    «Non è poesia del dolore, è poesia dell’amore». Un monito, fondamentale per la lettura delle pagine successive. La voce è viva, profonda, attinge ai ricordi per sbocciare di nuova luce. Sono istanti trattenuti, racchiusi «nell’entroterra dell’anima / in un respiro di due sillabe». Nell’interstizio del ricordo, in uno spazio e in un tempo che hanno «la forma di un bacio lungo, l’odore del caffè e la voce di una vecchia canzone», la carta respira (così come la tela in copertina) e il grido sciaborda contro «i luoghi / feriti / di una vita che qui / è stata vita / per un poco».

     

    L’elegia di inizio estate sciabola suoni e immagini. Il silenzio assume l’aspetto di un «gesto lento» nel quale si raggrumano incertezze e solitudini, attimi di un tempo che fu e che ora non è più. Appartenenze e immaterialità con le quali ci si scontra nel quotidiano: inesorabile sopraggiungere che mostra quanto sia insufficiente «scuotersi dal grido / dire ci sono / non basta».

     

    La voce di Caliò raggiunge la cifra dell’inesprimibile con una naturalezza senza eguali. La silloge è suddivisa in tre sezioni, come le stagioni tranne una. Come se mancasse sempre qualcosa e noi, con lei, siamo lì ad aspettare. Insieme a lei ci teniamo saldi a quel letto, il lato suo del letto, ancorati all’assenza.

    L’assenza diventa attesa.

    «Io sto al riparo di noi», si legge nella quarta di copertina. E in questo ripararsi, mi pare di scorgere l’alba di un nuovo giorno, forse uguale a tanti altri. Nonostante ciò, l’aurora si accende. Nel bagliore delle prime luci si percepisce una voce, come scrive Caliò: «a ridosso del silenzio / tu mi parli ovunque».

     

    Sara Durantini

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